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mercoledì 18 marzo 2015

Late Phases o di che fine fanno i vecchi quando c'è la luna piena

Un horror con lupi mannari e residenze per anziani. Combinazione che così su due piedi potrebbe far venire in mente solo scenari da commedia o robe grottesche come l’ottimo Bubba Ho-Tep. E invece Late Phases rimane più saldo nei territori dello slasher, anzi per certi versi quasi più in quello del thriller. Ma tralasciamo le etichette un po’ riduttive e via di brevissima sinossi:



Ambrose è un reduce del Vietnam. A causa di una ferita di guerra, ha perso la vista. Ora, vedovo, spinto dal figlio, si trasferisce in una residenza per anziani, in compagnia del suo cane accompagnatore, Shadow. Qualcuno nella residenza però è un lupo mannaro. E Ambrose è cieco, ma è pur sempre un soldato da trincea.


Vabbè, più che una sinossi è l’high-concept che regge il film, ma non è raccontandovi per filo e per segno la trama che posso farvi venire voglia di vedere il film. Soprattutto perché con una premessa del genere, o siete già incuriositi o difficilmente è un film per voi. Mi preme però sottolineare un paio di aspetti della pellicola che me l’hanno fatta apprezzare.

Uno su tutti il personaggio di Ambrose, il protagonista. Come dicevo si tratta di un uomo maturo, vicino agli ultimi anni della sua vita e consapevole della cosa. Come dice a suo figlio nei primi minuti del film “La gente in questi posti non ci viene per vivere, ma per morire.”. Non è facilissimo incontrare film con protagonisti e co-protagonisti persone anziane, soprattutto se non si tratta di commedie o drammi. Tanto meno film horror.

E se la scelta di un protagonista dal pelo grigio potrebbe essere solo una gimmick, in Late Phases mi pare non sia questo il caso. Ambrose non è una macchietta, non è l’anziano burbero dal cuore d’oro, non è nemmeno l’eroe d’azione pronto a funamboliche imprese in cui si mette a spaccare i culi con battute e strizzatine d’occhio.

Si, è un uomo vigoroso, che non si lascia impressionare più di tanto dal fatto di essere puntato da un lupo mannaro. Ma ha le tempistiche e le maniere, per quanto piegate alle esigenze di pellicola, di un uomo di una certa età. Se la scrittura del personaggi, spigoloso, duro, pieno di rancore verso se stesso e le sue scelte di vita sbagliate sono un’intelaiatura interessante e solida, a renderla piena e vita è chi lo interpreta, cioè Nick Dominici. 


Dominici riesce a nello stesso tempo a rendere Ambrose un uomo duro come la pietra, senza compromessi, di poche parole e dalla lingua tagliente. Senza cadere però nel ridicolo involontario o nella parodia inavvertita di altri CazziDuri del cinema. Una faccia di cuoio tra Clint Eastwood e Charles Bronson, ma con una punta di ironia nera che rende meno iconico e più umano il volto di Ambrose. Molto spesso sembra sul punto di annichilire qualcuno dei suoi vicini con una battuta da cecchino, ma il più delle volte sono il silenzio e le sue movenze a parlare per lui.
E di silenzi nel film ce ne sono parecchi. Dopo un inizio un po’ in contropiede, che ci mostra da subito il mostro antagonista della storia, seguiamo per lo più “l’indagine” che Ambrose segue per capire chi sia il lupo mannaro e come sconfiggerlo. Il soldato che è in lui prende il sopravvento: studia l’ambiente della riserva, affina le armi di cui è in possesso, impara a memoria la planimetria della propria casa. E compra proiettili d’argento. Il tutto senza scomporsi più di troppo. Dopo il primo attacco Ambrose, pur non essendo stato in grado di vedere il lupo mannaro a causa della sua cecità, ha capito, o forse solo deciso, che c’è un lupo mannaro e che gli rimane un ciclo lunare di tempo per prepararsi. Questo suo approccio metodico, razionale e, per certi versi, banale rende il tono del film una questione pratica, per quanto riguarda l’aspetto “uccidere o essere uccisi”. Niente di mistico, niente di sovrannaturale, niente di satanico.

A parte qualche accenno sulla questione licantropia che viene toccato una volta scoperta l’identità del mannaro (con una sequenza di trasformazione lunga, old school ed effetti speciali pratici), il resto della pellicola è ben calata nel realismo. Che non significa sia calcata nel realistico, o nel perfettamente logico.

E qui arriviamo a uno dei pochi punti in cui la pellicola scricchiola. Proprio per queste scelte pratiche, il momento in cui finalmente i licantropi assaltano Ambrose che si è barricato in casa armato di pistola e fucile da cecchino, richiede una certa dose di suspension of disbilief da parte dello spettatore.

Diciamo che un paio di scene sono un po’ dure da digerire. Ma credo dipenda molto da quanto ci si senta coinvolti dalla pellicola fino a quel momento. Quando Ambrose, che è cieco, imbraccia il fucile da cecchino, lo spettatore penso debba fare una scelta quasi conscia: o hai deciso di vedere le cose come Ambrose (rimshot) e la sparatoria sarà una delle più tese e soddisfacenti che hai visto, o tutto finirà in un paio di micette e costumi di gomma.


La parte di me che sta imparando a scrivere e raccontare le storie quando si arriva a quel punto (e di punti simili ce ne sono in un sacco di film che mi piacciono) è sempre scissa tra il godersi la scena dal punto di vista emotivo da una parte e l’appuntarsi in testa “l’errore” narrativo dall’altro. È uno sdoppiamento di cui non riesco mai a trovare una riunificazione, per me sono due realtà percettive che ora come ora convivono. 


Insomma, secondo me è un film bello teso, che parla in maniera particolare dell’anzianità e del rapporto che abbiamo un po’ tutti coi vecchi (ovvero: li escludiamo dal resto della società), con un protagonista molto buono interpretato molto bene. Ogni tanto scricchiola, ma mi pare lo faccia in maniera onesta.

Diretto da Adrian Garcia Bogliano, scritto da Eric Stolze. Qua la pagina wiki.

martedì 27 maggio 2014

Sotto una luna d'argento senza mattino.

1880, nel New Hampshire. Strane morti, mostri nel bosco, sceriffo che non sa che pesci pigliare, bella donzella che decisamente non è in pericolo, cacciatore di taglie, romanziere eccentrico, indiano magico. Vi attira?

Ma soprattutto, vi attira il weird western?  Tipo il western, ma con tinte horror, sovrannaturali, gotiche o robe simili. Ora, non è che basti prendere un western, infilarci dentro gli zombie, o i vampiri o cthulhu e BOOM c’hai il weird western li, pronto. Perché, e qua si tratta di una visione mia personale, il weird è un po’ come il noir: si tratta più di un attitudine, di un atmosfera o di una sensazione che di un genere davvero ben definito, codificato e con paletti e cliché molto molto standardizzati. Un terreno di gioco in cui bisogna muoversi tra varie basi nel tentativo di rendere una sensazione che sia appunto fuori dalla norma, un po’ morbosetta, con punte che più che di paura magari siano di fastidio e mancanza di ordine e senso compiuto. 


Ammesso che siano atmosfere che vi garbano, Luna d’argento, scritto e disegnato da Eric Herenguel, secondo me funziona non male nel riuscire a tirarle fuori. Usando in maniera efficace un umorismo che attraversa tutto il fumetto dall’inizio alla fine, in particolare nella figura dello sceriffo: sbruffoncello, invaghito della bella e misteriosa Kathy giunta all’improvviso in città, un uomo retto che tenta in qualche modo di tenere retta la sua città di fronte a eventi mortali che capisce e non condivide e altri sovrannaturali che semplicemente non capisce. Ma non capire qualcosa non è un buon motivo per smettere di fare la cosa giusta o almeno provarci. Magari deridendolo per farsi un filo di coraggio.


L’umorismo dello sceriffo, usato come meccanismo di difesa per affrontare le situazioni di nervosismo o confusione, aumenta per contrasto l’atmosfera che si fa sempre più malsana e tesa nella storia. Una serie di omicidi brutali rompe il tran tran della classica cittadina tranquilla montando l’isteria della collettività. I colpevoli sembrano essere animali selvaggi della foresta, o il solito indiano stregone. O tutti e due? Certo che sti animali, con quest’aspetto da bestia infernale, non convincono nessuno. E poi ad ascoltare il prete che parla di giudizio divino e angeli vendicatori...


Insomma, mentre l’aspetto sovrannaturale prende la sua forma e occupa sempre più spazio, mentre la violenza degli omicidi non si ferma, mentre i cittadini di rispettata tempra morale si mostrano facili alla pistola e un cacciatore di taglie arrivato da fuori che cita le fiabe di Perrault decide che il colpevole è lo sporco indiano, il nostro sceriffo cerca di reggere con battute e osservazioni che si fanno sempre meno divertite e sempre più sentinelle del suo essere impermeabile al concetto di sovrannaturale ma pragmaticamente aperto ad accettare quanto di strano gli si spalanca di fronte agli occhi. Se una porta si apre e ti mostra qualcosa che non può esistere, puoi anche non crederci ma è meglio se agisci per salvarti la pelle.


Insomma, una storia che se ha un sacco di elementi già visti e già sfruttati (uno su tutti di cui avrei fatto volentieri a meno è al questione dei Templari) e paga i debiti ai soliti autori noti del sovrannaturale, se la gioca secondo me molto bene nel reparto atmosfera: si sorride spesso ma senza mai dimenticare che si è sull’orlo di qualcosa di bruttissimo e cattivo.

Inoltre il design delle bestie che vedete nelle immagini che ho aggiunto al post, a me piacciono un casino. Ma pure qui, questione di gusti. Ah, costa 7euro, che mi pare un prezzo onestissimo per 120 pagine a colore brossurate.  

martedì 6 marzo 2012

50/50 - Joseph Gordon Levitt & Seth Rogen contro Il Cancro




Credo che il significato di una storia stia tanto nella mente di chi la crea quanto in quella di chi la ascolta. Tanto più la storia tocca temi cari a narratore e ascoltatore, tanto più vale questo principio, tanto più saranno diverse le impressioni suscitate. 



Inutile girarci intorno.
In 50/50 il protagonista interpretato da Levitt è un quasi 30enne a cui viene diagnosticato un tumore. Il titolo si riferisce alle sue probabilità di farcela. Il film è stato scritto da uno che ci è passato sul serio. Seth Rogen, che nel film è l'amico del protagonista, è amico di quello che il film lo ha scritto e a quanto pare interpreta fondamentalmente se stesso.
GI Jane te lo sgrulla, amico.
Con queste premesse, io e chi come me si è sentito diagnosticare un cancro recepiamo un film del genere in maniera penso diversa da chi non ha mai avuto un problema del genere. Allo stesso modo sono convinto che chi conosce una persona che ci è passata attraverso, si tratti di amico, figlio, genitore o persona amata, la veda in maniera ancora differente.
Frasi da non dire mai a chi ha il cancro.
Tutto sto preambolo per dire che credo di non poter essere molto obiettivo dicendovi che 50/50 è un bel film. Per me è semplicemente un film che racconta buona parte di cose che mi sono successe, e spesso lo fa con lo stesso tono che userei io se dovessi raccontarle in un film.
Bromance.
In particolare credo riesca a far passare bene lo stato di stordimento in cui ci si trova nel periodo che va dalla prima diagnosi al momento in cui si entra in sala operatoria, che è il focus dell'intero film. E' una sorta di limbo in cui se da una parte si prova una certa calma e perfetta percezione di quanto accade a se stessi e intorno a noi, dall'altra ci si sente del tutto sconnessi e isolati dal resto. Convivendo con quello che è al contempo un dubbio e una certezza di stare per morire, si perde l'idea che ci sia un senso nelle proprie azioni e che valga la pena fare alcunché. I rapporti sociali e famigliari si sfilacciano, il sentirsi parte del mondo dei vivi è una sensazione che si fa giorno dopo giorno meno sicura.
"I don’t know why everybody’s so fucking scared to just say it, like, ‘you’re dying, dude.’ It makes it worse, that no one will just say it.”
Ad esempio la sequenza in cui Levitt, convinto da Rogen, sfrutta il cancro per portarsi a letto una ragazza appena conosciuta, mi sembra un ottimo esempio di questo senso di insensatezza e vuoto. Nonostante riesca a finire a letto con lei, i due smettono di fare sesso a causa della stanchezza e dei dolori di lui indotti dalla chemio e dalla malattia. Ma considerando quello che dice e il modo in cui reagisce Levitt prima e dopo, pare di capire che sfrutti di nuovo la malattia come scusa. Questa volta per non dover ammettere che non vedendosi vivo da li a poco, una scopata e via ed un’eventuale relazione perdono di senso.

Rule 34 a parte, si intende.
Ma come dicevo in apertura, magari sono io che vedo troppe cose mie nella storia di un altro. Ogni persona reagisce in maniera diversa di fronte ad eventi traumatici, per cui altri possono considerare il film una cagata fotonica. Non c'è problema. Si tratta di reazioni così personali che discuterne perde di senso.

Detto questo, penso che comunque il film goda di interpretazioni molto buone soprattutto da parte di Levitt e Rogen. Quest'ultimo in particolare riesce a dire le sue battute atroci con il tono giusto che gli permette di far ridere senza sfociare nel ridicolo o nel forzato. E nonostante si percepisca la profonda amicizia che c'è tra i due, questa viene fuori dalle azioni e reazioni di uno nei confronti dell'altro invece che da momenti di stucchevole buonismo.

Certo, ci sono scampoli di cliché come i vecchietti arzilli che Levitt conosce durante la chemio, o la storia d'amore con la terapista che nasce durante la malattia e che intuiamo potrebbe funzionare una volta conclusosi il film. Si tratta di cliché gestiti abbastanza bene e risultano discretamente convincenti, grazie soprattutto a dialoghi che evitano quasi sempre frasi fatte e di circostanza e a situazioni che fanno più intuire che mostrare quello che pensa e prova il protagonista.
:iknowthefeelbro:
Di sicuro pecca nel rappresentare come al solito la malattia in maniera troppo pulita e asettica, con malati che sembrano sempre appena usciti dalla sala trucco, ferite perfette e totale assenza di sangue e merda.

Ma lo scopo del film non è mostrare quanto faccia schifo dal punto di vista fisico/fisiologico e possa essere ripugnante la malattia, per cui posso passarci sopra. Anche perché si riscatta evitando pietismo, scene strappalacrime (anche se un paio toccanti ci sono, ma di nuovo magari toccano me perché innestano ricordi) e non lesinando in umorismo.
A volte bisogna sentirselo dire.
Non è il film che consiglierei per una serata in allegria, ma se l’argomento per un qualsiasi motivo è di vostro interesse, potreste trovarci qualcosa di significativo.

venerdì 3 giugno 2011

Defendor

Per una volta un film di supereroi che non è tratto da un fumetto. Potrebbe sembrare una parodia ma in realtà è qualcosina di più.

Defendor esce ogni sera in ricognizione nella sua città per dare la caccia ai criminali e al suo nemico giurato, Captain Industry. Lo fa armato di manganello, telecamerina per registrare le prove, biglie di vetro e micidiali vespe che alleva da solo. Vespe normalissime.

Perché Defendor in realtà si chiama Arthur Poppington ed è un quarantenne senza alcun potere particolare. Anzi, è un pochino lento di comprendonio. Ma ha deciso di non perdere la speranza in un mondo migliore e per questo combatte criminali. Criminali veri, con armi vere.


Defendor è interpretato da Woody Harrelson che riesce a rendere credibile un uomo un po' tonto e molto ingenuo che gira di notte con una tutina nera su cui ha appiccicato una D argentea. E riesce a non essere ridicolo ma convincente, senza sfociare nel patetismo nei rapporti con il suo unico amico, con il tenente della polizia con cui collabora e nemmeno con la ragazza che riesce a togliere dalla strada.


E alla fine scopre l'identità di Captain Industry e lo confronta come da tradizione di ogni supereroe. Un uomo senza poteri contro pistole vere.

Nonostante ci siano battute e momenti divertenti e che determinati cliché del genere vengano smontati, il film non sfocia mai nella parodia e si mantiene aderente alla realtà fino alle estreme conseguenze, non concedendo niente a facili scelte buoniste. Defendor ne esce come un personaggio a tutto tondo capace di ispirare le persone solo con il suo comportamento e il suo esempio.

E' un film un po' sbilenco, con un ritmo più da commedia drammatica che da action, ma credo sia in questo sbilanciamento verso le persone piuttosto che i costumi e le maschere che risieda la sua forza. Merita una visione.

giovedì 17 febbraio 2011

RED - Retired Extremely Dangerous



Agenti della CIA in pensione tornano in azione per salvarsi la pelle da una frangia corrotta della stessa CIA che li vuole eliminare. E lo fanno divertendosi, perché si che quando sei in pensione finalmente ti riposi ma se per 30 anni il tuo lavoro è consistito nell’uccidere cattivi e far cadere governi, facile che a fare l’erba al prato ti annoi.



Storia semplice e senza fronzoli, colpi di scena tutt’altro che memorabili e una regia che tolti un paio di guizzi non è che regali chissà quali momenti (ma l’uscita dall’auto di Willis durante il testa coda è da spanciarsi). Eppure mi sono divertito durante quasi tutta la breve durata del film. Dialoghi brillanti e dalla comicità fuori sesto. Quel pizzico di intrigo di spie ma senza impelagarsi in eccessivi complotti e tripli giochi. Umorismo tutt’altro che di alta classe ma senza cadere nel greve tanto per.

Buona parte della riuscita della pellicola è dovuta ad alcune scelte di casting. Bruce Willis e Morgan Freeman sono i meno azzeccati. Magari è perché si limitano al ruolo che li ha resi celebri, solo un po’ sopra le righe, ma secondo me colpiscono poco. Invece quella che colpisce nel segno è Helen Mirren, nel ruolo di una cecchina che anche passati i 60 non sbaglia un colpo. La Mirren riesce ad essere sexy e credibile e a dare l’idea di essersi divertita molto durante la lavorazione del film, senza per questo gigioneggiare nel suo ruolo di femme fatale di terza età. E poi l’ho già detto che è sexy? Annichilisce in ogni momento la ganza di Willis di cui manco ricordo il nome, senza per altro fare la minima fatica. Anche Brian Cox nel ruolo della spia sovietica gentiluomo e ruba cuori fa faville. I suoi duetti in punta di dialogo con la Mirren danno senso alla vicenda, toccando la malinconia senza cadere nel melenso, mostrando anzianotti con molta voglia di vivere. Poi c’è Malkovic che fa il pazzerello ma per una volta limita un po’ l’egocentrismo dando un’aura di sfiga e desolazione al personaggio che ne aumenta la credibilità di vecchio paranoico senza più un posto nel mondo.


"Può concedermi questo assalto?"

Nonostante il tono generale divertito, il film riesce comunque a comunicare una certa malinconia per i tempi andati e i rimpianti/rimorsi per le scelte intraprese. Sia chiaro, non stiamo parlando di Gran Torino eh, però per essere un film in cui ci si prende a colpi di lancia missili nelle gengive, ha un certo non so che che colpisce.

O magari sono io che non capisco più nulla dopo aver visto la Mirren abbattere SWAT vestita in abito lungo da sera.

"Fa pandan con gli orecchini, giuro."
p.s.
è liberamente tratto da un fumetto di Warren Ellis, RED

martedì 27 luglio 2010

Pusher Trilogy di Nicolas Winding Refn

Si tratta di tre storie che vedono protagonisti spacciatori a Copenhagen. Prima di andare avanti, una precisazione.


Anche se viene chiamata trilogia si tratta di tre film autonomi legati tra loro per l’ambientazione, il tema e soprattutto lo stile. Non è cosa da poco, dato che potete così vedervi il primo sicuri di arrivare a una fine e se vi è piaciuto passare ai successivi. In tempi in cui trilogia è quasi sempre sinonimo di “un atto per ciascun film”, è tutto grasso che cola.

Quello che la rende una trilogia con una sua coerenza di fondo è lo stile utilizzato per la messinscena, che si distanzia anni luce dalla rappresentazione hollywoodiana e fighetta degli spacciatori e dei film dedicati alla droga. Qui chi spaccia non è un figo della madonna ben vestito con macchinone, villa e troia d’altro bordo. Qui troviamo persone comuni che abitano case squallide, si muovono in un ambiente banale e le loro troie sono solo prostitute tutt’altro che belle. Non credo sia un caso se i pochi personaggi dotati di soprannome facciano una fine pessima o sembrino i più scoppiati del gruppo.

Altro stacco violento rispetto ai cliché soliti: quando il colpo del protagonista, di solito un semplice acquisto di droga, va in merda, non c’è il guizzo di genio, la trovata fantasmagorica che accompagnata da dialoghi brillanti e inquadrature leccate lo tira fuori dai guai. No, qui sono cazzi acidissimi, una corsa furiosa per salvarsi la pelle sfruttando ogni aggancio, ogni scusa, qualsiasi cosa per arrivare vivi alla fine della giornata e portare avanti la propria squallida esistenza. E’ vero che il secondo finisce con una labilissima speranza di rinascita, ma il finale del primo è un macigno pesantissimo su qualsiasi illusione. E l’ultima inquadratura del terzo lascia un senso di vuoto e squallore difficilmente ignorabili.

Si, allegria da ogni fotogramma direi. Però è proprio questo che mi ha affascinato, questo tentativo di andare contro i cliche di un genere cercando di non suonare tronfi, moralisti o educatori. Secondo me ci riesce spesso, cadendo raramente in scene forzate o che ne diluiscono la forza narrativa. Il tutto è aiutato dal casting, sia per i protagonisti che risultano molto convincenti nelle loro parti, sia per le figure di secondo, terzo o ultimo piano, lontani da una certa omogeneità nei volti e "fotomodellizzazione" dei fisici che si trova nel cinema più mainstream che rende tutto plasticoso e finto. Qui al contrario si vedono corpi realistici e veri che rendono il tutto più credibile.

In sintesi, da recuperare.

p.s.

L’ho scoperta grazie al sempre ottimo blog Evil Monkey Says, bookmarkatelo.