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venerdì 17 novembre 2017

Un anno di newsletter - Appunti dal tavolino di un bar

Domenica scorsa ho spedito l'edizione numero 52 di Appunti dal tavolino di un bar, la newsletter che ho messo in piedi l'anno scorso. Nella prima mail ufficiale avevo attaccato dicendo:

"Buondì,

se ricevi questa mail è perché ti sei iscritto alla mia newsletter, Appunti dai tavolini di un bar. Grazie!

Si tratta della prima mail, quindi questa e le prossime saranno un po' un banco di prova. Nelle mie intenzioni scriverò di cose che mi interessano, mi divertono e del mio lavoro."

Dopo un anno posso dire che è ancora in tutto e per tutto un banco di prova, perché sto imparando a scriverla, pensarla e gestirla una settimana via l'altra, cercando di avere un piano abbastanza organizzato ma in realtà improvvisando parecchio.

Caffè, suplex e fumetti.

L'improvvisazione più grossa è stata la decisione di spedire ogni domenica la sceneggiatura di una tavola autoconclusiva scritta da me, usando una gabbia con un numero di vignette ben preciso: 9 vignette, 12 vignette, 6 vignette e così via a scalare. Per ciascuna gabbia ho spedito un numero di tavole uguale al numero di vignette, quindi 9 tavole a 9 vignette, 12 tavole a 12 vignette e così via. Per puro caso si è creato un conto alla rovescia che è finito con 1 tavola con 1 vignetta spedita proprio nell'edizione 52. Vorrei bullarmi di averlo fatto apposta ma è stata solo una botta di culo che mi ha colto di sorpresa.

Di sorpresa mi ha colto soprattutto il feedback che ho ricevuto da parte di chi sta seguendo la newsletter. Non solo alcuni mi dicono regolarmente cosa pensano di quanto scrivo, ma mi arrivano pure segnalazioni interessanti di articoli, video, libri e fumetti da recuperare. E pure di autori e autrici che non conoscevo che disegnano e scrivono alla grande.

Scritta da me e disegnata da Eleonora Antonioni

Altra improvvisazione è stata quella di chiedere ad alcuni di disegnare una delle tavole autconclusive. Non solo hanno accettato più persone di quanto pensassi, ma hanno fatto un lavoro ottimo senza risparmiarsi e potete vederne un paio in questo post, oppure andare qua dove le sto raccogliendo e aggiungerò altre tavole attualmente in preparazione. Perché, altro momento per me stupefacente, alcuni fumettisti mi hanno contattato per sapere se ho una tavola a disposizione per loro.

Queste collaborazioni sono per me molto importanti perché mi stanno aiutando a fare un certo tipo di fumetto seguendone passo passo la realizzazione, permettendomi di dialogare direttamente con chi le disegna e ragionare insieme sulla soluzione migliore. Si tratta di un aspetto che penso sia fondamentale nell'imparare a fare fumetti e che mi pento parecchio di non aver iniziato a fare ben prima e con più regolarità.

Scritta da me e disegnata da Lorenzo Magalotti
Come rosico di aver tergiversato almeno due anni dicendomi "Dovrei aprire una newsletter!" invece di farlo e basta. Ma cosa (non) fatta capo ha, quindi ora meglio concentrarsi sul secondo anno di Appunti dal tavolino di un bar. Ho un paio di idee da sviluppare nei prossimi mesi, tra cui trovare il modo di far conoscere di più la newsletter. A questo servono le cartoline che vedete nella foto qua sopra: voglio vedere se parlarne al di fuori della rete può funzionare o meno, lasciandole qua e là per la città. Certo, le ho fatte creare da Luca e le ho stampate anche perché c'è quella parte di me che adora i prodotti cartacei, quindi mi piace proprio l'idea di averle.

Stesso motivo per cui mi piacerebbe fare una raccolta del meglio della newsletter in versione cartacea. Su questo devo ragionarci sopra per capire sia cosa infilarci dentro ma anche come redigerla e come stamparla. Vedremo.

Per cui se siete curiosi di vedere come si sviluppa la newsletter di uno che ha un piano ben congeniato con ampi spazi di manovra, potete iscrivervi andando qua e inserendo il vostro indirizzo mail. Non costa nulla e vi spammo solo una volta a settimana.

venerdì 10 novembre 2017

Inktober 2017 - un paio di cose che ho capito facendolo


Con mio stupore, sono riuscito a completare l'Inktober 2017 senza saltare nemmeno un giorno. La sfida consisteva nel fare un disegno diverso a china al giorno, seguendo una lista di termini cui ispirarsi, che trovate qua sul sito ufficiale della sfida, ideata da Jake Parker. Per me che non so disegnare si è trattato di un'esperienza interessante e a suo modo istruttiva. Date le mie scarse capacità ed esperienza ho dovuto giocare di sottrazione, tentando di rendere con il numero minimo di immagini e tratti quello che volevo dire. Per questo motivo ho scelto un omino stilizzato come soggetto, e non potendo certo giocare di sottigliezze in quanto a recitazione del corpo e del volto, ho optato per un stile molto esagerato e caricato per riuscire a far capire sia cosa facesse sia cosa provasse.



Per gli stessi motivi ho scartato un sacco di idee che mi venivano in mente perché mi redevo conto che, molto banalmente, non ero in grado di renderle graficamente. Questo è stato uno dei motivi per cui una volta letta la parola del giorno per ispirarsi, non mi sono limitato alla prima definizione utile data dal dizionario ma ho approfondito andando a cercarne una che mi permettesse di disegnare qualcosa per me fattibile. Per farvi due esempi di questo: il signifcato più comunque di "shy" è "timido", ma ho scoperto che può anche significare "scagliare via", e mi è venuto molto più facile disegnare un'azione molto semplice rispetto a un'espresisone per me molto complessa, mentre "run" di solito significa "correre", ma dato che avevo già fatto correre l'omino ho optato per "serie di cose simili tra loro". 



Inoltre la presenza nella maggior parte delle vignette di due protagonisti è stata del tutto casuale. Con la vignetta del secondo giorno il povero omino stilizzato è stato segato in due, e da lì in poi è andato alla ricerca o è fuggito alla sua parte di sotto. Avere due "personaggi" distinti e in conflitto si è rivelato ottimo, perché mi ha dato modo di avere una minima base da cui partire per ipotizzare la scena: per la gioia di ogni teorico della narrativa, quando una narrazione si basa su di un conflitto risulta quasi sempre più accattivante. E per chi scrive è molto utile perché si ha sempre una certezza a cui tornare quando le idee si fanno confuse: bianco contro nero, bene contro male, dio contro satana.

Credo non sia un caso se, secondo me, le più deboli siano proprio le ultime tre, in cui le due metà si sono riunite, per quanto riunite in maniera sbagliata per tenere il più posisbile il conflitto tra i due.



Per queste necssità, bene o male tutte le immagini non sono altro che piccole gag sceme in stile slapstick in cui i due protagonisti si rincorrono e scontrano. Credo sia uscita, lungo questa serie, la mia passione per i cartoon in stile Warner Bros., Hanna & Barbera e simili dove ci sono due protagonisti fissi che si scontrano in eterno: Tom&JerrySilvestro&TittiSpyVsSpy. E rimanendo in ambito fumettistico ci butto lì un Krazy Kat.

Non mi sto comparando a questi classici, sia chiaro, ma mi sta facendo riflettere come scrivere senza pensarare troppo a sovrastrutture, trame e interpretazioni mi abbia fatto andare in maniera piuttosto automatica a pescare da cose che amo da quando sono bimbo, senza neppure tutte le riflessioni tecniche che mi pongo di solito quando invece mi siedo alla scrivania per "sceneggiare come i professionisti". Anche perché, come accennavo sopra, trattandosi di sketch/illustrazioni/vignette, non è fumetto vero e proprio mancando la sequenza tra vignette, per cui è qualcosa di un po' diverso dal solito per quanto mi riguarda.



Cosa strana, per me, è stato inoltre disegnare per essere letto da tutti. Di norma i layout che faccio per le mie storie sono per uso personale, e infatti sono spesso incomprensibili accrocchi di dialoghi, frecce per indicare i movimenti e onomoatopee con una faccia per farmi capire che succede. Queste vignette invece mi hanno costretto a ragionare ancora di più sul disegno, i segni e sulle immagini di quanto già faccia di solito sceneggiando. Non potendo appoggiarmi alla bravura di un disegnatore che ha un bagaglio tecnico enorme per rendere quanto scrivo io, mi sono dovuto sforzare di trovare da me la soluzione grafica più consona. Con tutti i limiti cui accennavo sopra.

Si è trattato per cui di un esercizio molto utile, che spero di replicare l'anno prossimo. Se volete scrivere fumetti ma non sapete disegnare vi consiglio caldamente di provare: sarete costretti a scoprire se siete in grado di raccontare qualcosa al di là del saper disegnare.

Se volete vedere tutti i miei Inktober potete andare sul mio tumblr a questo link, dovrebbero mostrarvisi tutti.


giovedì 14 settembre 2017

Dietro le quinte di Videopoker, scritto da Davide Costa e disegnato da Eleonora Antonioni

Ho scritto una tavola autoconclusiva ed Eleonora Antonioni l'ha disegnata. Vi mostro subito la tavola, mentre più sotto trovate la sceneggiatura, un mio layout terribile e un paio di mie riflessioni.

Clicca che si allarga

Sono molto contento che Eleonora l'abbia disegnata, perché credo abbia un gran tocco nel riuscire a far trasparire inquietudine e malessere in maniera sottile e non didascalica. Il tutto in un contesto al 100% realistico che rende la cosa ancora meno facile. Ma i disegni parlano da soli, così come tutto quello che trovate sul suo sito personale.

Nell'immagine che segue potete leggere la sceneggiatura che ho inviato a Eleonora, e se l'immagine risulta poco chiara la potete scaricare in pdf da qua


Clicca che si allarga.
Nella sceneggiatura ho suggerito di aumentare, di vignetta in vignetta, le dimensioni del PAM che indica il pigiare i tasti del videopoker, cosa che mi pare funzioni bene per sottolineare il crescendo della frustrazione della protagonista. L'idea di dare quel suggerimento mi è venuta scarabocchiando il layout della tavola, che trovate qua sotto:

Clicca che si allarga

Come vedete, nel layout mi sono limitato a isnerire i suoni. Questo perché avevo deciso di tenere il più possibile simili le immagini, quindi non avevo bisogno di pormi troppi problemi su dove inserire i personaggi. Per questo motivo mi pareva giusto sfruttare le onomatopee, ed è proprio scribacchiando i layout che mi é venuta l'idea di chiedere di disegnare il PAM sempre più grande e lasciare il DLN DLN DLN sempre uguale e monotono. Le onomatopee, così come i balloon e il lettering, sono elementi essenziali nel racconto a fumetti, per cui non solo è lecito sfruttarle ma molto auspicabile. Sottolineo lo scriabacchiare perché sono convinto che scrivere fumetti richieda ragionare il più possibile per immagini, per cui prendere carta e matita può aiutare a farsi venire in mente soluzioni che limitandosi a scrivere, forse, non verrebero fuori. Inoltre: Eleonora non ha mai visto questo layout, è servito solo a me per chiarirmi le idee. A meno di non avere richieste davvero incasinate, penso che dare dei layout a chi disegna sia un po' invadente, ma ogni storia è diversa quindi non lo escludo a priori.

E ora il momento dell'autocritica: forse per sottolineare il tempo che passa avrei potuto chiedere di inserire clienti che fanno cose in orari evidentemente diversi. Tipo: uno che fa colazione in vignetta 2, due che pranzano in vignetta 3, gruppo che fa aperitivo in vignetta 8. Nella versione definitiva, devo dire, la scarsità di clientela mi pare sottolinei meglio la desolazione della situazione, rendendo il luogo in cui si trova una sorta di non-luogo. Quindi non saprei bene quale delle due eventuali versioni sceglierei. Ma tanto credo sia così per tutti quelli che fanno storie, si consegna quando ti convince, non quando ti convince al 100%.

La sceneggiatura l'ho scritta e spedita qualche tempo fa agli iscritti della mia newsletter, Appunti dai tavolini di un bar. Se vi incuriosisce leggere sceneggiature di fumetti non ancorsa scritti, seguire i miei lavori e cose che trovo interessanti, potete iscrivervi andando a questo link. La aggiorno ogni domenica da 43 settimane e conto di non mollare il colpo. Scoprite se ci riesco.




domenica 10 settembre 2017

Workshop sceneggiatura fumetto a Genova 7-8 ottobre 2017

Terrò un workshop dedicato alla sceneggiatua di fumetti, qui a Genova, il 7-8 ottobre.



Parleremo di teoria solo per metterla subito in pratica per scrivere fumetti insieme. Voglio che alla fine del workshop gli studenti si trovino in mano qualche tavola di fumetto sceneggiata da loro, una conoscenza della terminologia di base con cui scrivere le sceneggiature e le idee, spero, più chiare su come funziona il racconto a fumetti.



Dato che i fumetti funzionano per immagini, parleremo e scriveremo soprattutto per immagini: ragioneremo su come funzionano inquadrature, campi, piani ma anche del perché certe immagini sono meglio di altre per raccontare quello che ci passa per la testa.

Aperto a tutti, dall'esordiente che sta iniziando ma anche a chi magari scrive sceneggiature da qualche tempo e vuole mettersi alla prova. E se siete disegnatori, potrebbe essere interessante provare a sceneggiare per un paio di giorni e vedere con gli occhi dello sceneggiatore.

Ovviamente farò scrivere almeno una tavola autoconclusiva, ma non solo.



Per me si tratta di una nuova avventura, dato che a parte qualche lezione e chiacchiera sporadica come ospite, non ho mai avuto modo di fare un workshop vero e proprio.

Riassumendo: due giornate dalle 10 alle 18:30, 200€ per iscriversi e si terrà raggiungendo il numero minimo di iscritti. Se siete interessati mandate una mail a info@mgmgenova.it oppure chiamate il 389-4838387. Si terrà presso MGMGenova, di cui vi allungo la pagina facebook dove trovate anche l'indirizzo della sede. Ve lo ripeto: per iscrivervi mandate una mail non a me ma a info@mgmgenova.it. Se invece volete delucidazioni su come sarà impostato il workshop, scrivete pure a me. 

martedì 22 agosto 2017

[Dietro le quinte] Il Battesimo - Sceneggiatura di Davide Costa - Disegni di Francesco Segala - Supervisione lettering di Maria Letizia Mirabella

Ho scritto una tavola autoconclusiva, Francesco Segala l'ha disegnata e Maria Letizia Mirabella ne ha supervisionato il lettering. Qua sotto vi mostro subito la tavola finita, e più giù la sceneggiatura e un po' di dietro le quinte.

Clicca che s'allarga
Sono molto contento di aver collaborato con Francesco e Maria Letizia, stanno entrambi facendo un bel po' di cose belle e interessanti e vi riamndo ai loro siti per scoprirne alcune, basta cliccare sui loro nomi.

Qua sotto invece vi lascio la sceneggiatura della tavola, se l'immagine è poco leggibile potete scaricarla in pdf da questo link.

Clicca che s'allarga.
Scrivendola, il dubbio su cui mi sono fermato di più è stato: come gestisco i flashback? Per parecchio non mi sapevo decidere se usare l'alternanza che vedete nella tavola finita, oppure usarne una che, disegnata, sarebbe risultata ad X, quindi scambiando di posto le vignette 3 e 4 tra di loro. Parlandone anche con Francesco mi sono deciso che la soluzione finale è quella che funziona meglio. Dal layout agghiacciante fatto dal sottoscritto che vi lascio qua sotto, potete vedere che il dubbio sui flashback mi ha preso da subito abbozzando la tavola.




Le scelte cromatiche che vedete nella tavola sono tutte di Francesco, sia l'uso del rosso dominante nei flashback che la "sottolineatura" nella cicatrice e nella bomba. Scelte a cui non avevo pensato e che trovo molto molto efficaci, ma dopotutto Francesco è anche colorista e si vede quanta attenzione ci metta nell'usare il colore non per riempire ma per raccontare. 

Vi lascio in chiusura i layout usati da Francesco per disegnare la tavola, nonché una foto usata come reference per caratterizzare la protagonista, ovvero l'attrice Melissa George.










La sceneggiatura l'ho spedita in anteprima agli iscritti della mia newsletter, Appunti dai tavolini di un bar. Nella mewsletter parlo del mio lavoro, di cose in preparazione, di cose che mi interessano e molto spesso spedisco la sceneggiatura di una tavola autoconclusiva. Caso mai vi andasse, potete iscrivervi a questo indirizzo inserendo la vostra mail.

mercoledì 9 agosto 2017

Dietro le quinte di Chi si somiglia si piglia - sceneggiatura di Davide Costa e disegni di Lorenzo Magalotti

Ho scritto una tavola autoconclusiva e Lorenzo Magalotti è stato così gentile da disegnarla. Più sotto trovate la sceneggiatura che ho scritto, e in chiusura del post una versione alternativa della sceneggiatura dell'ultima vignetta. La tavola disegnata da Lorenzo invece ve la beccate subito. Il titolo è Chi si somiglia si piglia.



La tavola l'abbiamo spedita a La Vetta del Terrore, un concorso per fumetti horror creato, curato e coordinato da Mortimer Cobold, losco figuro che mi ha spedito un invito a partecipare. Per fortuna ho trovato un perfetto compagno di ventura in Lorenzo, per cui potete leggere la nostra tavola sulla pagina ufficiale di La Vetta del Terrore, a questo indirizzo. E una volta lì, gironzolate per la pagina che iniziano a esserci diversi fumetti molto interessanti.

Mortimer ha deciso di smembrare la tavola in quattro pezzi, non so se per dilettare il suo lato sadico da organizzatore horror o altro. Trovo comunque interessante poter leggere la tavola in due versioni, e come rimanga ben leggibile e coerente in entrambi i casi. Penso che questo sia possibile grazie al gran bel lavoro svolto da Lorenzo coi suoi disegni e la sua regia chiara e precisa.

L'abbacinante bellezza di Lorenzo e dei suoi layout.

La sceneggiatura, che potete leggere qua sotto e che trovate in formato pdf qua, l'ho scritta qualche settimana fa, come esercizio sulla tavola a 12 vignette tutte di identica dimensione. 




Come dicevo in apertura del post, ecco una versione alternativa dell'ultima vignetta:


La differenza risiede solo nell'uso di un dialogo anziché di una dida. Nella tavola finita ho preferito la dida perché mi piace l'ambiguità che dona alla tavola. Non sappiamo bene quando l'impostore/sosia del protagonista dice quelle frasi. Magari le ha dette prima di legare il tizio come un salame, magari gliele dice dopo. Magari non ha detto una parola e le pensa e basta. Inserendo invece una battuta nell'ultima vignetta le cose si fanno più chiare e dirette.

Io preferisco la prima opzione, ma mi piaceva mostrarle entrambe in questo dietro le quinte. Dietro le quinte che è stata letto in anteprima da tutti gli abbonati di Appunti dai tavolini di un bar, la mia newsletter che spedisco ogni domenica da 38 settimane filate. La uso per parlare del mio lavoro, di cose che mi piacciono e di riflessioni, un po' abbozzate un po' in divenire, sulla narrativa e altre cose. Inoltre ci inserisco (quasi) sempre la sceneggiatura di una tavola autoconclusiva e alcune di queste tavole, a volte, vengono poi disegnate. Per cui se siete curiosi potete iscrivervi alla newsletter andando a questo link e inserendo il vostro indirizzo mail nell'apposita casella.

giovedì 8 giugno 2017

Scrivere fumetti: la stessa tavola sceneggiata in tre modi diversi.

Una frase che incontrate spesso se seguite gente che fa un lavoro creativo è "Non importa l'idea, importa come la esegui.". In questo post vi allungo le sceneggiature di tre tavole autoconclusive basate tutte sulla stessa idea: secondo me la terza è quella che funziona meglio, ma decidete voi quale preferite.

Due di queste, la versione 2.0 e la versione 3.0, le ho spedite nelle ultime settimane agli abbonati della mia newsletter, Appunti dai tavolini di un bar. Ho pensato però che potessere essere interessante vedere anche la versione 1.0, quindi le ho raccolte qua sotto. Ma la faccio breve e vi mostro le tavole. Il titolo è lo stesso per tutte, CONSEGUENZE.



CONSEGUENZE 1.0



In caso sia illeggibile, qui trovate la versione in pdf.

CONSEGUENZE 2.0
In caso sia illeggibile, qui trovate la versione in pdf.


CONSEGUENZE 3.0
In caso sia illeggibile, qui trovate la versione in pdf.

Come potete leggere, la differenza tra la 1.0 e la 2.0 è tutta nelle didascalie. Nella seconda versione ho preferito eliminare la voce narrante del protagonista. Nonostante le frasi mi piacciano, ho l'impressione che diano una chiave di lettura troppo precisa alla tavola. Per questo motivo nella seconda versione sono solo le immagini a raccontare quel che succde, spero in maniera comprensibile.

Rileggendo la 2.0 e iflettendoci sopra, ho pensato che il punto centrale della tavola è quanto accade alla maschera, per cui nella terza versione ho deciso di concentrare l'attenzione su di lei. Ho quindi cambiato alcune delle immagini ambientate nel presente, mantenendo inalterati i flashback. Sempre senza parole, perché credo sia abbastanza comprensibile anche muta.

Certo, se siete fan del wrestling o della Lucha Libre in particolare, è probabile che cogliate al volo quanto sia drammatico lo strappo della machera per un luchador. Però viviamo in tempi in cui i tizi mascherati la fanno da padrone al cinema e in tv, quindi penso che il senso di un simbolo identitario che viene distrutto possa essere decifrabile da molti.

Questo fa sorgere una delle domande che chi racconta storie deve sempre ricordare: a che pubblico mi rivolgo? All'appassionato di un certo argomento, che non ha bisogno di essere introdotto allo stesso, oppure a quello generico, che magari non ne sa una mazza?

Trattandosi di una tavola che scrivo soprattutto per me e per esericizio, ho deciso di rivolgermi a un ipotetico appassionato. Se si trattasse di una tavola scritta su commissione per una pubblicazione generica, opterei probabilmente sempre per la versione 3.0, perché le sue immagini mi convincono di più, ma credo inserirei, con qualche adattamento, il testo della 1.0 per evitare disguidi.

Perché va bene non essere didascalici, ma essere incomprensibili è meglio di no.

Poi è chiaro che il giudice finale è sempre il lettore. Quindi decidete voi quale versione sia più comprensibile ed efficace.

Se avete voglia di iscrivervi alla newsletter non dovete fare altro che andare qui e inserire il vostro indirizzo mail. Ogni domenica, finché mi regge, riceverete una mail con qualcosa di sceneggiato da me e un paio di appunti su cose che scrivo, leggo e vedo. 

Oltre all'occasionale riflessione o aneddoto sul wrestling. Lo so, non lo avreste mai immaginato.

giovedì 11 maggio 2017

Scrivere e disegnare fumetti: una sceneggiatura, due disegnatori, nove vignette

Ho scritto una tavola autoconclusiva usando una gabbia a 9 vignette, e due disegnatori molto bravi e molto gentili l'hanno disegnata. Sono Sergio Vanello (qui trovate il suo sito) e Luca Marcenaro (qui trovate il suo sito). Ognuno ha disegnato la tavola in completa autonomia, usando il proprio stile, la propria sensibilità e le proprie competenze di narratore. Ne sono uscite due tavole tanto diverse quanto ugualmente efficaci. Piuttosto che soffermarmi a sottolineare somiglianze e differenze, preferisco mostrarvele, insieme alla sceneggiatura scritta da me, così potete godervele e studiarvele con calma scoprendo da voi i dettagli. Eccole:

Disegni di Sergio Vanello. Clicca per ingrandire



Disegni di Luca Marcenaro. Clicca per ingrandire

Ed ecco la sceneggiatura su cui è basata:


Clicca per ingrandire.


Trovo sempre stimolante vedere come un disegnatore decida di interpretare una sceneggiatura. Anche in una tavola breve si possono notare scelte narrative, a livello di inquadrature, dettagli, recitazione dei personaggi o altro, che sono state fatte per raccontare al meglio la storia. Parlo di scelte narrative perché, per come la vedo io, chi disegna fumetti basandosi su sceneggiature altrui è altrettanto narratore di chi le scrive. In un linguaggio estremamente visivo come è il fumetto, pensare che il disegnatore sia solo un mero esecutore significa non aver ben chiaro come i fumetti si facciano, e nemmeno come funzionino a livello teorico e pratico.

La sceneggiatura l'ho pubblicata, in origine, nella mia newsletter, Appunti dai tavolini di un bar, su cui da qualche mese mi diverto a raccontare parte del mio lavoro e parte delle cose che mi interessano. Tra queste parti, ci sono diverse sceneggiature di tavole autoconclusive: ora come ora ne ho pubblicate 11 (se non sbaglio i conti) e ho intenzione di portare avanti questo esercizio. Per me è interessante utilizzare la newsletter come banco di prova per sperimentare un po' con formati e temi che mi incuriosiscono, e se alla lunga ne nascono collaborazioni come questa con Sergio e Luca, è tutto tempo speso benissimo.

In caso vogliate iscrivervi alla newsletter, potete farlo a questo indirizzo, mentre qua trovate l'archivio con le mail spedite fino a oggi, così potete farvi un'idea dei contenuti e decidere se iscrivervi o meno.

Un grandissimo grazie a Sergio e Luca per aver disegnato questa tavola, hanno fatto entrambi un gran lavoro e mi hanno dato modo di fare un passetto avanti col mio lavoro. Perché se scrivere, prendere appunti e sceneggiare è essenziale, vedere poi il fumetto fatto e finito non è solo una figata, ma pure un momento di studio e autocritica.

domenica 4 dicembre 2016

Appunti dai tavolini di un bar, una newsletter dal futuro precario

Da qualche settimana ho messo in piedi una newsletter, si intitola Appunti dai tavolini di un bar. Vi potete iscrivere andando a questo indirizzo:


e per farvi un'idea dei contenuti, potete leggere l'archivio a questo indirizzo:


L'idea dietro la newsletter è quella di parlare di cose che mi interessano, che mi divertono e del mio lavoro. Sia di cose su cui sto lavorando al momento, sia di vaghe idee su progetti a venire, sia di metodo di lavoro. In più ho deciso di raccontare in "diretta" la lavorazione di uno degli svariati spunti che ho negli appunti. In ogni mail quindi vi faccio vedere i vari passaggi dallo spunto iniziale fino alla sceneggiatura completa, passando per soggetto, layout e cose così. Dato che io per primo trovo interessante vedere come lavorano gli sceneggiatori, gli scrittori e i fumettisti in genere, ho pensato che magari può essere curioso seguire i lavori su di una storia ancora in costruzione. Insomma, potrete fare gli anziani che guardano un cantiere di lavoro, comodamente seduti dove più vi aggrada.

Dovendo mostrare queste fasi a sconosciuti sono costretto a essere più chiaro nell'esposizione di quanto lo sarei se leggessi solo io i miei appunti, quindi si tratta di un modo di lavorare per me nuovo. Magari imparo qualcosa nel mentre o, alla peggio, mi costringo a non dare per scontate certe mie scelte, che evitare di usare il pilota automatico quando si scrive è sempre un vantaggio.

Cercherò di mandare una mail a settimana. Quante settimane vivrà la newsletter è già argomento di dibattito e causa di scommesse. Per ora vediamo di mangiare il panettone, poi si vedrà.


mercoledì 25 novembre 2015

Wonder Woman, Fafhrd e Gray Mouser e Samuel R. Delany s'incontrano per caso

Uno degli aspetti che apprezzo del mio lavoro è la possibilità di imparare qualcosa di nuovo, anche su argomenti che magari conosco già abbastanza. Nel momento in cui devo approfondire questa o quella cosa per poterne scrivere, finisce che mi imbatto in un aspetto che magari non avevo considerato molto, o qualche aneddoto che trovo curioso. Cosa che mi è successa ad esempio scrivendo un pezzo per la Guida alla letteratura fantastica dedicato a Wonder Woman: mi sono imbattuto nella copertina del numero 202 della testata a lei dedicata, che vedete qua sotto, e, a seconda di quanto seguiate la letteratura fantasy, potreste trovarla più o meno curiosa anche voi.

Wonder Woman 202
Magari non la riconoscete ma la tipa in bianco è proprio lei, Wonder Woman, la Principessa delle Amazzoni, Diana. Siamo nel 1972 e la DC Comics, sentendo l’aria che cambia nella cultura americana, decide di rivedere la sua eroina di punta: togliamole i poteri, togliamole il costume iconico, uccidiamole l’amante e caliamola nella realtà quotidiana. Non più semi-divinità a combattere minacce sovrumane coi suoi colleghi Superman e Batman, ma la proprietaria di una boutique alla moda che nel tempo libero combatte un coacervo di cattivi, trafficanti e spie internazionali. Seguita dal mentore I Ching che l’ha istruita nelle arti marziali, Diana Prince negli anni ’70 riflette il tipo di eroina dei suoi tempi, un po’ Emma Peele nello stile, meno divina e più terrena. Non troppo, comunque se nella copertina la vediamo dalla parte sbagliata di un barbaro armato di spadone, mentre cerca di proteggere col suo corpo Catwoman. Ma chi è quel barbaro? E il tipetto sullo sfondo?

Sono rispettivamente Fafhrd e il Gray Mouser, coppia di avventurieri tra le più note agli appassionati di fantasy. Ideati da Fritz Leiber negli anni ’30, i due sono stati protagonisti di svariate storie dalla varia metratura e questa copertina determina il loro esordio nel mondo a fumetti. Non ne avevo idea; ero rimasto alla serie regolare che la DC dedicò ai due, intitolata Sword of Sorcery, e soprattutto all’adattamento sceneggiato da Howard Chaykin e disegnato da Mike Mignola, il babbo di Hellboy. L’avventura in compagnia di Diana e Catwoman funge proprio da trampolino di lancio per lanciare Sword of Sorcery, che uscirà a partire dal 1973 dalle mani, tra gli altri, di Dennis O’Neil, Chaykin, e Walt Simonson.

"Come mai Conan non le deve fare ste marchette, Fafhrd?"
Se vedere questo quartetto in copertina mi ha colpito, scoprire chi ha scritto questo albo è stata un’altra bella sorpresa: Samuel R. Delany. Autore in attività dai primissimi anni ’60 che spazia dalla sci-fi al fantasy, interessato da sempre a parlare di temi a lui cari nelle ambientazioni che più gli aggradano: linguaggio, percezione della realtà e sessualità, tra gli altri. Conosciuto soprattutto per le sue storie che approfondiscono questi temi senza lasciare nulla di intentato, può sembrare una scelta un po’ curiosa come autore per Wonder Woman. Ma come accennavo sopra era un periodo di innovazione o per lo meno in cui si tentavano strade un po’ meno battute nel fumetto di supereroi. La rivoluzione subita da Wonder Woman non è stata voluta da Delany, arrivato sulla testata a cose fatte succedendo Dennis O’Neil, ma gli dava la possibilità di lavorare su un personaggio più nelle sue corde: una donna calata nella propria realtà, costretta a confrontarsi con una società in cambiamento che vedeva, nella realtà, il ruolo della donna evolvere, mutare e cercare il proprio posto.

E Delany si offre di fare proprio questo, prendere Diana e metterla contro temi caldi dell’epoca, ma attuali in ogni tempo: sfruttamento sul lavoro, discriminazione accademica e aborto. Tutte idee che non hanno visto la luce dato che la DC Comics decise di non portare a compimento le storie di Delany a causa delle critiche che molti lettori portarono nei mesi precedenti al rinnovamento del personaggio: la nuova versione di Wonder Woman non piaceva ai vecchi fan affetti da nostalgia e attaccamento allo status quo. In particolare questa nuova versione meno mitologica di Wonder Woman venne criticata da  Gloria Steinem: togliere i poteri a Diana significava de-potenziarla, farne morire l’amante significa de-sessualizzarla, farle dismettere il costume significava farle abbandonare un simbolo che ne cancellava l'aspetto di icona femminile costruitosi nel tempo.

Con buona pace di Delany, e soprattutto mia che avrei letto volentieri quel tipo di storie, la DC decise di dare retta alle critiche dei fan, sfruttando con ogni probabilità le critiche della Steneim per legittimare il successivo ritorno alle origini. Così dopo il numero 203 che introduce la trama voluta da Delany, a partire dal 204 si torna alla classica Wonder Woman con tanto di lasso della verità.

Wonder Woman 203, scritto da Delany
Wonder Woman 204, non scritto da Delany


Ora, la storia di Wonder Woman è complessa, come lo sono le storie dei personaggi seriali, in particolare quelli che stanno in giro da più di 70 anni come lei, e questo è solo un piccolo aneddoto. I personaggi seriali mutano in continuazione, in un perenne tira e molla tra una realtà delle origini che si deve adattare alla realtà del momento attuale, una frizione che può portare cose interessanti come banalità assortite. Questo è il concetto sotteso al mio pezzo che trovate sulla Guida alla letteratura fantastica e che spero sia passato, insieme a notizie, di nuovo curiose per il sottoscritto, a proposito del suo creatore William Moulton Marston, la cui vita varrebbe di sicuro un film. La Guida la trovate in libreria, edita da Odoya, per la curia di Claudio Asciuti.


giovedì 12 novembre 2015

Conan il Barbaro, bodybuilding, doping e letteratura fantastica

“Come funziona il tuo lavoro?”

È una domanda che ogni tanto mi sento rivolgere e a cui rispondo spesso con: dipende. Per farvi un esempio, quest’anno mi sono trovato a collaborare alla Guida alla narrativa Fantastica per i tipi di Odoya, curata da Claudio Asciuti, che trovate in libreria in questi giorni. La richiesta di Claudio è stata di parlare di alcuni aspetti tipici della narrativa fantastica, nell’ambito del fumetto. Amazzoni, barbari, armi magiche, luoghi fantastici. Scimmioni. Li ho affrontati tutti e un altro paio, ma vediamone uno in particolare.

Barbari? Conan, ovvio.

No, l'altro Conan, Conan.
Meno ovvio è stato, per me, trovare una chiave di lettura che mi permettesse di parlare di uno dei personaggi più influenti, conosciuti e dibattuti della narrativa popolare. Non mi è stato d’aiuto nemmeno il fatto che pur avendo letto tutti i racconti scritti da R.E. Howard, letto parecchi fumetti e visto i film a lui dedicati, Conan non sia tra i miei personaggi preferiti. Ma scrivere per lavoro significa scrivere al di là di preferenze e simpatie. Il committente dice “Mi scrivi un pezzo su questo argomento?” e tu rispondi “Quante battute?”.

La chiave di lettura che ho scelto, e che mi ha permesso di seguire un filo conduttore nel raccontare 60 anni di Conan a fumetti, mi è venuta in mente grazie a Chris Bell.

Arnold a sinistra, Chris Bell con cappellino a destra.
Chi è Chris Bell e come si incastra con Conan e i fumetti? La risposta è semplice: Chris è un documentarista e uno dei suoi eroi è Arnold Schwarzenegger. E Arnold Scwharzenegger è diventato da 40 anni sinonimo di Conan il Barbaro, con buona pace dei filologi howardiani. S’intravede dove voglio andare a parare? Andiamo con ordine.

Nelle descrizioni di Howard, Conan viene dipinto come un uomo dalla prestanza fisica superiore ma comunque agile, svelto, sinuoso come una pantera. Muscoloso senza dubbio, ma non un gigante dalle vene pulsanti e muscoli in sovrabbondanza. E questa descrizione viene mantenuta più o meno fedele anche nei fumetti, in particolare quelli della prima ora usciti per la Marvel a partire dagli anni ’70. Sarà solo col passare dei decenni che il Conan a fumetti vedrà i propri muscoli gonfiarsi sempre più, un riflesso dell’evolversi della figura maschile nella cultura popolare che investe bene o male tutti i personaggi di fantasia. 
No, Arnold, l'altro Conan.
E qui torniamo a Chris Bell e al suo ottimo documentario intitolato Bigger, Stronger, Faster dedicato al doping. Cresciuto nel culto degli atleti del wrestling e degli eroi di azione come Stallone e Schwarzenegger, Chris con i suoi fratelli si da al bodybuilding e al powerlifting per diventare più forte e più grosso. Sarà solo passati i venti anni, grazie a scandali sportivi e di costume, che scoprirà che i suoi beniamini hanno costruito i propri fisici anche grazie a sostanze dopanti. Da qui la decisione di fare un documentario sul doping e interrogarsi sul perché le persone decidano di doparsi e su come siano rappresentati gli atleti e gli eroi di azione. Se Sean Connery, che è stato culturista, era abbastanza prestante da poter essere James Bond, come mai ora il suo fisico sembrerebbe mediocre ai più? Sono domande e riflessioni che Chris si pone e lo portano a guardare al cinema e alla tv come parti integranti nella creazione delle aspettative del pubblico per quanto riguarda l’aspetto dell’eroe. E torniamo a Swarzennegger e al suo Conan.

Arnold è stato un personaggio fondamentale nel plasmare l’iconografia dell’eroe d’azione e ci è riuscito partendo da lontano, diventando, prima che un divo del cinema, il volto del bodybuilding. La sua personalità over the top è stata parte integrante del successo della disciplina del culturismo, che grazie a lui passa da hobby per una nicchia di persone appassionate a fenomeno mainstream e industria multimilionaria. Arnold diventa il prototipo del bodybuilder, il traguardo che tutti quelli che sollevano pesi vorrebbero raggiungere e superare. Il documentario Pumping Iron, di cui è protagonista con Lou Ferrigno (altro fisico da fumetti, l’uomo che interpretò l’incredibile Hulk in televisione), lo rendono un volto noto al grande pubblico. Quando arriva a interpretare Conan sembra quasi che i (pochi) panni del barbaro gli stiano stretti non solo letteralmente ma anche come idea: se oggi pensando a Conan ci viene in mente un ammasso di muscoli lo dobbiamo ad Arnold, al suo carisma, al suo essere bigger than life e probabilmente anche bigger than fantasy. 

Disegnato da Sal Busema & Alfredo Alcala 1970
Disegnato da Claudio Castellini 1997




















Se il cinema ha visto questa esplosione di muscoli, il fumetto non è stato a guardare e il mio pezzo sfrutta questa progressione muscolare come filo rosso per raccontare in che modo la vita editoriale a fumetti di Conan si sia evoluta non solo nei contenuti ma anche graficamente. Nel mio pezzo mi concentro nel raccontare in che modo Conan è arrivato in Marvel (ed è stato un arrivo un po’ rocambolesco per cui dovete ringraziare Roy Thomas e la sua spregiudicatezza) passando poi per DC Comics e Dark Horse, ma è anche un modo leggero per sottolineare come l’aspetto visivo e l’idea stessa del personaggio siano evoluti negli anni divenendo, nella cultura popolare, qualcosa di simile ma molto diverso rispetto all’idea originaria creata da Howard. Stessa riflessione che si trova anche nel pezzo in cui vi parlo di Wonder Woman e che si lega alla mia idea personale dei personaggi seriali: non esiste un’unica versione vera di un personaggio seriale, ma tante quanti sono gli autori che l’hanno raccontato. Compresi, nel caso di Conan, quegli autori che ne fecero un fumetto non autorizzato per l’editoria messicana a partire dal 1952. Se siete curiosi di approfondire, vi tocca leggere la Guida alla letteratura fantastica. 


Quindi alla domanda “Come funziona il tuo lavoro?” io spesso non so rispondere in maniera concisa perché quasi ogni cosa io scriva nasce nella maniera più disparata. Chi lo avrebbe mai detto che un documentario sugli steroidi mi sarebbe tornato utile, a distanza di anni, per trovare la chiave di lettura comoda per scrivere di Conan?


Vi lascio con un estratto da Bigger Stronger Faster in cui viene mostrata l’evoluzione del fisico dei GI Joe. E nel caso il doping sia un argomento che vi interessa vi invito a guardare il documentario, è davvero interessante.

venerdì 18 settembre 2015

Ricomincia la scuola, non lo vuoi un diario davvero fico?

Per la serie lavori che non avrei mai pensato di fare ma che è stato divertente fare, io e Federico abbiamo creato le illustrazioni per un diario scolastico. La cura grafica ed editoriale è dello studio genovese Visgrafica. Sul blog di Fede trovate un paio di immagini di lavorazione, qua sotto invece una foto del diario in tutta la sua bellezza.

Bello fuori, ancora meglio dentro.

Le illustrazioni toccano alcuni aspetti della sicurezza in rete e della consapevolezza necessaria nell'usare internet limitandone rischi e trappole. Il diario è ovviamente indirizzato ai ragazzi, ma come sottolineiamo nel testo è un'occasione buona come un'altra per parlarne pure con genitori e adulti in genere, che non è detto siano ferrati. 

Devo ammettere che dopo aver passato anni a scrivere e fare disegnini sui miei diari quando andavo a scuola, essere stato pagato per fare la stessa cosa ha un certo gusto di chiusura del cerchio. Poi averlo fatto con un amico talentuoso e poliedrico come Federico aggiunge quella nota di "Coppia di studenti che cazzeggia nell'ultima fila di banchi." che rende tutto ancora più divertente.

UPDATE: dato che me lo avete chiesto in diversi, in caso vi interessasse acquistare il diario

A) grazie!
B) non lo trovate in cartoleria perché è tra i diari a basso costo e personalizzati fatti apposta per il circuito delle scuole. Nel caso però moriste dalla voglia di prenderlo, se siete di Genova, lo potete acquistare presso VisGrafica, di cui vi ricordo il sito.
C) Grazie di nuovo!

venerdì 20 febbraio 2015

Il taccuino migliore è quello che hai riempito di idee. O di come organizzo il mio lavoro negli ultimi tempi.

Qua sul blog e soprattutto sui social ho già detto quanto mi piacciono i taccuini, soprattutto se hanno un design curato, se sono robusti, comodi e se ci si scrive bene sopra. Ogni tanto qualche collega oppure qualche amico che non scrive ma è curioso, mi chiede perché usi così tanto i taccuini e in che modo li usi. Provo a rispondervi.

Il perché è molto semplice: per raccogliere le idee mi trovo molto meglio con carta e penna che con monitor e tastiera. Carta e penna mi permettono una libertà di movimento che, ora come ora, col digitale non ho ancora trovato. Si, ci sono programmi fatti apposta per prendere appunti o fare schemi e mappe mentali, ma quelli che ho testato non mi soddisfano. Lo so, una motivazione molto terra terra ma dopotutto vi sto parlando di questioni pratiche. Come pratici sono i modi in cui li uso. Modi che nel tempo variano, un po' perché ne provo di nuovi vedendo quelli usati da altri scrittori, un po' perché magari mi parte un progetto in zone che non ho mai battuto prima e devo imparare a gestire aspetti del lavoro che non ho mai affrontato prima.

Da qualche mese, per esempio, adotto una strategia che non avevo mai provato e che mi sta aiutando a organizzare meglio le cose. È di una banalità sconcertante ma non ci avevo mai pensato.  Guardando la foto orrenda che vi metto qua sotto credo si intuisca questa botta di genio che ho avuto:



Ogni taccuino è dedicato a un singolo e distinto progetto. Ve l’ho detto, banale e anticlimatica. Però per me è una novità.

Per anni ho usato un solo taccuino per raccogliere le idee, gli spunti, gli appunti che mi passano per la testa o per i 5 sensi. E continuo a farlo, sia chiaro. Da una parte lo trovo essenziale e so che non ne posso fare a meno se voglio tenere traccia di cose che mi interessano, dall’altra l’ho sempre trovato un po’ confusionario se ci si segna molte cose, magari per progetti diversi. Certo, uno potrebbe dirmi di non appuntarmi tutto, che magari non serve. Però quando si tratta di idee e segnarsi le cose io sono di quelli che considera questo specifico consiglio di Stephen King una minchiata:

“Se non ti ricordi un’idea significa che non era un granché.”

e sono più della scuola di Warren Ellis

“Tu non sei Stephen King.”

E infatti io mi segno praticamente TUTTO.

Il problema di scrivere tutto è che gli appunti diventano spesso innavigabili. Probabile che sappiate di che parlo anche se non scrivete di mestiere: se avete mai accumulato troppe mail, oppure vi siete segnati quel centinaio di link fichi dicendo “si poi controllo” o le decine di video che avete messo in una playlist pensando “quando c’ho due minuti”, ci stiamo capendo. Non crediate che chi scrive affronti chissà quali problematiche esoteriche e complesse; una grossa fetta del lavoro di chi scrive consiste nel processare informazioni e renderle coerenti in qualche modo. Non è proprio semplice, ma non è di certo la cosa più complessa della storia. E ci sono vari metodi per cercare di imbrigliare il caos e dargli schiaffazzi finché non prende una forma che più o meno vi aggrada.

Ora, io continuo a segnarmi TUTTO su un  paio di taccuini che porto quasi sempre con me. Il passo successivo, per diversi anni, è sempre stato più o meno quello di riversare gli appunti sul computer, smistandoli nelle varie cartelle: progetti in corso, progetti in nascita, idee vaghe, cose a caso. Più o meno la cosa ha funzionato.

Da qualche mese però ho deciso di provare un approccio diverso, aggiungendo uno step cartaceo tra i due che vi ho esposto. Ora invece di passare dai taccuini generici al pc, preferisco raccogliere tutti gli appunti di un determinato progetto in un taccuino dedicato solo a lui. Il motivo per cui i notebook che vedete nella foto hanno tutti colori diversi è per aiutare a distinguerli e dare una mano in più a mantenere un certo ordine nei miei documenti. Di nuovo, si tratta di una mia predilezione per l’uso di carta e penna che mi aiuta, copiando a mano gli appunti, a raccoglierli con una certa logica che il pc, per ora, non mi permette. E forse non è solo una questione di logica, ma anche di manualità. Che quando si parla di scrittura sembra sempre sia tutto metafisico e telepatico, ma, per come scrivo io, sento il bisogno di poter usare le mani e poter muovere qua e là gli appunti. Tracciare segni sulla carta mi facilità la concentrazione.

Posso farmi uno schema veramente scemo della trama, una banalissima freccia che va da sinistra a destra e sotto di essa segnarmi “inizio - casino incredibile - soluzione geniale - finale pirotecnico” tanto per dare una direzione ai miei pensieri.

Oppure raggruppare una serie di parole che toccano l’argomento della storia cui lavoro e che so mi aiuteranno a ragionarci sopra e trovare spunti tipo “benzina tergicristalli fango camomilla mappa pesca” e da ciascuna far partire una freccia con un altro termine per libera associazione.

O ancora segnarmi i nomi dei personaggi che mi devo studiare se voglio tentare di scrivere una serie già esistente, e vicino loro appuntarmi il carattere che ne ricavo leggendo le loro storie.

Oppure tracciare dei layout delle tavole da sceneggiare e disegnare degli omini tanto stilizzati e brutti quanto, per me, perfetti per chiarirmi le idee su come muovere i personaggi all’interno di vignette e tavole.
Insomma, lo ripeto, è una questione pratica, proprio manuale: carta e penna con me funzionano bene. E soprattutto sono molto portatili, il che diventa utile quando mi trovo a lavorare in giro. Non che io sia un reporter o viaggi di continuo, tutt’altro. Ma ho da sempre l’abitudine di scrivere e leggere anche in pubblico. Uno dei vantaggi che apprezzo di più del mio lavoro è quello di poterlo fare seduto al tavolo di un bar. Prima o poi ne parlerò diffusamente, ma diciamo che poter osservare le persone intorno a me, o magari rubar loro qualche discorso, mi riempie sia la testa che lo spirito.

Quindi poter pigliare un taccuino, tipo quello con i cerchi bianchi che vedete nella foto, e avere con me tutto, o quasi, quello che mi serve per poter lavorare su quel progetto seduto su una panchina, o in biblioteca o al tavolo di un bar in riva al mare, è un vantaggio che trovo meraviglioso.

Certo, tutto quanto vi ho raccontato qua, si riferisce solo a una parte del lavoro che faccio. Nel momento in cui devo scrivere la sceneggiatura, son costretto a farlo col pc (per quanto ne abbia scritta più di una col portatile in un bar), stessa cosa se devo spaccarmi di ricerche online. Il taccuino non è l’unico strumento di lavoro che uso, ma è di sicuro uno di quelli che preferisco. Col suo essere raccolto, concluso in se stesso, mi da l’impressione che i miei appunti, per quanto confusi e in fase di coordinamento, siano al loro posto.

Altro discorso quando il materiale accumulato mi pare sufficiente per poter lavorare in maniera più massiccia, coordinata e precisa sulla trama. A quel punto ho bisogno di fogli, tipo banalissmi A4, e fogli più piccoli, dimensione da post-it, su cui segnare le varie fasi della storia, da muovere qua e là per montare la storia. Però sempre col taccuino sotto gli occhi che mi funge da vademecum se durante la stesura della trama mi sembra di prendere una direzione sbagliata.


Insomma, il mio metodo si prendere appunti e usare i taccuini più o meno è questo. Studiare e conoscere i metodi altrui può darci spunti nuovi per migliorare i nostri. Il mio potreste trovarlo utile, come una cagata pazzesca. Il che va comunque bene perché, citando Bruce Lee “Assimila quanto trovi di utile, scarta quello che ti sembra inutile e aggiungi quello che è unicamente tuo.”. Lui parlava di arti marziali, ma credo si adatti a tutte le attività.