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mercoledì 9 agosto 2017

Dietro le quinte di Chi si somiglia si piglia - sceneggiatura di Davide Costa e disegni di Lorenzo Magalotti

Ho scritto una tavola autoconclusiva e Lorenzo Magalotti è stato così gentile da disegnarla. Più sotto trovate la sceneggiatura che ho scritto, e in chiusura del post una versione alternativa della sceneggiatura dell'ultima vignetta. La tavola disegnata da Lorenzo invece ve la beccate subito. Il titolo è Chi si somiglia si piglia.



La tavola l'abbiamo spedita a La Vetta del Terrore, un concorso per fumetti horror creato, curato e coordinato da Mortimer Cobold, losco figuro che mi ha spedito un invito a partecipare. Per fortuna ho trovato un perfetto compagno di ventura in Lorenzo, per cui potete leggere la nostra tavola sulla pagina ufficiale di La Vetta del Terrore, a questo indirizzo. E una volta lì, gironzolate per la pagina che iniziano a esserci diversi fumetti molto interessanti.

Mortimer ha deciso di smembrare la tavola in quattro pezzi, non so se per dilettare il suo lato sadico da organizzatore horror o altro. Trovo comunque interessante poter leggere la tavola in due versioni, e come rimanga ben leggibile e coerente in entrambi i casi. Penso che questo sia possibile grazie al gran bel lavoro svolto da Lorenzo coi suoi disegni e la sua regia chiara e precisa.

L'abbacinante bellezza di Lorenzo e dei suoi layout.

La sceneggiatura, che potete leggere qua sotto e che trovate in formato pdf qua, l'ho scritta qualche settimana fa, come esercizio sulla tavola a 12 vignette tutte di identica dimensione. 




Come dicevo in apertura del post, ecco una versione alternativa dell'ultima vignetta:


La differenza risiede solo nell'uso di un dialogo anziché di una dida. Nella tavola finita ho preferito la dida perché mi piace l'ambiguità che dona alla tavola. Non sappiamo bene quando l'impostore/sosia del protagonista dice quelle frasi. Magari le ha dette prima di legare il tizio come un salame, magari gliele dice dopo. Magari non ha detto una parola e le pensa e basta. Inserendo invece una battuta nell'ultima vignetta le cose si fanno più chiare e dirette.

Io preferisco la prima opzione, ma mi piaceva mostrarle entrambe in questo dietro le quinte. Dietro le quinte che è stata letto in anteprima da tutti gli abbonati di Appunti dai tavolini di un bar, la mia newsletter che spedisco ogni domenica da 38 settimane filate. La uso per parlare del mio lavoro, di cose che mi piacciono e di riflessioni, un po' abbozzate un po' in divenire, sulla narrativa e altre cose. Inoltre ci inserisco (quasi) sempre la sceneggiatura di una tavola autoconclusiva e alcune di queste tavole, a volte, vengono poi disegnate. Per cui se siete curiosi potete iscrivervi alla newsletter andando a questo link e inserendo il vostro indirizzo mail nell'apposita casella.

giovedì 8 giugno 2017

Scrivere fumetti: la stessa tavola sceneggiata in tre modi diversi.

Una frase che incontrate spesso se seguite gente che fa un lavoro creativo è "Non importa l'idea, importa come la esegui.". In questo post vi allungo le sceneggiature di tre tavole autoconclusive basate tutte sulla stessa idea: secondo me la terza è quella che funziona meglio, ma decidete voi quale preferite.

Due di queste, la versione 2.0 e la versione 3.0, le ho spedite nelle ultime settimane agli abbonati della mia newsletter, Appunti dai tavolini di un bar. Ho pensato però che potessere essere interessante vedere anche la versione 1.0, quindi le ho raccolte qua sotto. Ma la faccio breve e vi mostro le tavole. Il titolo è lo stesso per tutte, CONSEGUENZE.



CONSEGUENZE 1.0



In caso sia illeggibile, qui trovate la versione in pdf.

CONSEGUENZE 2.0
In caso sia illeggibile, qui trovate la versione in pdf.


CONSEGUENZE 3.0
In caso sia illeggibile, qui trovate la versione in pdf.

Come potete leggere, la differenza tra la 1.0 e la 2.0 è tutta nelle didascalie. Nella seconda versione ho preferito eliminare la voce narrante del protagonista. Nonostante le frasi mi piacciano, ho l'impressione che diano una chiave di lettura troppo precisa alla tavola. Per questo motivo nella seconda versione sono solo le immagini a raccontare quel che succde, spero in maniera comprensibile.

Rileggendo la 2.0 e iflettendoci sopra, ho pensato che il punto centrale della tavola è quanto accade alla maschera, per cui nella terza versione ho deciso di concentrare l'attenzione su di lei. Ho quindi cambiato alcune delle immagini ambientate nel presente, mantenendo inalterati i flashback. Sempre senza parole, perché credo sia abbastanza comprensibile anche muta.

Certo, se siete fan del wrestling o della Lucha Libre in particolare, è probabile che cogliate al volo quanto sia drammatico lo strappo della machera per un luchador. Però viviamo in tempi in cui i tizi mascherati la fanno da padrone al cinema e in tv, quindi penso che il senso di un simbolo identitario che viene distrutto possa essere decifrabile da molti.

Questo fa sorgere una delle domande che chi racconta storie deve sempre ricordare: a che pubblico mi rivolgo? All'appassionato di un certo argomento, che non ha bisogno di essere introdotto allo stesso, oppure a quello generico, che magari non ne sa una mazza?

Trattandosi di una tavola che scrivo soprattutto per me e per esericizio, ho deciso di rivolgermi a un ipotetico appassionato. Se si trattasse di una tavola scritta su commissione per una pubblicazione generica, opterei probabilmente sempre per la versione 3.0, perché le sue immagini mi convincono di più, ma credo inserirei, con qualche adattamento, il testo della 1.0 per evitare disguidi.

Perché va bene non essere didascalici, ma essere incomprensibili è meglio di no.

Poi è chiaro che il giudice finale è sempre il lettore. Quindi decidete voi quale versione sia più comprensibile ed efficace.

Se avete voglia di iscrivervi alla newsletter non dovete fare altro che andare qui e inserire il vostro indirizzo mail. Ogni domenica, finché mi regge, riceverete una mail con qualcosa di sceneggiato da me e un paio di appunti su cose che scrivo, leggo e vedo. 

Oltre all'occasionale riflessione o aneddoto sul wrestling. Lo so, non lo avreste mai immaginato.

lunedì 24 novembre 2014

Come l'ha girata lui, questa? - Paolo Morales sul Narrare con le immagini

Partiamo dalla fine. In chiusura di questo Narrare con le immagini, Paolo Morales (sceneggiatore, disegnatore e storyboarder scomparso nel 2013, qui la bio completa) scrive:

“Niente di definitivo. Solo alcuni fatti che generano molte domande e un’ipotesi.”

Credo riassuma molto bene l’attitudine e lo stile con cui ha scritto questo saggio. Parlo di saggio e non di manuale perché Morales lo imposta come una serie di brevissime lezioni in cui smonta immagine dopo immagine alcune sequenze di film notissimi e un po’ meno per spiegare come queste funzionano. Poca teoria, molta pratica e smontaggio.


Certo, Morales spiega la teoria che sta alla base del racconto filmico. Però non si limita a sciorinare cosa siano piani e campi facendo la lista della spesa elencandone i vari tipi. Per ognuno di loro prende una scena di un film e spiega la loro funzione narrativa: perché dopo questo primo piano ci sta meglio un dettaglio? perché questo mezzo busto di quinta sarebbe, in teoria, sbagliato ma qui funziona splendidamente?

Tutto per cercare di rispondere alla domanda che si pone ogni regista: “Come la giriamo, questa?”. Una domanda che apre decine di risposte, alcune giuste, alcune sbagliate.

Una domanda a cui si può invece dare risposta sicura è “Come l’ha girata Lui, questa?”, dove i vari Lui sono Coppola, Kubrick, De Palma e altri pezzi grossi, o anche meno grossi come Jonathan Demme, il regista de Il silenzio degli innocenti. Morales, per esempio, prende la sequenza in cui Clarice/Jodie Foster entra per la prima volta nel manicomio in cui è incarcerato Lecter: fa la conoscenza del(l’antipaticissimo) Dr. Chilton, scende con lui nei meandri dell’edificio fino ai sotterranei dove finalmente si trova faccia a faccia con Hannibal il cannibale. Pochi minuti che Morales disseziona inquadratura dopo inquadrature per dimostrare in che modo le scelte attuate da Demme funzionino per sottolineare il punto di vista di Clarice e aumentare il coinvolgimento del pubblico. Potevano esserci altre soluzioni e scelte? Sicuro. Potevano essere migliori? Non è sicuro. Di sicuro c’è che queste sono state scelte con in mente una funzione ben precisa e quella riescono ad attuarla.



Ma questo è solo uno dei vari esempi che Morales si diverte (e leggendo il volume si percepisce proprio quanto lui si appassioni e diverta nello studiare il racconto per immagini, un bonus non da poco che rende la lettura ancora più interessante) a smontare, sempre sottolineando come la scelta che ogni regista e montatore attua non è detto che sia la scelta migliore in assoluto e nemmeno, magari, la più perfetta a rigor di manuale. Però, scena girata e montata alla mano, è una scelta che ha dato un risultato ottimo.

Quindi pratica pratica pratica, sia quando si scrive/disegna/gira sia quando si studia: guardare un film o leggere un fumetto per godersi la storia è un conto, ma poi se uno vuole capire davvero come raccontare per immagini lo deve pure smontare. Senza dimenticare comunque quel minimo di teoria che sta alla base di un certo modo di raccontare. Come a esempio l’effetto Kuleshov, vecchio come il cucco, teorizzato negli anni ’10/’20, ma ancora alla base del racconto per immagini. Ovvero che il significato di un’immagine cambia a seconda del contesto in cui questa viene inserito: la stessa identica immagine dello stesso attore, con la medesima espressione, cambia e appare diversa a seconda dell’immagine cui viene giustapposta. Si certo, per voi uomini moderni e di mondo è ovvio, ma agli albori del cinema tutto andava imparato e sperimentato passo passo per capire come manipolare l’emozione degli spettatori. E guardando l’esempio usato da Kuleshov e quello successivo di Hitchcock che vedete qua nel post, c’è da chiedersi quanto si sarebbero divertiti oggi a giocare coi meme. 


E “giocare” mi pare sia un attitudine che per quanto non esplicitata da Morales venga un po’ sottintesa nel suo scrivere: ci sono immagini che ci passano per la testa, ci sono metodi per poterle rendere reali, scopriamo quali funzionano e quali no. Spingiamoci oltre il già visto e già fatto e vediamo dove possiamo arrivare. Nell’ultima parte del volume Morales parla di Kill Bill di Tarantino, e analizza una sequenza d’inseguimento presa da Bad Boys II di Bay (sapete quale, quella con le auto lanciate dal camion). Ora, al di là di quello che pensate dei due film e dei due registi, è innegabile che siano due che si divertono in quello che fanno e non si fanno problemi a spingersi sempre più in là nel fattibile. I risultati possono essere molto diversi tra loro, ma la voglia di provare è, credo, innegabile.

Insomma, ‘sto saggio me lo sono proprio gustato. Se siete del tutto digiuni dal linguaggio tecnico del cinema non è un problema: Morales spiega bene e in maniera sintetica la terminologia necessaria per comprendere tutto. Se già masticate un po’ le cose secondo me non vi potete annoiare perché gli esempi analizzati sono così tanti, così diversi e raccontati così bene da potervi dare di sicuro qualche spunto su cui riflettere, o farvi venire voglia di rivedere i film citati per osservarli con occhio più critico. 


giovedì 1 marzo 2012

Corso di sceneggiatura a Genova

Settimana prossima parte la quarta edizione di Professione Sceneggiatore, il corso di narrazione tenuto da Sergio Badino.

Si tiene all'Accademia Ligustica e avete tempo per iscrivervi fino al 6 marzo, giorno d'inizio corso. Qua tutte le info.

Premesso che io e Sergio ci conosciamo da anni e che condividiamo lo stesso studio da qualche tempo, spendo due parole sul corso. Io l'ho seguito per tre anni di fila, per vari motivi.

Il primo anno avevo bisogno di rimettermi in moto dopo il periodo di malattia e ho pensato che un corso fosse uno sprone a ricominciare a fare. Perché scrivere è un'attività anche fisica. Così è stato, perché Sergio ha un approccio molto pratico alla scrittura. Si analizzano storie più o meno note per capire come funzionano, si studiano i principi della narrazione e soprattutto si scrive. Molto. Da una lezione all'altra c'è sempre un compito a casa da ideare, elucubrare e scrivere. Volendo sfruttare bene il corso, tocca prendere un ritmo costante alla tastiera, cosa che io avevo perso.

La pratica della scrittura è uno dei mattoni fondanti per chiunque voglia scrivere per lavoro. Questo martellare sulla pratica e sulla consegna dei compiti a casa di Sergio è stato ottimo per il sottoscritto.

Durante il corso inoltre ho avuto anche la fortuna di conoscere un po' di persone interessanti che amano la scrittura e con cui scambiare pareri sui propri lavori. Ed è un motivo in più per cui mi sono iscritto la seconda volta. Sentivo la necessità di mettermi in gioco con altri scrittori per imparare sia a scrivere meglio sia a saper discutere con sconosciuti del mio lavoro e del loro. Nel corso del corso ( heh ) si instaura una dialettica che ho trovato molto stimolante e utile. Si accumulano spunti, suggestioni e influenze che arricchiscono, non solo dal punto di vista professionale.

Inoltre durante secondo anno sono stato piacevolmente colpito da una cosa: Sergio ha rivisto e ricalibrato il corso mettendoci qualcosa di nuovo. Se la teoria si fonda su determinati principi che rimangono gli stessi, a cambiare sono gli esempi studiati per capire questi prinicpi. Per cui da un anno all'altro mi sono trovato a rivedere e smontare film diversi, a conoscere autori nuovi e soprattutto a dover fare compiti a casa radicalmente diversi dall'anno precedente. Credo sia un ottimo metodo per non rimanere fossilizzati sui propri orizzonti e provare a guardare più in là, che magari si scopre qualcosa che ci piace.

Motivo nuovo e foriero di cose interessanti per cui mi sono iscritto una terza volta, l'anno scorso. E sono convinto di aver fatto bene, perché ancora una volta ho conosciuto gente interessante con cui scambiare opinioni, ancora una volta Sergio ha fatto cose nuove che mi hanno fatto conoscere nuoti autori e nuove storie e ancora una volta ho dovuto fare un sacco di compiti, che mi hanno costretto a scrivere cose diverse dal solito facendomi usare stili e tecniche che non avevo mai provato. In sostanza, ogni anno mi sono trovato alla fine del corso più arricchito che all'inizio.

Per cui se vi interessa imparare a raccontare e avete voglia di mettervi in gioco, l'occasione è secondo me ghiotta.

lunedì 3 maggio 2010

Age & Scarpelli al banco dei pegni.

La settimana scorsa è morto Furio Scarpelli che con Agenore Incrocci ha formato quella che è stata probabilmente la coppia di sceneggiatori più famosa d'Italia, Age e Scarpelli.

Caso vuole che un paio di giorni prima della morte di Scarpelli mi sia letto il manuale che Age dedicò alla sceneggiatura. Me lo consigliò un bel po' di tempo fa Sergio che ne parlò anche nel suo blog, qua.

Il manuale non si limita a una serie di teorie e consigli ma analizza scene e passi di opere famose. In particolare ho trovato molto interessanti l'analisi dell'Armata Brancaleone, i consigli su come scrivere un dialogo e il capitoletto dedicato al telefono dove viene sviscerata bene una di quelle cose che guardi per anni in centinaia di film e fumetti ma non ci rifletti mai su finché uno bravo non te lo fa notare. In sintesi, se vi interessa la sceneggiatura, sia per sfizio o per lavoro, ve lo consiglio molto.

Chiudo citando forse il film che preferisco in assoluto a cui abbia collaborato la coppia, I soliti ignoti, e in particolare una scena che vede coinvolto il personaggio di Memmo Carotenuto e un impiegato dei Pegni. Purtroppo non la trovo su Youtube ma in sintesi è così:


Carotenuto entra nel banco dei pegni per rapinarlo, sfodera una pistola e minaccioso fa all'impiegato: La conosci questa?

L'impiegato non fa una grinza, gli sfila la pistola dalla mano, l'esamina e dice: Sicuro che la conosco! È una pistola Beretta, ma in cattivissime condizioni... 1000 lire.


Saranno passati 20 anni dalla prima volta che l'ho vista ma ogni volta rido come un cretino, e pure ora riscrivendola mi viene da sogghignare. Beh dato che a raccontarla così probbailmente l'ho ammazzata e in caso non abbiate mai visto il film, è un giorno buono come un altro per rimediare.

venerdì 26 febbraio 2010

Corso di sceneggiatura all'Accademia Ligustica di Genova

Con colpevole ritardo vi giro l'annuncio dell'apertura delle iscrizioni al corso di sceneggiatura che Sergio Badino terrà all'Accademia Ligustica di Genova a partire dalla settimana prossima. Avete tempo fino al 4 marzo per iscrivervi. Trovate tutti i particolari e le info sul blog di Sergio, qui.

In caso vi iscriviate vi do un consiglio da parte di chi ci è già passato: mettetevi in gioco il più possibile e non siate timidi, sono occasioni da sfruttare per fare leggere i vostri scritti da chi fa questo lavoro da anni (senza dimenticare gli altri studenti con cui vi rapportere) e affrontare critiche e consigli che vi faranno crescere come autori.



venerdì 15 gennaio 2010

Commando, Taken e come si racconta una storia

Mesi fa ho visto un film che mi ha dimostrato nuovamente come nel raccontare una storia il come sia spesso più importante del cosa.

La trama si scrive su un preservativo, nemmeno XL: a un uomo che ha lavorato per mamma America rapiscono la figlia adolescente. Lui la salva uccidendo tutti i cattivi che gli capitano sotto mano senza fare una piega.

Ci sono due film (ma probabilmente molti di più) che rispondono a questa sinossi: Commando e Taken.

Già le locandine parlano chiaro

Nonostante si tratti di storie quasi identiche i due film sono molto diversi: sopra le righe, eccessivo e dai dialoghi brillanti il primo. Teso, diretto, con pochi fronzoli e per certi versi amaro e senza speranza il secondo.

In un certo senso sono la dimostrazione di come la stessa idea di base possa essere resa in due maniere diametralmente opposte dando risultati egregi in entrambi i casi. Da vedere come lezione di stile e approccio alla materia.

mercoledì 13 agosto 2008

Personaggi inutili nei film di successo

Ultimamente mi sono rivisto con estremo piacere i due Ghostbusters. Forse è perché non vedevo i film da diverso tempo, forse è perché li ho guardati con l'audio originale per la prima volta, ma in passato non mi ero mai reso conto (o non avevo fatto caso) a quanto siano perfette le espressioni che assumono in entrambi i film Bill Murray e Harold "Egon" Ramis. Ramis in particolare assume spesso la tipica espressione di uno che ride sotto i baffi perché mentre ti sta spiegando la relatività della quantistica stocastica, ti ha riempito il preservativo con l'azoto liquido e pregusta la scena.

Egon is amused

Ma sto divagando.

Un'altra cosa che mi è balzata agli occhi con l'ultima visione è la figura di Winston Zeddemore, il personaggio di colore che spunta a metà del primo film.

Magari sono io che mi sono perso qualcosa ma fateci caso: non serve a niente. Particolarmente nel primo film il suo ruolo non ha peso ai fini della trama, spunta ogni tanto per favorire un paio di battute ("Winston?" "La mia mente è bianca!") e funge da quarto uomo nelle scene di azione. E' quasi a livello dell'ufficiale con la maglia rossa di Star Trek.

Se lo togliamo dal primo film la storia va avanti senza nessun intoppo, diventa solo meno politically correct non avendo un afro in cartellone.

Leggendo qua e là pare che la sua parte fosse originariamente ideata per Eddie Murphy il quale si tirò indietro dovendo girare Beverly Hill Cop. In caso avesse accettato, il personaggio sarebbe entrato in scena molto prima nel film e avrebbe avuto maggior peso. Nonostante la mancanza di Murphy si decise di mantenere Winston ma di limitarne le apparizioni e inserirlo come aiutante a metà film, quando i tre eroi iniziano a essere travolti dal successo e il lavoro diventa gravoso. Il modo repentino con cui entra in scena e la sua scarsa presenza nel resto del film lo fanno sembrare però un pesce fuor d'acqua.

Anche nel secondo film non è che brilli per importanza: si limita a salvare Egon e Ray da un incendio e a sbiancare quando una metro-fantasma lo attraversa, ma pure qui sembra sempre il quarto incomodo che passa di li per caso.

Sia chiaro che i film per me rimangono due figate pazzesche, particolarmente il primo, però sta cosa del personaggio inutile a sto giro m'è rimasta sul gozzo. O per lo meno così mi pare.

Se proferisco membrate, ditelo nei commenti.

lunedì 14 luglio 2008

Paperino & Paperoga e l'indispensabile pausetta - Sergio Badino e Vitale Mangiatordi

Come detto qui, ricavare i soggetti delle storie che mi piacciono lo trovo un esercizio estremamente utile per capire come si raccontano storie. Sergio Badino ha pubblicato sul proprio blog il soggetto di una sua storia, Paperino & Paperoga e l'indispensabile pausetta, che trovate sul numero di Topolino 2746 attualmente in edicola.

Anche questa volta ho provato a scrivere il soggetto della storia per analizzarlo e ve lo ripropongo, comprese un paio di riflessioni scaturite dall'esercizio. Scaricatevi la mia versione del soggetto, qui, e poi leggetevi l'originale di Sergio, qui.

In questo caso trovo il confronto interessante soprattutto grazie alla versione che Sergio ha messo sul suo blog, contenente le indicazioni dell'editor che ha seguito la lavorazione della storia.

La storia che leggete su Topolino quindi differisce in diversi punti dal soggetto originale scritto da Sergio il quale, in sceneggiatura, ha tenuto conto delle indicazioni dell'editor.

La mia versione si basa esclusivamente sulla storia pubblicata, quindi differisce in vari punti dal soggetto di Sergio e in un certo senso la comparazione tra le due sottolinea di più come la stessa idea possa essere raccontata in maniera diversa senza stravolgerla.

Cambiamenti, anche sostanziosi, tra il soggetto presentato a una redazione e quello approvato per la sceneggiatura sono all'ordine del giorno e questa è una situazione con cui, chi è agli inizi, si deve confrontare di continuo.

Nei prossimi giorni conto di ricavarmi anche la sceneggiatura della storia e confrontarla con quella di Sergio per entrare nel particolare di come le idee siano state messe in opera.

Per oggi vedere come un professionista abbia saputo adattarsi alle richieste del committente senza rinunciare all'idea di partenza è stata un'ottima lezione.



venerdì 6 giugno 2008

Savage Dragon di Erik Larsen mi piace da impazzire

Oggi mettendo ordine tra gli scaffali sono capitato tra i brossurati di Savage Dragon e una sfogliata veloce mi ha ricordato alcuni motivi per cui il Dragone di giada ideato da Larsen mi piacque fin dal suo arrivo in Italia sulle pagine di Spawn e ben più di quest'ultimo: divertimento, dramma, allegria, scanzonatezza, epicità e la capacità di rendere credibile qualsiasi personaggio.

E quando dico qualsiasi intendo proprio qualsiasi:


Clicca l'immagine per una grandezza divina

E no, non è un supertipo con manie di grandezza, è proprio L'Onnipotente, che ha appena preso a calci in culo il Diavolo, letteralmente.

Mi sa che è giunta l'ora di completare la collezione e recuperare gli ultimi 10 anni di storie.

L'immagine è tratta da Savage Dragon Volume 3 Edizione Lexy.

lunedì 19 maggio 2008

John Doe 60 - Ballo di Famiglia di Maurizio Rosenzweig

Per chi non conoscesse l'attuale situazione dell'universo di John Doe: da quando il figlio di JD è diventato Re del mondo bandendone la morte, ovvero lo stesso JD, la gente ha smesso di morire e tutto si è incasinato parecchio.

Vediamo, con ampi SPOILER e minigonne in tinta, il numero 60.

Clicca per una dimensione Carnevalesca

Il numero, scritto e disegnato da Maurizio Rosenzweig, si apre con una lunga sequenza che ci mostra da subito quale sarà il tono della storia grazie a tavole come la seguente:

Clicca per ingrandire

Un torso d'uomo è immerso nell'olio bollente. E il torso dorme serafico.

Stabilita l'atmosfera veniamo a conoscere i co-protagonisti di questo numero:

Cliccami su, Scotty!

TREKKIES!

Perché non importa che non riescano a scopare, ora che non possono morire non ce ne libereremo mai.

L'allegra comitiva di Trekkies viaggia verso Lost Vegas, casa del Re del mondo, per partecipare a una convention. Lungo la via sbagliano strada e nel più classico dei colpi di scena vengono in contatto coi Villici Del Horrore:

Clicca per aprire quella porta

Villici Dell'Horrore che hanno rapito anche JD.

Villici Dell'Horrore che sono Cannibali:

Clicca per un taglio migliore

Villici Dell'Horrore Cannibali che scopriamo essere in realtà:


Clicca per ingrandire

Villici Dell'Horrore Cannibali ALIENI!

E se a questo punto non siete già corsi a comprare l'albo significa che state leggendo il blog sbagliato.

Comunque è a questo punto, quando la storia ha raggiunto e superato in retromarcia, bruciando ballerine nane, l'epica Recchionana (Recchionesca? ok, questa è pessima) arrivando la dove nessun lettore medio è arrivato prima che John si sveglia e fa piazza pulita:

Clicca per ingrandire Eddie

In sotto fondo potete sentire gli Iron Maiden che pompano come dei dannati.

E tutto torna come prima con JD e Pericle che tornano sulla strada. Segno dello status quo che non può essere abbattuto nemmeno da un Autore con sette paia di palle o al contrario comprensione perfetta dei meccanismi della terza stagione di JD, nonché dimostrazione di profondo amore per Texas Chainsaw Massacre, il genere slasher, la serialità e il fumetto popolare in genere (l'omaggio al gruppo TNT non potrete non coglierlo)?

Propendo per la seconda, resta il fatto che mi sono divertito parecchio come lettore e che come sceneggiatore me lo sto rileggendo a mo' di manuale.

giovedì 24 aprile 2008

Soggetti estratti: episodio pilota di The Shield

Clicca per un Vic a grandezza maggiore

ATTENZIONE: SPOILER

In un precedente aggiornamento
di Baphomouse ho parlato di come ricavare il soggetto di una storia a fumetti può insegnare molto su quella storia. Nei commenti a quel post, Sergio Badino ha sottolineato come questo esercizio possa applicarsi anche a film, telefilm e libri permettendoci di imparare qualcosa di utile anche allo scrivere fumetti. Quando il prof parla io eseguo, quindi ho preso la palla al balzo e ho ricavato il soggetto dell'episodio pilota di The Shield, telefilm poliziesco di grande successo la cui visione è consigliata.

Prima di parlare del soggetto, due parole sul perché abbia scelto questo specifico episodio di questo specifico telefilm.

Il pilota di una serie televisiva deve presentare al pubblico i protagonisti, i comprimari, le dinamiche tra di loro, le ambientazioni in cui si muovono, il tema portante della serie e deve fare tutto questo in maniera accattivante per convincere il pubblico a guardare l'episodio successivo. Sono tutti aspetti che entrano in gioco anche con il primo numero di una serie a fumetti, fatte salve tutte le differenze di linguaggio dei due mezzi espressivi. La scelta è ricaduta poi su The Shield sia per la qualità generale dell'episodio sia per il finale che lo pone un gradino sopra a molti pilota che mi è capitato di vedere.

Ma andiamo nello specifico e parliamo del soggetto che potete scaricare da qui.

Guardando l'episodio quello che colpisce di più è il finale con l'omicidio a sangue a freddo della talpa onesta da parte di Vic il corrotto. Un finale così crudo e d'effetto riesce perfettamente a definire il tema portante della serie e a conquistare lo spettatore. Ma come mai un poliziotto corrotto, non esattamente il personaggio più originale della storia, rimane così impresso nello spettatore?

Smontando l'episodio e scrivendone il soggetto si può notare come Vic, fino all'ultima scena, sia bene o male l'antieroe dell'episodio: tradisce la moglie, si considera superiore al proprio capo, è corrotto e prende il pizzo da spacciatori, papponi, troie e copre tenutari di crack-house però è a lui che si rivolgono i suoi colleghi quando si tratta di salvare una bambina nelle mani di un pedofilo reticente. Grazie al pestaggio brutale del pedofilo scopriamo l'ubicazione della bambina che viene tratta in salvo e tutti applaudono Vic, spettatore compreso. A questo punto, quando iniziamo a patteggiare per un uomo che fa quello che deve fare per rendere migliore il proprio quartiere (e aiuta pure una prostituta-madre donandole dei soldi!) gli sceneggiatori ci ridono in faccia facendogli uccidere a sangue freddo un poliziotto onesto con l'unico scopo di mantenere i propri affari loschi intatti. A questo punto quella che era una linea labile tra giusto e sbagliato va a farsi benedire e lo spettatore non sa più cosa aspettarsi, a parte la messa in onda dell'episodio successivo.

In aggiunta alla costruzione a mio modo di vedere ottima del finale, il pilota funziona nel delineare oltre a Vic i numerosi comprimari della serie e le loro dinamiche tutt'altro che scontate. Oltre ai confronti sfaccettati tra ad esempio Claudette e Wagonback, quest'ultimo e Danny o Aceveda e Vic, trovo che una buona trovata sia stata quella di mostrare Shane quasi sempre al fianco di Vic, finale compreso. Nonostante Shane quasi non parli e non agisca in questo episodio è evidente il legame tra i due e il fatto che sia il braccio destro di Vic, aspetti fondamentali nel proseguo della serie.

Da non sottovalutare poi la capacità degli autori di spezzare le varie trame dell'episodio incastrandole tra loro rendendo rendendolo dinamico e mai noioso e infarcendolo delle informazioni necessarie a conoscere i personaggi senza cadere nel famigerato info-dump.

Visione quindi consigliata per fini didattici, oltre che per puro intattenimento come tutte e tre le prime stagioni. Sulla quarta non mi pronuncio dovendola ancora vedere.

Se avete osservazioni da fare o vi vengono in mente altri pilota interessanti non esitate a farvi vivi nei commenti.


mercoledì 16 aprile 2008

L'uso della splashpage tra The Goon e NEXTWAVE

La splashpage, la tavola occupata interamente da un'unica vignetta, viene solitamente utilizzata per scene di enorme impatto scenico in cui spesso a farla da padrone è l'azione. Esplosioni, dispiegamento di forze in campo, campi lunghissimi per mostrare nuovi ambienti e soprattutto scazzottate tra buoni e cattivi.

Un esempio portato all'eccesso di SP e di scazzottate lo potete trovare in NEXTWAVE, la maxiserie di Ellis e Immonen che prende a pesci in faccia (ittici o meno) il genere supereroistico tra omaggi, parodie e ammodernamenti di vecchi personaggi.


State per cliccare una thumb di NEXTWAVE

Nel numero 11 trovate una sequenza di sei doppie SP in cui i protagonisti non fanno altro che prendere a mazzate un enorme numero di nemici sempre più assurdi e improbabili. Se " Alcuni Stephen Hawking su carrozzina volante" e "Enorme Gorilla-Wolverine" non vi bastano, trovate tutte le tavole in questo mio post su comicsblog.it.

Questa sequenza ha generato parecchie critiche tra i lettori riassumibili in "3 dollari per un albo che si legge i 2 minuti!? Rivoglio i miei soldi!". Personalmente il divertimento generato dalle idee buttate in quelle 12 pagine mi ha ampiamente ripagato del prezzo del biglietto, trovando inoltre il tutto perfettamente coerente con l'atmosfera generale della serie.

Ma la critica mi ha dato da pensare sulla legittimità o meno di determinate SP usate a volte più per riempire spazi e generare azione, magari figa tanto per essere figa, che per far passare determinate idee e atmosfere al lettore.

E' possibile riuscire a sfruttare invece la splash page, magari una sequenza di SP, non per riempire spazi o creare una sequenza d'azione figa ma per creare atmosfera, pathos e avvicinare il lettore ai personaggi e viceversa? Il caso ha voluto che nello stesso periodo in cui ho letto NEXTWAVE abbia letto anche lo speciale di The Goon intitolato Chinatown scritto e disegnato da Eric Powell, e la risposta non può che essere si.


Clicca per ingrandire

Chinatown è sostanzialmente la storia del primo grande amore di Goon, di come questo sia finito nel più classico dei modi e delle conseguenze che ha avuto nel suo rapporto col mondo e le persone. Una storia d'amore struggente e umana ricca di sfumature emozionali e riflessioni sull'amicizia, con una sfilza di pestaggi, dita mozzate, gente arsa viva e un drago cinese che fa un bruttissimo incontro con due machete. Dovrebbero farne di più di storie d'amore così.

Comunque torniamo alle SP.

Quando Il Grande Amore di Goon gli spezza il cuore, Goon si ritrova solo in una stanza, si guarda allo specchio e a questo punto inizia una sequenza di 5 SP, 5 primi piani in cui Goon guarda il lettore-specchio-sestesso, passando da una profonda tristezza alla disperazione più nera che gli fa tormentare il volto rigato da grosse lacrime di dolore.

Fatto questo Goon si riprende e affronta la situazione nell'unica maniera possibile:


Clicca per sentire il dolore

Violenza come se piovesse che porta a un finale immerso nel sangue ma amarissimo.

La scelta di Powell di dilatare il dolore di Goon in 5 splash page risulta, grazie anche alla sua bravura come disegnatore, ottima per avvicinarci al protagonista e farci condividere con lui un sentimento comune ai più, una dimostrazione a mio avviso di come le potenzialità della SP non siano legate esclusivamente ad azione e fighetterie correlate.

Per inciso, il resto di Chinatown è tutto di altissimo livello e merita di essere letto anche se non conoscete la serie regolare, dopotutto è in un certo senso lo Year One del personaggio.

martedì 25 marzo 2008

Il reverse engineering applicato ai fumetti

Da Wikipedia: La reingegnerizzazione o ingegneria inversa (spesso si usa il termine inglese reverse engineering elettrico, un programma ) è il processo di prendere qualcosa (un dispositivo, un componente, un software, ecc.) e analizzarne in dettaglio il funzionamento, solitamente con l'intenzione di costruire un nuovo dispositivo o programma che faccia la stessa cosa senza in realtà copiare niente dall'originale; ovvero realizzare un secondo dispositivo, componente o programma in grado di interfacciarsi con il primo.

In un certo senso quando si vuole imparare a scrivere si applica lo stesso procedimento alle storie, nel mio caso alle storie a fumetti.

Molti sceneggiatori di cui ho letto interviste o con cui ho avuto la fortuna di parlare consigliano agli esordienti di studiare i fumetti direttamente sulle pagine dei fumetti, analizzando le storie lette e provando a riscriverle per capire come funzionano e poter così poi scrivere le proprie. Letta una storia uno può quindi provare a desumerne il soggetto e la sceneggiatura. Praticamente reverse engineering.

Sorge però un problema non da poco: una volta che io mi sono tirato giù soggetto e sceneggiatura, come faccio a capire che funzionano sul serio e non che la storia mi torni solo perché l'ho letta già disegnata e involontariamente considero chiari punti in realtà mal descritti?

Le soluzioni sono due:

A) Avere una capacità d'autoanalisi estremamente sviluppata.

B) Avere la possibilità di leggere soggetto e sceneggiatura originali e raffrontarle con le vostre.

Per mia fortuna capita quindi a fagiuolo la pubblicazione da parte di Sergio sul proprio blog del soggetto e della sceneggiatura della sua storia Topolino e il segreto del vecchio Ben, pubblicata sul n° 2730 del settimanale di casa Disney.

Una volta letta la storia mi sono quindi tirato giù il soggetto (clicca qui per scaricarlo) e solo a questo punto ho guardato l'originale di Sergio, notando subito come il mio sia più breve di quasi mezza cartella, per la precisione di 551 battute. Sarebbe bello dire che sono un mostro di sintesi ma la realtà è che se Sergio è il mio Prof un motivo ci sarà pure, anzi più di uno e ve li indico di seguito.

Nel mio soggetto ho dimenticato di inserire:

- Il molo privato proprietà dei due zii di Minnie
- Il fatto che lo zio Lou dopo l'iniziale freddezza dimostrata verso Topolino lo aiuti perché quest'ultimo vuole dare una lezione al poco di buono Burt Sawyer
- Il fatto che lo zio Lou si infuri perché, con la quasi cattura del luccio da parte di Topolino, tutti vorranno pescarlo e la caccia non sarà più una cosa a due
- Le motivazioni che hanno spinto lo sceriffo a compiere il furto

E non è detto che non vi siano altri punti della mia versione che a me risultano chiari e coerenti ma in realtà non lo sono, ergo se vi balza qualcosa all'occhio sentitevi liberi di usare i commenti qui sotto.

A questo punto non sarebbe male nemmeno capire per quale motivo non ho sottolineato quei punti nel mio soggetto: distrazione o scelta più o meno deliberata?

Per quanto riguarda le prime tre, distrazione pura, non ci sono scuse che tengano. Il primo punto rende più credibile il modus operandi dei ladri e gli altri due danno più motivazioni a Lou rendendolo più reale ma sul momento non vi ho prestato la dovuta attenzione.

Il quarto punto invece è stata una scelta deliberata figlia del seguente ragionamento: i cattivi della storia sono due ladri, rubano per i soldi e non perché costretti da forze esterne, quindi il motivo che li spinge a farlo non mi cambia di una virgola il tutto.
Se, forse, questo ragionamento fila dal punto di vista tecnico non inficiando il funzionamento della trama, è però vero che emozionalmente uno sceriffo che ruba perché si e basta è troppo arido e freddo, mentre la motivazione usata da Sergio rende il tutto più umano e caldo.

Chapeau.



P.S.
grazie all'amicicio Rae per l'hosting del soggetto :lode:

venerdì 21 marzo 2008

Batman - La lunga strada dell vendetta - Joe R. Lansdale

Scritto da Joe R Lansdale, protagonista Batman.

Un libro che sulla carta ( :v ) aveva le potenzialità del capolavoro per appassionati mi ha lasciato in realtà piuttosto freddo facendomi però riflettere sulle difficoltà nell'utilizzare personaggi noti e dalla lunga tradizione.

Lansdale imbastisce una storia vicina alle proprie corde in cui pulp, horror e investigazione si amalgamano bene sfruttando in maniera interessante la tematica totemica di matrice pellerossa e tratteggiando un cattivo che seppur sa di già visto nella sua natura non è troppo banale nella sua combattuta psicologia.

Trattandosi di Lansdale i dialoghi riescono a essere spesso molto divertenti e in generale sempre brillanti.

Cosa quindi non mi ha sfagiolato del romanzo? Semplicemente il Batman tratteggiato da J.R. è lontano dalla mia personale sensibilità, il che è una questione squisitamente soggettiva, però a mio avviso il Cavaliere Oscuro ha pure poco peso all'interno dell'economia della storia. Vedo di spiegarmi.

Il primo punto ci può stare perfettamente: Lansdale riprendere un Batman molto vicino alla sensibilità anni '50-'60 quando il Crociato incappucciato era un membro onorario della polizia(A), faceva parte del Club Degli Investigatori(B) e partecipava ai pic-nic cittadini(C). Era insomma una figura lontana dal Batman post-Miller (ma anche post-Adams) che mi ha brasato il cervello da adolescente, una figura più vicina alla gente e che risulta antiquata e poco credibile al di fuori di operazioni metacazzeggianti e nostalgiche come ad esempio il Tom Strong di Moore. Aggiungere un diario personale in cui Bruce si lamenta come l'ultimo degli emostronzi non mi ha aiutato nella suspension of disbilief.

Ma come detto, questione di gusti.

Altri aspetti invece mi sembrano più legati alla struttura del romanzo, a partire da una scarsa presenza del Cavaliere Oscuro che appare (vado a memoria, chiedo perdono) intorno alla 50esima pagina e continua a latitare per buona parte del romanzo, lasciando il campo al co-protagonista, al cattivaccio e a una discreta corte di comparse. Personaggi tutt'altro che scialbi o inutili, ma se ho comprato un romanzo con in copertina un pipistrello stilizzato é perché volevo una storia di Batman, non le sciamaniche disavventure di un pellerossa depresso.

Non si tratta nemmeno di un'assenza che aumenta l'aura di mistero, attesa e timore reverenziale nei confronti del Pipistrello, al punto che in una breve sequenza il buon vecchio Batman accompagna una ragazza madre appena salvata a comprare i pannolini per il suo bambino.

Lo strafottuto Batman entra in un minimarket e compra dei pannolini per bambino. Sembra l'inizio di una barzelletta e vi assicuro vorrei lo fosse.

Non è comunque un disastro completo. Lansdale da il giusto peso alla parte investigativa della vicenda, sottolineando un aspetto che troppo spesso pare dimenticato da chi si trova a scrivere le storie del più grande detective del mondo. Inoltre il ritmo generale del romanzo è incalzante e non ha praticamente momenti di noia, ma questo trattandosi di Lansdale non è una sorpresa.

Come non sono una sorpresa il generale senso dell'assurdo e del grottesco che si avverta lungo l'avvicendarsi della storia ne i dialoghi frizzanti e ben congegnati.

Ma è nuovamente sui dialoghi che, secondo me, Lansdale mostra la sua difficoltà a trattare Batman e i personaggi di raccordo come sono e non come sarebbero se fossero stati ideati da lui. Qui sotto trovate un paio di scambi tra Batman e il fido maggiordomo Alfred, un momento tipico del canone batmaniano in cui il rapporto in bilico tra l'amicale e il paterno tra i due viene spesso a galla attraverso frecciate di Alfred indirizzate a Padron Bruce.

Clicca per una versione da presbiti



Personalmente mi pare che Lansdale sbraghi calcando troppo la mano e passando dall'ironico al comico, con un Alfred troppo compiaciuto.

Lettura quindi a suo modo istruttiva perché, forse a causa del suo essere un romanzo autocnclusivo, fa saltare all'occhio più di molti fumetti i problemi che si devono affrontare quando ci si trova a scrivere un personaggio istituzionalizzato e seriale.

Nei prossimi giorni conto di ritornare sulla natura del cattivone del romanzo.

Reperto A

Reperto B

Reperto C


giovedì 7 febbraio 2008

John Doe 56 - Cose che mi sono piaciute

Come detto nello scorso post, Un uomo e altri animali mi ha soddisfatto in più punti.

In generale il ritmo che sono riuscito a dare alla storia mi pare funzioni bene. Separare i due protagonisti, lungi dall'essere una botta di originalità, credo abbia giovato a mantenere costante l'attesa per il momento di furia di John che, per quanto mi riguarda come lettore prima che come sceneggiatore, è un momento che attendo quando leggo i primi numeri di questa terza stagione, curioso di vedere cosa tirerà fuori dal taschino JD.

E così mi riallaccio a un altro punto della storia il cui risultato su carta ha funzionato meglio di quanto pensassi, ovvero la colossale civetta vomitata da John per abbattere l'elicottero che forse risulta un po' tamarra ma mi pare in linea con la serie.

Altri due momenti che mi hanno dato grande soddisfazione leggendo l'albo sono la sequenza onirica che attraversa la storia della medicina, o della tortura a seconda del rapporto che avete con la stessa, e la tavola che trovate qui sotto:

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Momenti che, come la sequenza al buio che precede il risveglio di JD, funzionano soprattutto grazie ai disegni di Sergio che ha colto molto bene le atmosfere che mi interessava far passare ai lettori.

Infine ho l'impressione che Pericle sia risultato un protagonista all'altezza della situazione tenendo bene la scena, e con dialoghi che funzionano meglio rispetto a quelli di altri personaggi.

Si vede che mi escono bene i dialoghi da cani.

Mmmhhh...

sabato 26 gennaio 2008

John Doe 56 - Cose da rivedere

Dopo diverse letture e i commenti di amici e lettori ho tirato le fila di quanto non mi ha convinto nella sceneggiatura di Un uomo e altri animali.
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I dialoghi tra Paget e Burrell, i due dottori, presentano diversi problemi.

Sono ridondanti. Per essere due che si conoscono da decenni, pare abbiano un patologico bisogno di chiamarsi per cognome due volte a tavola. Ci manca poco che inizio ad apostrofarsi con "Crostatina mia" e "Pandolcino caro". Nelle mie intenzioni questo tormentone doveva rafforzare l'atmosfera delirante della storia ma se, mi pare, funziona nella sequenza onirica, alla lunga stucca un po'.

Effetto infodump. I due spiegano l'un l'altro procedimenti che dovrebbero conoscere a menadito. Se questo rimbalzo di nozioni era inteso a sottolineare i dubbi di Paget e agevolare la lettura ho l'impressione che sul lungo termine sia risultato eccessivo. Sfruttare al presenza di Rose, in particolare nella seconda parte della storia, probabilmente avrebbe funzionato meglio.

Il finalino/risveglio di John è troppo breve.

Qui ho pagato l'inesperienza, trovandomi in chiusura della storia con poche tavole a disposizione. Qualche tavola in più avrebbe permesso di rendere più chiaro l'assenza totale di cadaveri e quindi lo straniamento di John di ritrovarsi in un posto ignoto e completamente morto.

Chi siano davvero i due dottori non è chiaro.

Diciamo che sono l'ultimo avamposto dell'Istituto Nazionale della Sanità americano, con il compito di capire cosa sia successo e trovare una soluzione, con il supporto dell'esercito. Fesso io a non far inserire nemmeno uno straccio di stemma dell'istituto che se non altro avrebbe fatto scattare qualche lampadina. Ho l'impressione che la storia, nella sua atmosfera volutamente allucinata, funzioni lo stesso, ma qualche info in più penso avrebbe giovato.

Non credo sia evidente l'ambientazione della storia.

La storia si svolge all'interno del ranch Neverland proprietà di Michael Jackson. Mi piaceva l'idea che il "vaccino" alla vita eterna si svolgesse nella casa di un uomo ossessionato dalla gioventù. La villa e il cancello con la scritta Neverland che vedete nell'albo sono stati ottimamente ripresi da Sergio da quelli veri ma temo siano stati colti solo dai fan di Jackson. Avrei fatto meglio a far inserire a Sergio da qualche parte una statua di Jacko, magari quella pacchianissima che lo ritrae in compagnia di una scimmia.

A rileggere il post pare non mi sia piaciuto nulla. Non è così, anzi, ma ne riparliamo fra qualche giorno.

giovedì 10 gennaio 2008

John Doe 56


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Da qualche giorno è in edicola John Doe 56 - Di uomini e altri animali.

Scritto da me e disegnato da Sergio Gerasi, è il mio esordio su John Doe nonché il mio esordio come sceneggiatore a solo.

Trovo che Sergio sia riuscito a rendere molto bene le atmosfere e le sensazioni che volevo far passare, in particolare dal risveglio di John in poi, con menzione speciale per pagina 84 a cui tenevo particolarmente.

Per quanto riguarda invece la sceneggiatura mi riservo di tornarci sopra a mente fredda perché mi sono reso conto che alcuni temi non sono venuti fuori o sono troppo sottintesi, devo ragionarci un po' su e capire dove mi sono incartato.

Ma sia chiaro che in generale sono parecchio soddisfatto del risultato.

Nel frattempo un grazie a Rrobe e Lorenzo per la fiducia, a Sergio per i bei disegni e a Sergio Badino perché se non era per lui col cavolo che mi decidevo a scrivere.

P.S.

Dato che mi è stato chiesto già un paio di volte: l'Homer che spunta nell'albo non è un riferimento al numero di JD Hollywood Brucia ma all'episodio dei Simpsons che omaggia-parodizza The Prisoner. Scrivendo il numero mi sono accorto che JD viene drogato un po' spesso e non ho resistito a inserire un inside joke ai miei danni :asd:


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venerdì 4 gennaio 2008

Cose da non fare quando sceneggi

La comunicazione tra sceneggiatore e disegnatore è fondamentale. Più è precisa e accurata, migliore sarà il risultato. Ma il rischio di inondare il disegnatore con troppe informazioni è sempre lì dietro l'angolo, pronto a fare disastri.


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Le vignette sono tratte da I Professionisti, Volume 1, Ed Black Velvet, esilarante racconto semi biografico della vita in uno studio di fumettisti professionisti nella Spagna degli anni '60 scritto e disegnato da Carlos Gimenez.

Tra nottate in bianco carburate ad anfetamine per rispettare le consegne, festini con alcol e donnine, delusioni cocenti, altre anfetamine per stare svegli, scherzi da veri figli di puttana e battaglie di merda (letteralmente), il volume mostra il lato più umano e sanguigno del fare fumetti.

Se volete diventare fumettisti e per un qualche arcano motivo pensate sia tutto rose e fiori leggetelo, tra il mare di risate che vi farete guarderete con occhi diversi alla professione.

E vi chiederete quanti autori attuali usino anfetamine.