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martedì 21 marzo 2017

Una battuta è nulla, senza un ritmo controllato

La differenza tra una battuta efficace e una battuta che non funziona sta molto spesso nel suo ritmo e nei suoi tempi. Certo, spesso è l'idea alla base della battuta a decretarne la genialità, ma un bello spunto mal sfruttato lascerà quasi tutti indifferenti e cadrà quasi sempre nel dimenticatoio.

Per puro caso (cazzeggiando ho trovato la gif che trovate più giù) mi è venuto sotto mano un esempio per illustrare questo punto, ed è legato a una delle battute più semplici ma più divertenti che abbia mai visto, tratta da Una pallottola spuntata. Vi linko il video che la racchiude, dandovi solo un po' di contesto: il tenente Drebin sta cercando un importante documento per incastrare il cattivone di turno. Ecco il video:


A me è rimasta così tanto impressa che, ormai, se sento parlare di Bingo mi suona in testa la voce di Drebin, a prescindere dal contesto.

Ma torniamo ai tempi comici e alla messa in scena. Qua sotto vi metto una gif animata della stessa battuta. Notate però la scritta che è stata aggiunta.



Ora, secondo me nella versione del video le cose funzionano grazie alla sequenza degli eventi: Leslie Nielsen apre di soppiatto un cassetto, trova qualcosa che noi non vediamo, ma la sua espressione colpita e il fatto che usi la classica esclamazione di chi ha trovato qualcosa di utile, ci portano ad aspettarci una rivelazione importante. Trattandosi di una commedia che sfotte tutti i cliché del poliziesco e altri generi, come appunto certe frasi fatte, scopriamo poi trattarsi solo di una cartella del Bingo, del tutto inutile ai fini dell'indagine, ma perfetta per il tono delirante del film. 

Gli autori mettono tutto in sequenza in modo da creare un'aspettativa che poi disattendono, che è uno dei capisaldi della comicità.

Nell'ipotetica versione della gif invece tutto questo non succede, perché Debrin apre di soppiatto il cassetto, trova qualcosa che noi non vediamo e lo colpisce, ce lo mostra facendoci vedere che si tratta di una cartella del Bingo e solo allora dice "Bingo!", ma a quel punto noi già sappiamo di che si tratta, quindi l'effetto è solo ridondante e pure un po' confuso.

Se gli autori del film avessero inserito la battuta di Nielsen dopo la rivelazione della cartella del Bingo, avrebbero bruciato una bella intuizione con una esecuzione raffazzonata.

Approfitto del post per ricordavi che Una pallottola spuntata è nato come telefilm, e vi consiglio di recuperare la serie che per certi versi è più delirante dei lungometraggi.


giovedì 24 dicembre 2015

Non è come la scrivi tu, è come la disegnano loro. Working Methods è un bel dietro le quinte del fare fumetti.

Se la stessa sceneggiatura viene assegnata a disegnatori diversi, il risultato cambia. Anche parecchio.


Sento dalle retrovie un sonoro “Graziarcazzo!”. Concordo, però non si nasce tutti imparati. Inoltre non è nemmeno scontato che tutti i  lettori di fumetto sappiano di preciso quali sono e come sono definiti i ruoli di sceneggiatore e disegnatore. 

Se la storia, di norma, la decide lo sceneggiatore, così come i dialoghi, quando si tratta di dover decidere la “regia” della storia, spezzare il tempo nelle singole vignette, decidere come montarle nella singola pagina, quanto è farina del sacco dello sceneggiatore, e quanto del disegnatore?

La risposta più banale e sincera è: dipende. Dal team creativo, dalla serie, dalla casa editrice, da diktat editoriali e da un sacco di altri fattori. Proprio questa varietà di variabilità rende ogni storia un caso a se e la sua analisi potenzialmente interessante. Analisi che a posteriori può far credere che determinate scelte siano frutto, per dire, dello sceneggiatore, prendendo magari una cantonata che allo stesso tempo fuorvia l’analisi e non paga il giusto tributo al disegnatore.


Questo pippotto introduttivo per spiegarvi come mai abbia comprato e divorato Working Methods, un volume che raccoglie tre sceneggiature brevissime ( 3 pagine l’una) disegnate da un totale di 8 disegnatori diversi. Una sorta di making-of/intervista/commento ideato da John Lowe (autore anche di una delle tre sceneggiature), che ha raccolto le impressioni dei vari artisti andando a chiedere loro in che modo hanno affrontato i testi, dai primi bozzetti alla tavola ultimata, passando per layout, chine, documentazione e tutto il resto.

Se le domande sulla tecnica di disegno pura, l’uso dei materiali e delle tecnologie può incuriosire di più i disegnatori, per quanto mi riguarda l’affare si fa interessante quando i vari artisti spiegano come mai hanno deciso di prendere la sceneggiatura come una traccia su cui lavorare, e non come un libretto di istruzioni da seguire a menadito. 

Potrei tirarla per le lunghe ma credo sia più utile, e più chiaro, mettere direttamente una sceneggiatura e le corrispondenti tavole disegnate da 3 autori. Le trovate in fondo al post.


La sceneggiatura è di Mark Kneece, mentre al tavolo di disegno ci sono Mark Schultz, Kelsey Shennon e Mark Brunner. A colpo d’occhio si nota come la differenza macroscopica tra i tre sia la scelta della gabbia. Schultz ha optato per una gabbia rigida, metodica, a sei vignette tutte più o meno uguali, mentre gli altri due hanno scelto quella più libera in cui le dimensioni e la posizione variano secondo scelte ben precise per determinare il ritmo della storia.

Chi ha fatto la scelta migliore? Ma c’è una scelta migliore, a priori?

Se la gabbia è uno strumento macroscopico nell’arsenale dei fumettisti, tutto quanto viene messo al suo interno (e quanto viene scelto di lasciare fuori all’immaginazione del lettore) diventa per quanto piccolo un mezzo per raccontare al meglio la storia.

Paragonando le tre storie si possono notare certe interessanti discrepanze non tanto tra di loro (come è ovvio aspettarsi), ma tra il disegno e la sceneggiatura. C’è chi ha cercato di essere molto fedele al testo, chi ha preferito eliminare vignette ideate dallo sceneggiatore, chi invece spezzarne alcune. Le inquadrature differiscono spesso da quanto richiesto: i disegnatori ci hanno visto giusto quando hanno preferito allargare il campo visivo del lettore, o era meglio seguire l’intuizione dello sceneggiatore?


E tra un disegnatore e l’altro notate chi abbia deciso di sfruttare maggiormente le luci per guidare l’occhio del lettore, e chi ha preferito far svolgere questo compito alla recitazione dei personaggi e al loro posizionamento all’interno delle singole vignette? E i passaggi tra una vignetta e l’altra come sono stati resi? Solo da quanto succede al loro interno, o anche da trucchi grafici che sottolineano i rapporti di causa e effetto, oltre al passare del tempo?

Un sacco di domande (ma solo alcune) che chi fa fumetti si deve porre e che vi mollo con lo scopo di incuriosirvi a ragionare su questi esempi, e magari farvi venire voglia di recuperare il volume per scoprire le ragioni dietro le scelte dei vari artisti.

Perché si tratta di un tipo di lavoro di analisi che non si trova poi così spesso in giro. Gli autori si dilungano, per fortuna, nello spiegare i ragionamenti che li hanno portati a fare certe scelte, tutti spinti in sostanza da pochi principi:

essere chiari
essere leggibili
rendere la storia interessante

e tutti sottolineano come il “bel disegno” e il “design figo” debbano lasciare lo spazio al racconto e alla chiarezza. Alcuni, inoltre, sono così onesti da notare i propri errori e scelte infelici: le interviste sono state redatte mesi dopo il completamento delle storie, dando loro modo di rileggerle con occhio fresco, e più distaccato.

Se i fumetti vi piacciono, e ancora di più se li volete fare, vi consiglio di recuperare il volume, si tratta di poco più di 170 pagine belle zeppe di osservazioni teoriche con la loro declinazione molto molto pratica. In formato cartaceo si trova a fatica e a non poco, però io l’ho comprato in versione digitale a un prezzo più che onesto. Lo trovate qua sul sito dell’editore, la TwoMorrows Publishing.





mercoledì 16 dicembre 2015

Il futuro dello Storytelling e studiare gratis senza muoversi da casa

Un paio di anni fa ho seguito un bellissimo corso dedicato allo Storytelling e alle sue varie declinazioni. A Potsdam, in Germania.

Senza però muovermi da casa.

Christina Maria Schollerer, host del corso nonché scrittrice e produttrice
Si è trattato di un MOOC, un Massive Open Online Course, cioè un corso online aperto a tutti, che ha visto la partecipazione più di 90mila studenti. Che non hanno pagato un centesimo e si sono goduti un bel po’ di contenuti multimediali.

E se ve ne parlo ora è perché ho scoperto per caso, parlandone con un paio di amici sulla necessità di aggiornarsi nel proprio lavoro di narratori, che parte del materiale si trova ancora online, sulla pagina youtube ufficiale del corso, che trovate qua

Come potete vedere scorrendo i titoli dei video, il corso parla dello storytelling in senso ampio, andando ad analizzare quelle che sono le basi del racconto e della narrazione, ma cercando di declinarle di volta in volta in situazioni specifiche e un po' fuori dall'ordinario.

Una domanda meno oziosa di quanto possa sembrare
Che differenze ci sono tra una serie pensata e scritta per il web e una per la tv? E una serie a cadenza settimanale è diversa da una a cadenza giornaliera?

Nei videogiochi lo storytelling come funziona?
La realtà aumentata che possibilità crea per uno che vuole raccontare una storia?


Sono sono solo alcuni degli svariati quesiti interessanti a cui il corso cerca non tanto di dare risposte precise per ogni singolo caso, ma preferisce offrire allo studente parecchi strumenti per poter, volendo, approfondire il discorso con ricerche personali. Una serie di concetti che possono essere usati come bussola per muoversi nei vari ambiti. In questo le interviste a un gruppo eterogeneo di storyteller sono un’ottima aggiunta, con l'analisi di esempi precisi che vengono smontati per mostrare i vari modi in cui il racconto può mutare a seconda delle necessità creative o produttive.

E, come ogni corso che si rispetti, viene suggerita una bibliografia per approfondire i temi affrontati, e venivano richiesti anche dei compiti a casa. Di nuovo, compiti diversi di settimana in settimana a seconda dell’uso che si vuole fare dello storytelling. Interessanti e fuori dal solito, come creare un personaggio da zero con tanto di profili social da far interagire, volendo, con altri personaggi inventati dagli studenti.

Insomma una roba che ho trovato parecchio curiosa e stimolante. Come dicevo sopra, molti dei video sono ancora disponibili online e continuano a essere visibili da chiunque, ed è probabile che vi troviate qualcosa di vostro interesse. 

Gratis, ripeto. Contenuti di alto livello, zeppi di informazioni e riflessioni interessanti, in una forma curata e comoda. Spero di trovarne altri e, anzi, se ne conoscete di simili fatemi un fischio.

giovedì 12 novembre 2015

Conan il Barbaro, bodybuilding, doping e letteratura fantastica

“Come funziona il tuo lavoro?”

È una domanda che ogni tanto mi sento rivolgere e a cui rispondo spesso con: dipende. Per farvi un esempio, quest’anno mi sono trovato a collaborare alla Guida alla narrativa Fantastica per i tipi di Odoya, curata da Claudio Asciuti, che trovate in libreria in questi giorni. La richiesta di Claudio è stata di parlare di alcuni aspetti tipici della narrativa fantastica, nell’ambito del fumetto. Amazzoni, barbari, armi magiche, luoghi fantastici. Scimmioni. Li ho affrontati tutti e un altro paio, ma vediamone uno in particolare.

Barbari? Conan, ovvio.

No, l'altro Conan, Conan.
Meno ovvio è stato, per me, trovare una chiave di lettura che mi permettesse di parlare di uno dei personaggi più influenti, conosciuti e dibattuti della narrativa popolare. Non mi è stato d’aiuto nemmeno il fatto che pur avendo letto tutti i racconti scritti da R.E. Howard, letto parecchi fumetti e visto i film a lui dedicati, Conan non sia tra i miei personaggi preferiti. Ma scrivere per lavoro significa scrivere al di là di preferenze e simpatie. Il committente dice “Mi scrivi un pezzo su questo argomento?” e tu rispondi “Quante battute?”.

La chiave di lettura che ho scelto, e che mi ha permesso di seguire un filo conduttore nel raccontare 60 anni di Conan a fumetti, mi è venuta in mente grazie a Chris Bell.

Arnold a sinistra, Chris Bell con cappellino a destra.
Chi è Chris Bell e come si incastra con Conan e i fumetti? La risposta è semplice: Chris è un documentarista e uno dei suoi eroi è Arnold Schwarzenegger. E Arnold Scwharzenegger è diventato da 40 anni sinonimo di Conan il Barbaro, con buona pace dei filologi howardiani. S’intravede dove voglio andare a parare? Andiamo con ordine.

Nelle descrizioni di Howard, Conan viene dipinto come un uomo dalla prestanza fisica superiore ma comunque agile, svelto, sinuoso come una pantera. Muscoloso senza dubbio, ma non un gigante dalle vene pulsanti e muscoli in sovrabbondanza. E questa descrizione viene mantenuta più o meno fedele anche nei fumetti, in particolare quelli della prima ora usciti per la Marvel a partire dagli anni ’70. Sarà solo col passare dei decenni che il Conan a fumetti vedrà i propri muscoli gonfiarsi sempre più, un riflesso dell’evolversi della figura maschile nella cultura popolare che investe bene o male tutti i personaggi di fantasia. 
No, Arnold, l'altro Conan.
E qui torniamo a Chris Bell e al suo ottimo documentario intitolato Bigger, Stronger, Faster dedicato al doping. Cresciuto nel culto degli atleti del wrestling e degli eroi di azione come Stallone e Schwarzenegger, Chris con i suoi fratelli si da al bodybuilding e al powerlifting per diventare più forte e più grosso. Sarà solo passati i venti anni, grazie a scandali sportivi e di costume, che scoprirà che i suoi beniamini hanno costruito i propri fisici anche grazie a sostanze dopanti. Da qui la decisione di fare un documentario sul doping e interrogarsi sul perché le persone decidano di doparsi e su come siano rappresentati gli atleti e gli eroi di azione. Se Sean Connery, che è stato culturista, era abbastanza prestante da poter essere James Bond, come mai ora il suo fisico sembrerebbe mediocre ai più? Sono domande e riflessioni che Chris si pone e lo portano a guardare al cinema e alla tv come parti integranti nella creazione delle aspettative del pubblico per quanto riguarda l’aspetto dell’eroe. E torniamo a Swarzennegger e al suo Conan.

Arnold è stato un personaggio fondamentale nel plasmare l’iconografia dell’eroe d’azione e ci è riuscito partendo da lontano, diventando, prima che un divo del cinema, il volto del bodybuilding. La sua personalità over the top è stata parte integrante del successo della disciplina del culturismo, che grazie a lui passa da hobby per una nicchia di persone appassionate a fenomeno mainstream e industria multimilionaria. Arnold diventa il prototipo del bodybuilder, il traguardo che tutti quelli che sollevano pesi vorrebbero raggiungere e superare. Il documentario Pumping Iron, di cui è protagonista con Lou Ferrigno (altro fisico da fumetti, l’uomo che interpretò l’incredibile Hulk in televisione), lo rendono un volto noto al grande pubblico. Quando arriva a interpretare Conan sembra quasi che i (pochi) panni del barbaro gli stiano stretti non solo letteralmente ma anche come idea: se oggi pensando a Conan ci viene in mente un ammasso di muscoli lo dobbiamo ad Arnold, al suo carisma, al suo essere bigger than life e probabilmente anche bigger than fantasy. 

Disegnato da Sal Busema & Alfredo Alcala 1970
Disegnato da Claudio Castellini 1997




















Se il cinema ha visto questa esplosione di muscoli, il fumetto non è stato a guardare e il mio pezzo sfrutta questa progressione muscolare come filo rosso per raccontare in che modo la vita editoriale a fumetti di Conan si sia evoluta non solo nei contenuti ma anche graficamente. Nel mio pezzo mi concentro nel raccontare in che modo Conan è arrivato in Marvel (ed è stato un arrivo un po’ rocambolesco per cui dovete ringraziare Roy Thomas e la sua spregiudicatezza) passando poi per DC Comics e Dark Horse, ma è anche un modo leggero per sottolineare come l’aspetto visivo e l’idea stessa del personaggio siano evoluti negli anni divenendo, nella cultura popolare, qualcosa di simile ma molto diverso rispetto all’idea originaria creata da Howard. Stessa riflessione che si trova anche nel pezzo in cui vi parlo di Wonder Woman e che si lega alla mia idea personale dei personaggi seriali: non esiste un’unica versione vera di un personaggio seriale, ma tante quanti sono gli autori che l’hanno raccontato. Compresi, nel caso di Conan, quegli autori che ne fecero un fumetto non autorizzato per l’editoria messicana a partire dal 1952. Se siete curiosi di approfondire, vi tocca leggere la Guida alla letteratura fantastica. 


Quindi alla domanda “Come funziona il tuo lavoro?” io spesso non so rispondere in maniera concisa perché quasi ogni cosa io scriva nasce nella maniera più disparata. Chi lo avrebbe mai detto che un documentario sugli steroidi mi sarebbe tornato utile, a distanza di anni, per trovare la chiave di lettura comoda per scrivere di Conan?


Vi lascio con un estratto da Bigger Stronger Faster in cui viene mostrata l’evoluzione del fisico dei GI Joe. E nel caso il doping sia un argomento che vi interessa vi invito a guardare il documentario, è davvero interessante.

venerdì 20 febbraio 2015

Il taccuino migliore è quello che hai riempito di idee. O di come organizzo il mio lavoro negli ultimi tempi.

Qua sul blog e soprattutto sui social ho già detto quanto mi piacciono i taccuini, soprattutto se hanno un design curato, se sono robusti, comodi e se ci si scrive bene sopra. Ogni tanto qualche collega oppure qualche amico che non scrive ma è curioso, mi chiede perché usi così tanto i taccuini e in che modo li usi. Provo a rispondervi.

Il perché è molto semplice: per raccogliere le idee mi trovo molto meglio con carta e penna che con monitor e tastiera. Carta e penna mi permettono una libertà di movimento che, ora come ora, col digitale non ho ancora trovato. Si, ci sono programmi fatti apposta per prendere appunti o fare schemi e mappe mentali, ma quelli che ho testato non mi soddisfano. Lo so, una motivazione molto terra terra ma dopotutto vi sto parlando di questioni pratiche. Come pratici sono i modi in cui li uso. Modi che nel tempo variano, un po' perché ne provo di nuovi vedendo quelli usati da altri scrittori, un po' perché magari mi parte un progetto in zone che non ho mai battuto prima e devo imparare a gestire aspetti del lavoro che non ho mai affrontato prima.

Da qualche mese, per esempio, adotto una strategia che non avevo mai provato e che mi sta aiutando a organizzare meglio le cose. È di una banalità sconcertante ma non ci avevo mai pensato.  Guardando la foto orrenda che vi metto qua sotto credo si intuisca questa botta di genio che ho avuto:



Ogni taccuino è dedicato a un singolo e distinto progetto. Ve l’ho detto, banale e anticlimatica. Però per me è una novità.

Per anni ho usato un solo taccuino per raccogliere le idee, gli spunti, gli appunti che mi passano per la testa o per i 5 sensi. E continuo a farlo, sia chiaro. Da una parte lo trovo essenziale e so che non ne posso fare a meno se voglio tenere traccia di cose che mi interessano, dall’altra l’ho sempre trovato un po’ confusionario se ci si segna molte cose, magari per progetti diversi. Certo, uno potrebbe dirmi di non appuntarmi tutto, che magari non serve. Però quando si tratta di idee e segnarsi le cose io sono di quelli che considera questo specifico consiglio di Stephen King una minchiata:

“Se non ti ricordi un’idea significa che non era un granché.”

e sono più della scuola di Warren Ellis

“Tu non sei Stephen King.”

E infatti io mi segno praticamente TUTTO.

Il problema di scrivere tutto è che gli appunti diventano spesso innavigabili. Probabile che sappiate di che parlo anche se non scrivete di mestiere: se avete mai accumulato troppe mail, oppure vi siete segnati quel centinaio di link fichi dicendo “si poi controllo” o le decine di video che avete messo in una playlist pensando “quando c’ho due minuti”, ci stiamo capendo. Non crediate che chi scrive affronti chissà quali problematiche esoteriche e complesse; una grossa fetta del lavoro di chi scrive consiste nel processare informazioni e renderle coerenti in qualche modo. Non è proprio semplice, ma non è di certo la cosa più complessa della storia. E ci sono vari metodi per cercare di imbrigliare il caos e dargli schiaffazzi finché non prende una forma che più o meno vi aggrada.

Ora, io continuo a segnarmi TUTTO su un  paio di taccuini che porto quasi sempre con me. Il passo successivo, per diversi anni, è sempre stato più o meno quello di riversare gli appunti sul computer, smistandoli nelle varie cartelle: progetti in corso, progetti in nascita, idee vaghe, cose a caso. Più o meno la cosa ha funzionato.

Da qualche mese però ho deciso di provare un approccio diverso, aggiungendo uno step cartaceo tra i due che vi ho esposto. Ora invece di passare dai taccuini generici al pc, preferisco raccogliere tutti gli appunti di un determinato progetto in un taccuino dedicato solo a lui. Il motivo per cui i notebook che vedete nella foto hanno tutti colori diversi è per aiutare a distinguerli e dare una mano in più a mantenere un certo ordine nei miei documenti. Di nuovo, si tratta di una mia predilezione per l’uso di carta e penna che mi aiuta, copiando a mano gli appunti, a raccoglierli con una certa logica che il pc, per ora, non mi permette. E forse non è solo una questione di logica, ma anche di manualità. Che quando si parla di scrittura sembra sempre sia tutto metafisico e telepatico, ma, per come scrivo io, sento il bisogno di poter usare le mani e poter muovere qua e là gli appunti. Tracciare segni sulla carta mi facilità la concentrazione.

Posso farmi uno schema veramente scemo della trama, una banalissima freccia che va da sinistra a destra e sotto di essa segnarmi “inizio - casino incredibile - soluzione geniale - finale pirotecnico” tanto per dare una direzione ai miei pensieri.

Oppure raggruppare una serie di parole che toccano l’argomento della storia cui lavoro e che so mi aiuteranno a ragionarci sopra e trovare spunti tipo “benzina tergicristalli fango camomilla mappa pesca” e da ciascuna far partire una freccia con un altro termine per libera associazione.

O ancora segnarmi i nomi dei personaggi che mi devo studiare se voglio tentare di scrivere una serie già esistente, e vicino loro appuntarmi il carattere che ne ricavo leggendo le loro storie.

Oppure tracciare dei layout delle tavole da sceneggiare e disegnare degli omini tanto stilizzati e brutti quanto, per me, perfetti per chiarirmi le idee su come muovere i personaggi all’interno di vignette e tavole.
Insomma, lo ripeto, è una questione pratica, proprio manuale: carta e penna con me funzionano bene. E soprattutto sono molto portatili, il che diventa utile quando mi trovo a lavorare in giro. Non che io sia un reporter o viaggi di continuo, tutt’altro. Ma ho da sempre l’abitudine di scrivere e leggere anche in pubblico. Uno dei vantaggi che apprezzo di più del mio lavoro è quello di poterlo fare seduto al tavolo di un bar. Prima o poi ne parlerò diffusamente, ma diciamo che poter osservare le persone intorno a me, o magari rubar loro qualche discorso, mi riempie sia la testa che lo spirito.

Quindi poter pigliare un taccuino, tipo quello con i cerchi bianchi che vedete nella foto, e avere con me tutto, o quasi, quello che mi serve per poter lavorare su quel progetto seduto su una panchina, o in biblioteca o al tavolo di un bar in riva al mare, è un vantaggio che trovo meraviglioso.

Certo, tutto quanto vi ho raccontato qua, si riferisce solo a una parte del lavoro che faccio. Nel momento in cui devo scrivere la sceneggiatura, son costretto a farlo col pc (per quanto ne abbia scritta più di una col portatile in un bar), stessa cosa se devo spaccarmi di ricerche online. Il taccuino non è l’unico strumento di lavoro che uso, ma è di sicuro uno di quelli che preferisco. Col suo essere raccolto, concluso in se stesso, mi da l’impressione che i miei appunti, per quanto confusi e in fase di coordinamento, siano al loro posto.

Altro discorso quando il materiale accumulato mi pare sufficiente per poter lavorare in maniera più massiccia, coordinata e precisa sulla trama. A quel punto ho bisogno di fogli, tipo banalissmi A4, e fogli più piccoli, dimensione da post-it, su cui segnare le varie fasi della storia, da muovere qua e là per montare la storia. Però sempre col taccuino sotto gli occhi che mi funge da vademecum se durante la stesura della trama mi sembra di prendere una direzione sbagliata.


Insomma, il mio metodo si prendere appunti e usare i taccuini più o meno è questo. Studiare e conoscere i metodi altrui può darci spunti nuovi per migliorare i nostri. Il mio potreste trovarlo utile, come una cagata pazzesca. Il che va comunque bene perché, citando Bruce Lee “Assimila quanto trovi di utile, scarta quello che ti sembra inutile e aggiungi quello che è unicamente tuo.”. Lui parlava di arti marziali, ma credo si adatti a tutte le attività. 

lunedì 24 novembre 2014

Come l'ha girata lui, questa? - Paolo Morales sul Narrare con le immagini

Partiamo dalla fine. In chiusura di questo Narrare con le immagini, Paolo Morales (sceneggiatore, disegnatore e storyboarder scomparso nel 2013, qui la bio completa) scrive:

“Niente di definitivo. Solo alcuni fatti che generano molte domande e un’ipotesi.”

Credo riassuma molto bene l’attitudine e lo stile con cui ha scritto questo saggio. Parlo di saggio e non di manuale perché Morales lo imposta come una serie di brevissime lezioni in cui smonta immagine dopo immagine alcune sequenze di film notissimi e un po’ meno per spiegare come queste funzionano. Poca teoria, molta pratica e smontaggio.


Certo, Morales spiega la teoria che sta alla base del racconto filmico. Però non si limita a sciorinare cosa siano piani e campi facendo la lista della spesa elencandone i vari tipi. Per ognuno di loro prende una scena di un film e spiega la loro funzione narrativa: perché dopo questo primo piano ci sta meglio un dettaglio? perché questo mezzo busto di quinta sarebbe, in teoria, sbagliato ma qui funziona splendidamente?

Tutto per cercare di rispondere alla domanda che si pone ogni regista: “Come la giriamo, questa?”. Una domanda che apre decine di risposte, alcune giuste, alcune sbagliate.

Una domanda a cui si può invece dare risposta sicura è “Come l’ha girata Lui, questa?”, dove i vari Lui sono Coppola, Kubrick, De Palma e altri pezzi grossi, o anche meno grossi come Jonathan Demme, il regista de Il silenzio degli innocenti. Morales, per esempio, prende la sequenza in cui Clarice/Jodie Foster entra per la prima volta nel manicomio in cui è incarcerato Lecter: fa la conoscenza del(l’antipaticissimo) Dr. Chilton, scende con lui nei meandri dell’edificio fino ai sotterranei dove finalmente si trova faccia a faccia con Hannibal il cannibale. Pochi minuti che Morales disseziona inquadratura dopo inquadrature per dimostrare in che modo le scelte attuate da Demme funzionino per sottolineare il punto di vista di Clarice e aumentare il coinvolgimento del pubblico. Potevano esserci altre soluzioni e scelte? Sicuro. Potevano essere migliori? Non è sicuro. Di sicuro c’è che queste sono state scelte con in mente una funzione ben precisa e quella riescono ad attuarla.



Ma questo è solo uno dei vari esempi che Morales si diverte (e leggendo il volume si percepisce proprio quanto lui si appassioni e diverta nello studiare il racconto per immagini, un bonus non da poco che rende la lettura ancora più interessante) a smontare, sempre sottolineando come la scelta che ogni regista e montatore attua non è detto che sia la scelta migliore in assoluto e nemmeno, magari, la più perfetta a rigor di manuale. Però, scena girata e montata alla mano, è una scelta che ha dato un risultato ottimo.

Quindi pratica pratica pratica, sia quando si scrive/disegna/gira sia quando si studia: guardare un film o leggere un fumetto per godersi la storia è un conto, ma poi se uno vuole capire davvero come raccontare per immagini lo deve pure smontare. Senza dimenticare comunque quel minimo di teoria che sta alla base di un certo modo di raccontare. Come a esempio l’effetto Kuleshov, vecchio come il cucco, teorizzato negli anni ’10/’20, ma ancora alla base del racconto per immagini. Ovvero che il significato di un’immagine cambia a seconda del contesto in cui questa viene inserito: la stessa identica immagine dello stesso attore, con la medesima espressione, cambia e appare diversa a seconda dell’immagine cui viene giustapposta. Si certo, per voi uomini moderni e di mondo è ovvio, ma agli albori del cinema tutto andava imparato e sperimentato passo passo per capire come manipolare l’emozione degli spettatori. E guardando l’esempio usato da Kuleshov e quello successivo di Hitchcock che vedete qua nel post, c’è da chiedersi quanto si sarebbero divertiti oggi a giocare coi meme. 


E “giocare” mi pare sia un attitudine che per quanto non esplicitata da Morales venga un po’ sottintesa nel suo scrivere: ci sono immagini che ci passano per la testa, ci sono metodi per poterle rendere reali, scopriamo quali funzionano e quali no. Spingiamoci oltre il già visto e già fatto e vediamo dove possiamo arrivare. Nell’ultima parte del volume Morales parla di Kill Bill di Tarantino, e analizza una sequenza d’inseguimento presa da Bad Boys II di Bay (sapete quale, quella con le auto lanciate dal camion). Ora, al di là di quello che pensate dei due film e dei due registi, è innegabile che siano due che si divertono in quello che fanno e non si fanno problemi a spingersi sempre più in là nel fattibile. I risultati possono essere molto diversi tra loro, ma la voglia di provare è, credo, innegabile.

Insomma, ‘sto saggio me lo sono proprio gustato. Se siete del tutto digiuni dal linguaggio tecnico del cinema non è un problema: Morales spiega bene e in maniera sintetica la terminologia necessaria per comprendere tutto. Se già masticate un po’ le cose secondo me non vi potete annoiare perché gli esempi analizzati sono così tanti, così diversi e raccontati così bene da potervi dare di sicuro qualche spunto su cui riflettere, o farvi venire voglia di rivedere i film citati per osservarli con occhio più critico. 


lunedì 21 maggio 2012

Baciami come Gene Wilder

Frankenstein Jr. è il frutto della collaborazione tra Mel Brooks e Gene Wilder. Anzi, Gene Wilder ne è stato il promulgatore, trattandosi di una sua idea a cui ha lavorato per diverso tempo prima di proporla a Brooks.

Frankenstein Jr. è tra i pochi film che io guardo almeno una volta all’anno da che ho memoria. Ogni volta rido, o perché anticipo le battute che ormai so a memoria, o perché riesce ancora a stupirmi. Credo sia una delle storie che più mi abbiano influenzato a livello di umorismo. Influenza non cercata ne studiata, ma semplicemente assimilata.

Quindi se a me piace un certo tipo di umorismo, sia che si tratti di assumerlo o proporlo, buona parte della colpa è di Gene Wilder. Normale che mi sia letto la sua autobiografia. Normale che l’abbia trovata molto divertente e interessante. Curioso che vi abbia trovato descritto dentro un uomo pieno di paure, che ha passato diverse crisi esistenziali e che ha avuto un rapporto difficile con gli altri, in particolare con le donne. Rassicurante che Wilder riesca a parlare delle proprie sfighe personali con una leggerezza e ironia che secondo me riesce allo stesso tempo a stemperarle e a dar loro un peso maggiore sul suo percorso di crescita.

Gilda, Sparkle, Gene.
Voglio partire dal fondo. Wilder si è spostato negli anni ‘80 con Gilda Radner, comica strepitosa del SNL. Gilda si è ammalata di cancro e ha dovuto subire un intervento. I due aspettano che i dottori diano il via libera al ritorno a casa.  E il segnale di via libera ve lo lascio descrivere da Wilder:

“Trascorse quasi due settimane intere al Mount Sinai Hospital con un sondino nasogastrico nel naso. Lo odiava, come tutti, ma non potevano rimuoverlo finché non ci fossero stati segni di ripresa della funzionalità intestinale. E il segno tangibile che i medici stavano aspettando era un’incontrovertibile scorreggia. Dopo dieci giorni lei produsse una piccolissima, graziosa scorreggia.”

Credo che in questo passaggio ci sia racchiusa buona parte della visione del mondo di Wilder. La capacità di cogliere aspetti ridicoli, dissonanti e grevi della vita, e di raccontarli con leggerezza e sincerità. Inoltre penso ne esca anche l’amore di Wilder per la moglie che, da li a poco, morirà.

Raccontare in questo modo così efficace la gretta realtà della vita non so se sia un dono di natura, di sicuro però è una capacità che viene affinata nel tempo lavorando molto. Wilder dice di aver imparato osservando come hanno fatto quelli prima di lui. Mi verrebbe da fare un distinguo tra recitare e scrivere, ma sostanzialmente si tratta in entrambi casi di raccontare qualcosa. Per cui che un grande attore sappia anche raccontare, per quanto magari non sia la norma, non è del tutto eccezionale.

Wilder cita tra le sue influenze Chaplin. Mi pare giusto, si deve guardare ai più grandi se si vuole anche solo sperare di essere poco più che mediocri nel proprio mestiere. L’insegnamento che desume da Chaplin è quello di non esagerare, non forzare, non strafare. Come dice Gene:

“Se l’azione o il gesto fisico che stai compiendo è divertente di per sé, non devi calcare la mano recitando in maniera buffa… Sii naturale e il divertimento aumenterà.”

Sono convinto ci sia del buono anche per chi scrive in questa frase.
 
Non so se Wilder abbia tenuto fede a questo approccio 24/7 per tutta la sua carriera, ma di certo è che alcuni suoi ruoli strepitosi sembrano seguire il consiglio fino in fondo. 


Mi viene in mente soprattutto la sequenza tratta da Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, di Woody Allen, in cui Gene interpreta un dottore che si innamora di una pecora. Un’idea che poteva essere rovinata se resa in maniera volgare o strombazzata, risulta per me fenomenale grazie alla recitazione piana e discreta di Wilder. Lo stesso Allen dice che ha scelto Gene perché gli serviva un attore che sapesse rendere credibile l’innamoramento di un uomo per un animale. Il risultato mi sembra dargli ragione.

Come dicevo, recitazione o scrittura cambia poco quando si parla di attitudine al racconto. Prendete il passaggio in cui Wilder racconta la sua esperienza con i preservativi. Accadde circa un mese dopo la morte della madre:

“Poi capitò una cosa strana: circa un mese dopo comprai per la prima volta un preservativo. Non sapevo esattamente come usarlo; mi sembrava complicato. Mi chiedevo quando indossarlo di preciso, se occorresse chiedere l’aiuto della donna, quando toglierlo… Naturalmente, la domanda più calzante sarebbe dovuta essere: “Qual è la donna a cui chiedi, nel bel mezzo di una chiacchierata, di aiutarti a infilare un pezzo di gomma sul pene?”
A proposito, già all’epoca non pregavo più così tanto.”


Il suo rapporto col sesso e con l’altro sesso viene affrontato in maniera molto franca nell’autobiografia, raccontando dei matrimoni falliti e del rapporto difficile e sofferto con la figlia adottiva. Tutto quanto raccontato però senza patetismi e, per quel che si può capire sentendo una sola campana, in maniera molto sincera.

Quindi che abbia scritto Il più grande amatore del mondo, di cui è anche protagonista, sembra quasi un modo per raccontare e forse esorcizzare i suoi trascorsi di amante. Ad esempio racconta così un suo incontro da una botta e via con una certa Karla, in un periodo nerissimo del suo primo matrimonio.

“Ero sul punto di bussare alla porta di Karla, quando sentii la voce di un uomo  provenire dall’appartamento, e poi anche quella di Karla. Pensai: Sarà un vicino, un parente, chissà? Bussai.
Venne ad aprirmi Karla. Scorsi quello che mi parve un uomo d’affari ben vestito che infilava la camicia nei pantaloni. Allungò una mano per prendere la sua giacca e Karla ci presentò. Non ricordo come si chiamasse, di lui ricordo soltanto il particolare della camicia.
L’uomo si congedò con molta educazione e Karla mi invitò a entrare e a mettermi a mio agio. (Avevo capito bene? Si supponeva che io dovessi pagarla?).
Mi offrì del caffé e poi mi invitò nella sua camera da letto, come se ci fossimo già messi d’accordo prima. Karla incominciò a spogliarsi. Dopo qualche goffo momento di titubanza, mi spogliai anch’io.
“Sai che c’è” mi fece “ultimamente sono diventata ninfomane.” Alla frase seguì una risatina.
“A questo punto della mia vita mi sento un po’ sola. Questo è quanto. Spero che non ti dispiaccia”.
“A me? No, certo che no” (Mio Dio che sto dicendo? Mi sembra di essere Woody Allen)
M’infilai nel letto insieme a lei, ci scambiammo qualche bacio e subito dopo lei se “lo” infilò dentro. Penso che a voler contare si sarebbe arrivati a sette-otto e poi boom!
Cercai di essere il più gentile possibile, compatibilmente con l’assurdità della situazione. E in effetti anche lei si sforzò di fare altrettanto. Volevo soltanto uscirmene. Dopo una serie di educati ringraziamenti, pronunciai un educato “Buonanotte, Karla” e me ne andai.”


Tutto un altro universo rispetto al rapporto con Gilda, che suggerì a Gene un titolo da usare prima o poi, Baciami come uno sconosciuto, poche settimane prima di morire. Wilder racconta di aver visitato spesso la tomba di Gilda, in compagnia del cagnolino Sparkle:

“Mi recavo al cimitero più volte a settimana solo per dire qualche parola a Gilda e per permettere a Sparkle di fare pipì sulla sua tomba. Sapevo che Gilda ne sarebbe stata felice.”

Scene così le crea solo la vita e l'autobiografia ne è zeppa.



giovedì 1 marzo 2012

Corso di sceneggiatura a Genova

Settimana prossima parte la quarta edizione di Professione Sceneggiatore, il corso di narrazione tenuto da Sergio Badino.

Si tiene all'Accademia Ligustica e avete tempo per iscrivervi fino al 6 marzo, giorno d'inizio corso. Qua tutte le info.

Premesso che io e Sergio ci conosciamo da anni e che condividiamo lo stesso studio da qualche tempo, spendo due parole sul corso. Io l'ho seguito per tre anni di fila, per vari motivi.

Il primo anno avevo bisogno di rimettermi in moto dopo il periodo di malattia e ho pensato che un corso fosse uno sprone a ricominciare a fare. Perché scrivere è un'attività anche fisica. Così è stato, perché Sergio ha un approccio molto pratico alla scrittura. Si analizzano storie più o meno note per capire come funzionano, si studiano i principi della narrazione e soprattutto si scrive. Molto. Da una lezione all'altra c'è sempre un compito a casa da ideare, elucubrare e scrivere. Volendo sfruttare bene il corso, tocca prendere un ritmo costante alla tastiera, cosa che io avevo perso.

La pratica della scrittura è uno dei mattoni fondanti per chiunque voglia scrivere per lavoro. Questo martellare sulla pratica e sulla consegna dei compiti a casa di Sergio è stato ottimo per il sottoscritto.

Durante il corso inoltre ho avuto anche la fortuna di conoscere un po' di persone interessanti che amano la scrittura e con cui scambiare pareri sui propri lavori. Ed è un motivo in più per cui mi sono iscritto la seconda volta. Sentivo la necessità di mettermi in gioco con altri scrittori per imparare sia a scrivere meglio sia a saper discutere con sconosciuti del mio lavoro e del loro. Nel corso del corso ( heh ) si instaura una dialettica che ho trovato molto stimolante e utile. Si accumulano spunti, suggestioni e influenze che arricchiscono, non solo dal punto di vista professionale.

Inoltre durante secondo anno sono stato piacevolmente colpito da una cosa: Sergio ha rivisto e ricalibrato il corso mettendoci qualcosa di nuovo. Se la teoria si fonda su determinati principi che rimangono gli stessi, a cambiare sono gli esempi studiati per capire questi prinicpi. Per cui da un anno all'altro mi sono trovato a rivedere e smontare film diversi, a conoscere autori nuovi e soprattutto a dover fare compiti a casa radicalmente diversi dall'anno precedente. Credo sia un ottimo metodo per non rimanere fossilizzati sui propri orizzonti e provare a guardare più in là, che magari si scopre qualcosa che ci piace.

Motivo nuovo e foriero di cose interessanti per cui mi sono iscritto una terza volta, l'anno scorso. E sono convinto di aver fatto bene, perché ancora una volta ho conosciuto gente interessante con cui scambiare opinioni, ancora una volta Sergio ha fatto cose nuove che mi hanno fatto conoscere nuoti autori e nuove storie e ancora una volta ho dovuto fare un sacco di compiti, che mi hanno costretto a scrivere cose diverse dal solito facendomi usare stili e tecniche che non avevo mai provato. In sostanza, ogni anno mi sono trovato alla fine del corso più arricchito che all'inizio.

Per cui se vi interessa imparare a raccontare e avete voglia di mettervi in gioco, l'occasione è secondo me ghiotta.

martedì 3 gennaio 2012

I calci in culo favoriscono la scrittura

Sul numero di Topolino che trovate in edicola oggi c'è una mia storia intitolata Paperino e i Bassotti delle nevi, per i disegni di Antonello Dalena. E' il mio esordio in Disney ed è un gran bel modo di iniziare l'anno per il sottoscritto.

Della storia magari ve ne parlo nei prossimi giorni. Oggi invece voglio ringraziare 5 persone:

Sergio Badino
Francesco D'Ippolito
Fderico Franzò
Gabriele Panini
Maurilio Tavormina

Nel periodo in cui ho scritto la storia, condividevamo tutti lo stesso studio nel centro storico di Genova.

Ed è grazie anche a loro se oggi posso comprarmi in edicola. Perché ognungo di loro, ciascuno con il proprio stile, mi ha incoraggiato a lavorare di più, a scrivere di più, a sbattermi di più e soprattutto a spedire la mia roba in giro.

In sostanza, mi hanno preso a calci in culo quando ne ho avuto più bisogno.

E di calci in culo necessitavo in un periodo in cui mi ero lasciato andare. L'onda lunga del post-trapianto mi aveva lasciato poco incline a riprendere a scrivere. Motivi vari su cui devo ancora ragionare e farmi chiarezza, fatto sta che per quasi due anni non ho scritto una riga. Un peccato mortale per chiunque voglia scrivere, perché ci si arrugginisce in pochissimo tempo e ne serve moltissimo per tornare a muoversi senza troppi cigolii.

Poi però ho iniziato a frequentare lo studio. Condividere lo spazio di lavoro con altre persone è stato per me fondamentale nel tornare a scrivere. Al di là dei mai troppo lodati calci in culo, è il fatto stesso di trovarsi più o meno ogni giorno a confrontarsi con altre persone che fanno il tuo stesso mestiere e lo amano profondamente che per me ha fatto la differenza.

Soprattutto quando si tratta di un gruppo eterogeneo per formazione, per passioni, per curriculum e anche per carattere. In questa convinvenza se ne esce arricchiti quando si hanno la voglia e la pazienza di ascoltare e imparare. Chiedere un consiglio su di un'idea, fare una critica mirata sul lavoro di un altro, consigliare autori e scoprirne di nuovi per i suggerimenti degli altri. Tutto questo è un tassello che per quanto mi riguarda si è rivelato essenziale nel mio ritorno alla scrittura. Ci ho messo del tempo, forse anche troppo, però alla fine i calci in culo hanno dato i loro frutti.

Per questi e altri motivi io li ringrazio per quanto hanno fatto e continuano a fare, tra un calcio in culo e una battuta, nel tenermi a galla e indicandomi la via.

Spero in qualche modo di riuscire a contraccambiare.


giovedì 15 dicembre 2011

Chi è Sherlock Holmes ?

Quando un personaggio entra nell’immaginario collettivo, la risposta alla domanda di cui sopra é probabilmente una: dipende.

Dopo che il suo creatore lo ha messo al mondo dandone la sua interpretazione, il personaggio cessa di essere solo suo ma viene filtrato dalla personalità di due categorie distinte: il pubblico che se lo gode e gli autori che lo affrontano.

Prendiamo Sherlock. Secondo Conan Doyle il nostro detective ha alcune caratteristiche peculiari: intelletto fuori dal comune, un carattere che lo porta a isolarsi da un mondo che trova spesso troppo lento e noioso per il suo genio e un fisico e capacità combattive da campione. E prima che vi venga un embolo, anche la conoscenza di arti marziali inusuali è nel canone: Sherlock è infatti versato nell’arte del Baritsu, probabilmente lo stesso Bartitsu storicamente esistito in quel di Londra (qua delle immagini di uomini dal baffo importante in pose buffe).

Insomma, un intelletto superiore ma anche una fisicità straordinaria. Per tacere del fatto che è morto e risorto ed ha aiutato diverse volte l’Impero Britannico a non crollare e disinnescato almeno una guerra mondiale. Una vita ricca e molti spunti da cui prendere considerando che è stato protagonista di 56 racconti e 4 romanzi.



Eppure per molti Sherlock Holmes è stato per decenni sinonimo di cappello da caccia (mai indossato nelle storie di Conan Doyle) e modi tutto sommato freddi, l’intelletto sopra la violenza. Prendete le fattezze di Christopher Lee, sir Basil Rathbone o l’eccezionale interpretazione di Jeremy Brett nella serie televisiva degli anni ‘80. Un approccio compassato senza perdere coraggio e prontezza di spirito alla bisogna (in particolare nella serie con Brett protagonista).

Declinazioni che funzionano ottimamente e che sono state riviste e calibrate ai nostri tempi ad esempio nella serie televisiva inglese intitolata Sherlock, in cui Holmes mostra in maniera sfacciata il suo essere un outcast sociale e un mal celato disprezzo per chi non sta dietro al suo cervello lanciato a velocità da proiettile.

Tutto un altro approccio nel film con Robert Downey Jr. che per certi versi tira di nuovo fuori le radici pulp del personaggio preferendo azione, scazzottate e dialoghi brillanti, non lesinando intrighi che minacciano l’Impero e cattivi più grandi della vita stessa.

Anche se il più brillante è per certi versi La vita privata di Sherlock Holmes di Billy Wilder, commedia che sfotte certi miti della versione popolare del personaggio (come il cappello, appunto) dandone una versione leggera e ricca di azione ma ammantata da una certa malinconia. Malinconia che è un altro aspetto Holmesiano, con la sua incapacità di sopportare un mondo più lento del suo cervello e che non disdegnava una sana pera di cocaina. Ad esempio in La soluzione al 7% film basato sul romanzo omonimo di Nicholas Meyer, Holmes è un tossicomane depresso che viene forzato dal vecchio Watson ad andare a Vienna per cercare aiuto presso Freud dove troverà anche intrighi e azione.

Azione e complotti non mancano neppure nelle parodie, come in Clueless che ribalta i ruoli dando la genialità a Watson e rendendo Holmes solo un attore ubriacone assoldato per interpretare uno Sherlock che non esiste. Oppure in Sherlock Holmes’s Smarter Brother, in cui facciamo la conoscenza di Sigerson, fratello più giovane e a suo dire più intelligente di quello famoso. Ed è un altro fratello illegittimo a vestire i panni steampunk del cattivo di Arthur Conan Doyle’s Sherlock Holmes della Asylum, in cui il nostro se la deve vedere contro piovre giganti e velociraptor. Quando si dice essere versatili.

Per cui, chi è Holmes? Dipende da molte cose. Dai tempi in cui siamo immersi, dalla sensibilità di chi si gode la storia e ancora di più da quella di chi scrive. Sembra una domanda fine a se stessa ma è tra le più importanti quando si vuole capire e personaggi seriali che fanno ormai parte del nostro immaginario. Tanto più se vi trovate nella condizione di dover raccontare una storia che li vede protagonisti, che si tratti di Holmes, Batman o Topolino. Ci si trova quasi sempre ad avere più domande che risposte in testa e si vorrebbe avere la sicurezza di Holmes nel trovare risposte incontrovertibili.





lunedì 12 settembre 2011

Rewrites. A memoir - Neil Simon

In the spring of 1957, I was unhappily in California working on a television special. I was thirty years old and knew that if I didn't start writing that first Broadway play soon, I would inevitably become a permanent part of the topography of the West Coast. The very thought of it jump-started me to my desk.
I sat a the typewriter and typed out "O N E S H O E O F F," all in caps and putting a space after each letter and a double space after each word, trying to picture what it would look like upmon a theater marquee. Four spaces down, in regular type, came "A New Comedy." I sat back and studied it. Not a bad start for a first play. Then I suddenly wondered: when they wrote together, did Geroge S. Kaufman type this out or did Moss Hart? No, it must have been Hart. He was the eager young writer poised behind the trusty old Royal machine while Kaufman, the seasoned old pro, would be lyng across a sofa in his stockinged feet munching on his handmade fudge, bored by such prosaic labors as mannual typing. Kaufman had probably put in enough time punching the keys back in the old days when he was drama critic for The New York Times.
How I envied young Moss Hart being in the same room with the great Kaufman, knowing he would be guided through the pitfalls of playwriting mush as any club reporter would feel the security of marching behind Henry M. Stanley as he guided his pack-bearers across the African plain in search of the great missionary, and then, upon finding him, having the coolness and gift of a great journalist to put quite simply and memorably, "DR. Livingstone, I presume?"…
But, I had no Henry M. Stanley to teach me the impact of brevity in great moments. As a matter of fact, I had no George S. Kaufman, no fudge, no nobody. I had me. Not only had I not written a play before, I had never written anything longer than twelve pages, which was all that was rewuired for a TV variety sketch back in the mid-1950s. Even that was a major step up from the one-liners I used to write with my brother, Danny, when we were earning our daily bagels working for stand-up comics and sit-dow columnists.
Now I was faced with 120 pages to feed, complete with characters, plots, subplots, unexpected twists and turns, boffo first-act curtaind lines, rip-roaring second-act curtain lines, and a third act that brought it all to a satisfyng, hilarious, and totally unexpected finish, sending audiences to their feet and critics to their waiting cabs, scribbling on their notepads in the darkness "A Comic Genius Hit New York Last Night".
…At least Lindbergh had the stars to guide him. I didn't even know how to change the typewriter ribbon. Nevertheless, I pushed on.


Rewrites. A memoir - Neil Simon.



lunedì 15 novembre 2010

L'isola del Dr. Stevenson.

"Mi dicono che ci sono persone alle quali non interessano le mappe, ma faccio fatica a crederlo. I nomi, i contorni delle foreste, le linee delle strade e dei fiumi, le impronte della preistoria dell’uomo ancora chiaramente rintracciabili tra colline e valli, i mulini e le rovine, i laghi e i battelli che li solcano, magari anche un menhir e un circolo druidico nella brughiera; lì è rinchiuso un fondo inesauribile di interesse per ogni uomo che abbia occhi per vedere o un’immaginazione da due soldi per comprenderne i segni! Tutti i bambini si ricordano di essere stati sdraiati con la testa nell’erba a fissare una foresta piccolissima, immaginandola popolata da schiere di fate." Robert Louis Stevenson.

Leggendo i blog di Rrobe e di Giorgio Salati ho scoperto che sabato scorso è occorso il 160esimo della nascita di Robert Louis Stevenson. Per me Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Signor Hyde è uno dei classici che vanno letti se si vuole anche solo azzardarsi a raccontare storie, ma un paio di settimane fa ho letto L’arte della scrittura, raccolta di articoli dall'argomento intuibile. e di estremo interesse Gli articoli sono apparsi originariamente tra il 1881 e il 1894 e mi hanno colpito per quanto risultino ancora attuali in molti aspetti. Difficilmente ci troverete qualcosa di innovativo, ma a posteriori rende meno innovativi e moderni buona parte dei manuali di scrittura dei nostri giorni.
Per le vostre solitarie sbronze di coppia.

Tolta la parte più biografica che trovo comunque interessante, di come L’isola del tesoro sia nata dal disegno di una mappa e della sua fascinazione di bambino con cartine e atlanti fino ad alcuni incontri che lo hanno aiutato a diventare autore di fama, a risultare ficcanti sono le riflessioni di R.L. sull’arte dello scrivere.
La mappa ritorna come simbolo di quella preparazione della trama e della documentazione che precede il mettersi al tavolo di lavoro.

"Ma, anche per i luoghi immaginari, gli sarà comunque utile tracciare una mappa quando si accinge a descriverli: studiandola, si materializzeranno relazioni alle quali prima non aveva pensato; scorciatoie ovvie, anche se insospettabili, e impronte per i suoi messaggeri. E anche quando una mappa non costituisce il cuore della vicenda, come in L'isola del tesoro, vi si troverà comunque una miniera di spunti."

Il lavoro pone poi l'autore di fronte alla scelta delle parole migliori, la revisione del testo, la costruzione di una trama robusta ma che non sia intricata senza motivo e nel tentativo di trovare un giusto ritmo. Il tutto nella ricerca di un equilibrio efficace che consenta allo scrittore di trasferire dalla sua mente quello che la anima in maniera bellissima e perfetta alla mente del suo lettore, sedendosi alla scrivania con le maniche arrotolate e, nelle sue parole “...fare un passo indietro, indossare gli abiti da lavoro, e diventare un artigiano.”

Tutto questo rientra nella sentita etica dello scrittore a cui Stevenson dedica un articolo intero. Conscio del ruolo centrale dello scrittore nella veicolazione della cultura e delle informazioni, mettendo sullo stesso piano narrativa e giornalismo, sottolinea la necessità dell’autore di essere onesto nei confronti del lettore per renderlo una persona più colta e migliore. Senza togliere nulla alla letteratura avventurosa e che oggi chiameremmo d’evasione che allieta gli animi e allarga gli orizzonti, mantenendo fede alla necessità di un’etica forte da parte dell’uomo di lettere, Stevenson dice peste e corna di un certo tipo di giornalismo americano e parigino interessato solo alla quantità e spettacolarità dei pezzi a discapito della veridicità e liceità di quanto scritto e riportato.

“La sostanza di quello che oggi conosciamo o ignoriamo del bene e del male, dunque, è opera, in larga misura, degli scrittori di professione.” Robert Louis Stevenson.

1881. Sembra scritto settimana scorsa.

p.s.
Se non l'avete ancora fatto recuperate la miniserie Jekyll, ne avevo parlato qui.