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lunedì 31 dicembre 2012

Lo scaffale dei ricordi futuri - O del perché nel 2013 non comprerò libri


Fin da ragazzino ho sempre comprato libri usati. Costano (quasi) sempre poco e scopri spesso chicche inaspettate. Ne parlai qua tempo addietro.

Oltre all'usato, sfrutto spesso le offerte spinte ciclicamente dalle librerie, che si tratti di compri tre paghi due o percentuali di sconto da far venire l'acquilina in bocca. E poi ci sono le librerie remainders piene di piccole gemme. Per non parlare della cuccagna infinita che mi si è aperta davanti da quando ho imparato l'inglese, ho una connessione a internet e una carta di credito. 

Questo per dire che leggere molto spendendo poco è molto facile, se hai voglia di sbatterti un minimo.

Vi è solo un problema: per non farmi scappare occasioni, tendo a comprare ben prima di aver terminato quello che sto leggendo. Se avete mai cercato un libro usato sapete benissimo cosa significhi non comprarlo appena lo trovate su un banchetto. Vi dite "Ah, torno dopo pranzo che ora non ci ho i soldini!" ma in cuor vostro sapete che quelle pagine staranno già filtrando nei pensieri di qualcun'altro mentre voi azzannate un panino che sa di cartone. Ergo compro appena trovo.

Per una serie di motivi intraprendenti, lo scaffale dei ricordi futuri quest'anno è arrivato a un peso imbarcante. Sfruttando un recente cambio di librerie li ho messi in ordine. Il caso ha voluto che i libri da leggere siano 52. Ci ho pure fatto una foto.

Anni di Tetris danno i loro frutti.
Significa che posso godermi il lusso di leggere un libro diverso alla settimana e arrivare alla fine del 2013 senza sborsare un euro. Che in tempo di crisi può non essere un brutta cosa. 

lunedì 21 maggio 2012

Baciami come Gene Wilder

Frankenstein Jr. è il frutto della collaborazione tra Mel Brooks e Gene Wilder. Anzi, Gene Wilder ne è stato il promulgatore, trattandosi di una sua idea a cui ha lavorato per diverso tempo prima di proporla a Brooks.

Frankenstein Jr. è tra i pochi film che io guardo almeno una volta all’anno da che ho memoria. Ogni volta rido, o perché anticipo le battute che ormai so a memoria, o perché riesce ancora a stupirmi. Credo sia una delle storie che più mi abbiano influenzato a livello di umorismo. Influenza non cercata ne studiata, ma semplicemente assimilata.

Quindi se a me piace un certo tipo di umorismo, sia che si tratti di assumerlo o proporlo, buona parte della colpa è di Gene Wilder. Normale che mi sia letto la sua autobiografia. Normale che l’abbia trovata molto divertente e interessante. Curioso che vi abbia trovato descritto dentro un uomo pieno di paure, che ha passato diverse crisi esistenziali e che ha avuto un rapporto difficile con gli altri, in particolare con le donne. Rassicurante che Wilder riesca a parlare delle proprie sfighe personali con una leggerezza e ironia che secondo me riesce allo stesso tempo a stemperarle e a dar loro un peso maggiore sul suo percorso di crescita.

Gilda, Sparkle, Gene.
Voglio partire dal fondo. Wilder si è spostato negli anni ‘80 con Gilda Radner, comica strepitosa del SNL. Gilda si è ammalata di cancro e ha dovuto subire un intervento. I due aspettano che i dottori diano il via libera al ritorno a casa.  E il segnale di via libera ve lo lascio descrivere da Wilder:

“Trascorse quasi due settimane intere al Mount Sinai Hospital con un sondino nasogastrico nel naso. Lo odiava, come tutti, ma non potevano rimuoverlo finché non ci fossero stati segni di ripresa della funzionalità intestinale. E il segno tangibile che i medici stavano aspettando era un’incontrovertibile scorreggia. Dopo dieci giorni lei produsse una piccolissima, graziosa scorreggia.”

Credo che in questo passaggio ci sia racchiusa buona parte della visione del mondo di Wilder. La capacità di cogliere aspetti ridicoli, dissonanti e grevi della vita, e di raccontarli con leggerezza e sincerità. Inoltre penso ne esca anche l’amore di Wilder per la moglie che, da li a poco, morirà.

Raccontare in questo modo così efficace la gretta realtà della vita non so se sia un dono di natura, di sicuro però è una capacità che viene affinata nel tempo lavorando molto. Wilder dice di aver imparato osservando come hanno fatto quelli prima di lui. Mi verrebbe da fare un distinguo tra recitare e scrivere, ma sostanzialmente si tratta in entrambi casi di raccontare qualcosa. Per cui che un grande attore sappia anche raccontare, per quanto magari non sia la norma, non è del tutto eccezionale.

Wilder cita tra le sue influenze Chaplin. Mi pare giusto, si deve guardare ai più grandi se si vuole anche solo sperare di essere poco più che mediocri nel proprio mestiere. L’insegnamento che desume da Chaplin è quello di non esagerare, non forzare, non strafare. Come dice Gene:

“Se l’azione o il gesto fisico che stai compiendo è divertente di per sé, non devi calcare la mano recitando in maniera buffa… Sii naturale e il divertimento aumenterà.”

Sono convinto ci sia del buono anche per chi scrive in questa frase.
 
Non so se Wilder abbia tenuto fede a questo approccio 24/7 per tutta la sua carriera, ma di certo è che alcuni suoi ruoli strepitosi sembrano seguire il consiglio fino in fondo. 


Mi viene in mente soprattutto la sequenza tratta da Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, di Woody Allen, in cui Gene interpreta un dottore che si innamora di una pecora. Un’idea che poteva essere rovinata se resa in maniera volgare o strombazzata, risulta per me fenomenale grazie alla recitazione piana e discreta di Wilder. Lo stesso Allen dice che ha scelto Gene perché gli serviva un attore che sapesse rendere credibile l’innamoramento di un uomo per un animale. Il risultato mi sembra dargli ragione.

Come dicevo, recitazione o scrittura cambia poco quando si parla di attitudine al racconto. Prendete il passaggio in cui Wilder racconta la sua esperienza con i preservativi. Accadde circa un mese dopo la morte della madre:

“Poi capitò una cosa strana: circa un mese dopo comprai per la prima volta un preservativo. Non sapevo esattamente come usarlo; mi sembrava complicato. Mi chiedevo quando indossarlo di preciso, se occorresse chiedere l’aiuto della donna, quando toglierlo… Naturalmente, la domanda più calzante sarebbe dovuta essere: “Qual è la donna a cui chiedi, nel bel mezzo di una chiacchierata, di aiutarti a infilare un pezzo di gomma sul pene?”
A proposito, già all’epoca non pregavo più così tanto.”


Il suo rapporto col sesso e con l’altro sesso viene affrontato in maniera molto franca nell’autobiografia, raccontando dei matrimoni falliti e del rapporto difficile e sofferto con la figlia adottiva. Tutto quanto raccontato però senza patetismi e, per quel che si può capire sentendo una sola campana, in maniera molto sincera.

Quindi che abbia scritto Il più grande amatore del mondo, di cui è anche protagonista, sembra quasi un modo per raccontare e forse esorcizzare i suoi trascorsi di amante. Ad esempio racconta così un suo incontro da una botta e via con una certa Karla, in un periodo nerissimo del suo primo matrimonio.

“Ero sul punto di bussare alla porta di Karla, quando sentii la voce di un uomo  provenire dall’appartamento, e poi anche quella di Karla. Pensai: Sarà un vicino, un parente, chissà? Bussai.
Venne ad aprirmi Karla. Scorsi quello che mi parve un uomo d’affari ben vestito che infilava la camicia nei pantaloni. Allungò una mano per prendere la sua giacca e Karla ci presentò. Non ricordo come si chiamasse, di lui ricordo soltanto il particolare della camicia.
L’uomo si congedò con molta educazione e Karla mi invitò a entrare e a mettermi a mio agio. (Avevo capito bene? Si supponeva che io dovessi pagarla?).
Mi offrì del caffé e poi mi invitò nella sua camera da letto, come se ci fossimo già messi d’accordo prima. Karla incominciò a spogliarsi. Dopo qualche goffo momento di titubanza, mi spogliai anch’io.
“Sai che c’è” mi fece “ultimamente sono diventata ninfomane.” Alla frase seguì una risatina.
“A questo punto della mia vita mi sento un po’ sola. Questo è quanto. Spero che non ti dispiaccia”.
“A me? No, certo che no” (Mio Dio che sto dicendo? Mi sembra di essere Woody Allen)
M’infilai nel letto insieme a lei, ci scambiammo qualche bacio e subito dopo lei se “lo” infilò dentro. Penso che a voler contare si sarebbe arrivati a sette-otto e poi boom!
Cercai di essere il più gentile possibile, compatibilmente con l’assurdità della situazione. E in effetti anche lei si sforzò di fare altrettanto. Volevo soltanto uscirmene. Dopo una serie di educati ringraziamenti, pronunciai un educato “Buonanotte, Karla” e me ne andai.”


Tutto un altro universo rispetto al rapporto con Gilda, che suggerì a Gene un titolo da usare prima o poi, Baciami come uno sconosciuto, poche settimane prima di morire. Wilder racconta di aver visitato spesso la tomba di Gilda, in compagnia del cagnolino Sparkle:

“Mi recavo al cimitero più volte a settimana solo per dire qualche parola a Gilda e per permettere a Sparkle di fare pipì sulla sua tomba. Sapevo che Gilda ne sarebbe stata felice.”

Scene così le crea solo la vita e l'autobiografia ne è zeppa.



venerdì 23 settembre 2011

Mio nonno al Giro d'Italia. O era Achille Campanile?

A me il ciclismo non piace. Ci vuol tutto che sappia andare in bicicletta, e mi stronco le gambe con lo spinning solo per ordine perentorio del dottore. Quindi ho acquistato Battista al giro d'Italia giusto perché di Achille Campanile. Nessun pentimento dato che come sospettavo mi ha fatto ridere parecchio.

Però leggendolo mi sono ricordato di quando da bambino mi sedevo sulla non gamba di mio nonno e ogni tanto seguivo una tappa del Giro d'Italia con lui. La sua naturale giovialità e l'entusiasmo con cui guardava quello che gli piaceva, si trattasse di ciclismo, calcio o automobilismo, mi rendeva le tappe più sopportabili. Quando c'era un arrivo in volata particolarmente combattuto, potevo addirittura trovarmi a tifare per gente di cui non conoscevo manco il nome.

Ma al di là dell'agone sportivo, ricordo che mio nonno si beava in particolare del contorno. Gli piaceva vedere la folla che si teneva stretta stretta ai lati della strada, chiedendosi da chissà quante ore aspettassero il passaggio dei ciclisti. Gli piaceva vedere strade e piazze imbellettate con ghirlande, gagliardetti, striscioni. Oppure le scritte su cartelli tenuti in mano dai tifosi o scritti col gesso per terra. Soprattutto gli piaceva poter vedere i vari paesi per cui passava il giro, un'occasione, per uno come lui che aveva viaggiato pochissimo per questioni di salute e soldi, di conoscere angoli e scampoli d'Italia. Bene o male ogni volta che parlava di una tappa non si soffermava tanto sulla gara o sui ciclisti, ma sul tal borgo, la certa chiesa inquadrata dal'alto, o le fontane magnifiche di chissà quale città. E finiva sempre sorridendo con <>

Ecco, immaginatevi la mia faccia quando nel libro di Campanile ho letto questo passaggio:

Ore 12,45 -- Battista entusiasta del panorama.
<> dice << è davvero bella.>>
Per ammirare il paesaggio, siede su di un muricciolo.


Ed è solo uno tra i tanti momenti in cui Campanile riesce a rendere l'effetto di vero e proprio viaggio alla scoperta d'Italia che doveva essere il Giro in quegli anni. Siamo nel 1933 e solo radio e giornali davano notizie delle varie tappe, condite con robuste dosi di colore nel descrivere le reazioni degli spettatori e gli scorci incontrati dai corridori. Avveniva a ogni resoconto la creazione di una vera e propria mitologia, con campionissimi inarrestabili, atleti dalle storie a volte umili e a volte tristi, e momenti di erculei gesti.

Campanile sostiene di avervi partecipato come corridore, per distinguersi dai suoi colleghi giornalisti che seguono la gara in macchina. Così son capaci tutti. Lui invece si fa tutte le tappe, accompagnato dal fido maggiordomo Battista, in bici anche lui. E con loro i corridori veri, alcuni dei quali vengono assoldati da Campanile per fondare il gruppo "Sempre in coda!". Tra i baldi giovini ricordiamo il Puma di Cercola, il Leopardo di Barra, l'Armadillo di Brindisi, il Canguro delle Puglie e l'Upupa delle Gallie.

In una credibile fusione di finzione e realtà, vere tappe e atleti storici del Giro vengono frullati assieme a ciclisti dai nomi altisonanti, prestazioni atletiche superomistiche e una serie di gag fulminanti, situazioni paradossali e puntate nel non-sense dall'effetto esilarante.

Finito il romanzo, o intermezzo giornalistico come viene descritto nel sottotitolo, sembra davvero di aver girato in maniera metodica ma allo stesso tempo vorticosa l'Italia. Non dico venga voglia di farsela in bici, non tutti sono coriacei come Campanile e Battista.

Però se lo avessi letto da bambino forse avrei proposto a mio nonno una bella pedalata. Certo, considerando che gli mancava una gamba e l'altra non poteva piegarla perché aveva ginocchio e caviglia bloccate, non sarebbe stato semplice. Ma come gli rispondevo quando me lo faceva notare << Eh, vabbè! Tu ti metti dietro e ti mettiamo un pattino al piede! >>.

Qua trovate l'incipit. Buona lettura.



mercoledì 11 maggio 2011

On Stranger Tides - Tim Powers

Siamo nei Caraibi alla fine dell’età d’oro della pirateria. Jack deve suo malgrado unirsi ai pirati e si ritrova a combattere per la vita in un intreccio che annovera voodoo, zombie, stregoni vecchi e giovani, divinità africane, vascelli fantasma e pirati a carrettate. Tutto perché s’era imbarcato per le americhe in cerca di vendetta e per recuperare l’eredità che gli spetta. E invece gli, tra le altre cose, vedersela con Barbanera e la ricerca della fonte dell’eterna giovinezza. Ma Jack Shandy si rivela un uomo più coriaceo del previsto.


On Stranger Tides viene pubblicato negli USA nel 1987 e come potete intuire ha avuto una certa influenza su cinema, videogiochi e il generico immaginario piratesco degli ultimi anni. Tim Powers riesce a rivitalizzare il genere senza tradirlo. Ci sono gli abbordaggi, c’è la vita marinaresca, ci sono molti duelli alla spada ben coreografati che non sfigurerebbero recitati da Erroll Flynn e tutto è pervaso dalla vita pericolosa e incerta di chi vive sul mare. Senza sfociare in un gretto realismo, Powers restituisce la fatica, il dolore e il tedio del pirata medio, preso tra una scorribanda e l’altra dalla routine necessaria a tenere in vita la propria nave e le settimane passate alla fonda, tra una cena luculliana, noia e la perenne semi ubriachezza e solitudine.


E c’è la magia, presa dalla tradizione voodoo e i suoi Loa, inserita nel contesto realistico della vita piratesca e, gran colpo che funziona secondo il sottoscritto, ben intrecciata alla figura di Edward Teach, meglio noto come Barbanera. Quello che da tutti è considerato il più temibile dei pirati, sfruttava la sua già imponente figura alta e massiccia circondata da capelli e barba lunghi legandosi a questi micce accese che lo facevano sembrare un demone infernale. Per non parlare dell’abitudine di bere rum misto a polvere nera dopo averla accesa e la sua mano ferma ma, a quanto pare giusta, nei confronti dei suoi uomini. Fin qui la realtà storica. Powers se ne esce con una spiegazione affascinante del suo comportamento eccentrico e della sua fine, prendendo un uomo leggendario e rendendolo ancora più grande senza rovinarlo. Impresa non da poco. Barbanera aleggia su tutta la narrazione, sia quando di lui si parla senza che sia in scena, ancora di più quando si mostra e scompare come meglio crede.


Grande romanzo in cui l’azione la fa da padrone ma lascia spazio a una certa malinconia di fondo che spunta nei pensieri di Jack Shandy e nel generale senso di fine di un’era memorabile. In Italiano è stato tradotto come Mari Stregati da Fanucci una decina d’anni fa. Non si trova facilmente ma non mi stupirei se ne tirassero fuori una nuova di pacca col faccione di Johnny Depp in copertina, dato che il prossimo Pirati dei caraibi è basato sul romanzo di Powers.

EDIT E UPDATE:

il buon vecchio dave mi ha fatto notare che in effetti la fanucci lo ha ripubblicato col faccione di Depp in copertina:



giuro che non lo sapevo. Vabbè, ora non avete scuse per non leggerlo!

lunedì 15 novembre 2010

L'isola del Dr. Stevenson.

"Mi dicono che ci sono persone alle quali non interessano le mappe, ma faccio fatica a crederlo. I nomi, i contorni delle foreste, le linee delle strade e dei fiumi, le impronte della preistoria dell’uomo ancora chiaramente rintracciabili tra colline e valli, i mulini e le rovine, i laghi e i battelli che li solcano, magari anche un menhir e un circolo druidico nella brughiera; lì è rinchiuso un fondo inesauribile di interesse per ogni uomo che abbia occhi per vedere o un’immaginazione da due soldi per comprenderne i segni! Tutti i bambini si ricordano di essere stati sdraiati con la testa nell’erba a fissare una foresta piccolissima, immaginandola popolata da schiere di fate." Robert Louis Stevenson.

Leggendo i blog di Rrobe e di Giorgio Salati ho scoperto che sabato scorso è occorso il 160esimo della nascita di Robert Louis Stevenson. Per me Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Signor Hyde è uno dei classici che vanno letti se si vuole anche solo azzardarsi a raccontare storie, ma un paio di settimane fa ho letto L’arte della scrittura, raccolta di articoli dall'argomento intuibile. e di estremo interesse Gli articoli sono apparsi originariamente tra il 1881 e il 1894 e mi hanno colpito per quanto risultino ancora attuali in molti aspetti. Difficilmente ci troverete qualcosa di innovativo, ma a posteriori rende meno innovativi e moderni buona parte dei manuali di scrittura dei nostri giorni.
Per le vostre solitarie sbronze di coppia.

Tolta la parte più biografica che trovo comunque interessante, di come L’isola del tesoro sia nata dal disegno di una mappa e della sua fascinazione di bambino con cartine e atlanti fino ad alcuni incontri che lo hanno aiutato a diventare autore di fama, a risultare ficcanti sono le riflessioni di R.L. sull’arte dello scrivere.
La mappa ritorna come simbolo di quella preparazione della trama e della documentazione che precede il mettersi al tavolo di lavoro.

"Ma, anche per i luoghi immaginari, gli sarà comunque utile tracciare una mappa quando si accinge a descriverli: studiandola, si materializzeranno relazioni alle quali prima non aveva pensato; scorciatoie ovvie, anche se insospettabili, e impronte per i suoi messaggeri. E anche quando una mappa non costituisce il cuore della vicenda, come in L'isola del tesoro, vi si troverà comunque una miniera di spunti."

Il lavoro pone poi l'autore di fronte alla scelta delle parole migliori, la revisione del testo, la costruzione di una trama robusta ma che non sia intricata senza motivo e nel tentativo di trovare un giusto ritmo. Il tutto nella ricerca di un equilibrio efficace che consenta allo scrittore di trasferire dalla sua mente quello che la anima in maniera bellissima e perfetta alla mente del suo lettore, sedendosi alla scrivania con le maniche arrotolate e, nelle sue parole “...fare un passo indietro, indossare gli abiti da lavoro, e diventare un artigiano.”

Tutto questo rientra nella sentita etica dello scrittore a cui Stevenson dedica un articolo intero. Conscio del ruolo centrale dello scrittore nella veicolazione della cultura e delle informazioni, mettendo sullo stesso piano narrativa e giornalismo, sottolinea la necessità dell’autore di essere onesto nei confronti del lettore per renderlo una persona più colta e migliore. Senza togliere nulla alla letteratura avventurosa e che oggi chiameremmo d’evasione che allieta gli animi e allarga gli orizzonti, mantenendo fede alla necessità di un’etica forte da parte dell’uomo di lettere, Stevenson dice peste e corna di un certo tipo di giornalismo americano e parigino interessato solo alla quantità e spettacolarità dei pezzi a discapito della veridicità e liceità di quanto scritto e riportato.

“La sostanza di quello che oggi conosciamo o ignoriamo del bene e del male, dunque, è opera, in larga misura, degli scrittori di professione.” Robert Louis Stevenson.

1881. Sembra scritto settimana scorsa.

p.s.
Se non l'avete ancora fatto recuperate la miniserie Jekyll, ne avevo parlato qui.

martedì 14 settembre 2010

James Wood - Come funzionano i romanzi

James Wood, senza S finale, professione critico di letteratura, da non confondere con James Woods, attore.
E occasionalmente ammazza vampiri.

Nonostante il titolo possa mettere il dubbio, Come funzionano i romanzi non è un manuale che insegni a scrivere. E' un saggio di critica letteraria in cui Wood si sofferma su alcuni aspetti essenziali del romanzo: lo stile dell’autore, la natura del personaggio e la differenza tra realismo, realtà e la loro rappresentazione in narrativa. Tutto questo viene esposto analizzando passaggi tratti dal lavoro di romanzieri degli ultimi due secoli, mettendo in luce meccanismi che se siete lettori vi passano sotto gli occhi da anni ma che magari non avete mai notato consciamente. Sono punti importanti perché a mio modo di vedere danno alcuni strumenti al lettore facendolo passare da mero fruitore passivo a lettore attento e curioso. Il che potrebbe essere il primo passo per diventare uno scrittore, quindi forse molto alla lontana si tratta di un Manuale di lettura per futuri scrittori.

Twilight è una cagata pazzesca!

Wood gode poi della capacità di trattare un argomento, reso a volte ostico e noioso dalla scuola, in maniera leggera, interessante e quasi avvincente, non perdendosi in lunghe digressioni ma dando solide basi da cui partire per appronfondire se interessati. Ed è proprio in questa capacità di invogliare il lettore a proseguire la ricerca andandosi a cercare magari gli autori citati che risiede la forza di questo saggio.

Per lo meno con me c’è riuscito lasciandomi una scimmia mastodontica di rileggere a distanza di anni o scoprire per la prima volta autori come Kafka, Foster Wallace, Green, Joyce, James, Dickens e molti altri.

Fottutissimi fanboy del cazzo.

Credo che per un critico e divulgatore portare un suo lettore a volerne ancora sia un risultato grandissimo. Buttateci un occhio che magari stimola anche voi.

martedì 17 agosto 2010

Agosto, moglie mia non ti conosco

Ho scoperto Achille Campanile grazie al mio nonnino più o meno dieci anni fa. Mi ricordo che stavo cazzeggiando in rete quando lo sentii ridere di gusto dalla sua camera. Fin li tutto normale dato che mio nonno era un tipo allegro di natura a cui piaceva leggere barzellette o guardare roba comica in tv. Per dire, guardava i Simpsons dopo pranzo ogni giorno. Però quel pomeriggio le risate erano continue, andavano su e giù di tono, s’acquietavano e poi ripartivano stile mitraglia. Potevo sentire che gli lacrimavano gli occhi. Dopo una ventina di minuti mi alzai pensando “Bon, gli ottanta li ha passati, al 2000 ci è arrivato, ormai ce lo siamo giocato.” e andai in camera sua. Trovandolo che ancora rideva con un libro dalla costa arancione in mano.
“Nonno, tutto a posto?”
“Si!” e croscio di risa “Sto leggendo Campanile” si asciuga gli occhi “Lo conosci?”
Mai sentito prima.
“Magari poi ci butto un occhio…” e con fiera spocchia adolescenziale me ne torno a cazzeggiare in rete.
Per fortuna dopo un paio di giorni mi appioppa il libro in mano dicendomi di leggerlo. Si intitola Agosto, moglie mia non ti conosco. Me lo bevo in un pomeriggio ridendo come un cretino in preda a crisi isteriche. La storia in brevissimo:

In un alberghetto sul mare si ritrova un gruppo di personaggi assortiti, in vacanza. Questa però è rovinata da un fattaccio: molti e molte di loro sono intrappolati in cinture di castità. E le chiavi sono finite in mare durante una tempesta. Tutti tentano di trovarle. Frattanto misteriosi furti avvengono nell’albergo, una ragazza non si vuole sposare, l’albergatore tenta di passare inosservato e l’eroico granatiere flette i muscoli sollevando l’obice.

Cliccala che si ride un casino!

Grazie a un paio di post scritti da un amicicio dell’internet che me lo ha fatto tornare in mente, mi sono riletto Agosto un paio di settimane fa, in un pomeriggio, e ho riso tutto il tempo come un cretino in preda a crisi isteriche. Ricordavo alcuni personaggi come l’eroico granatiere o i vari palombari che si incontrano lungo la storia. Ma avevo dimenticato del tutto la comparsata di Fantomas, i due fidanzati sadomasochisti e il malefico precettore che con il suo vile ingegno e malvagio piano rende orrenda la vita della giovinetta.

Quello che me lo fa adorare è la capacità di Campanile di deridere tutto e tutti, dal provincialismo genetico della società italiana ai cliches delle storie di mare passando per certi personaggi del romanzo d’appendice e romantico. Il tutto come detto mantenendo un ritmo che non stanca mai grazie all’arrivo in scena di personaggi sempre interessanti, colpi di scena da foulleton a una prosa funambolica. C’è nel romanzo una leggerezza di fondo, una freschezza nel modo di raccontare la storia che anche a distanza di dieci anni me lo ha fatto gustare in un soffio. Ed è incredibile pensare che possa risultare così moderno sia nell’impianto che nella prosa, considerando che la prima volta è stato pubblicato nel 1930. Dopo averlo letto e riletto capisco un po’ di più cosa piaceva al mio nonnino, cosa lo faceva ridere come un bambino anche passati gli ottanta anni e come mai una persona nata tra le due grandi guerre potesse ridere e capire i Simpsons.

La BUR lo ha ristampato da poco, fatevi un favore e leggetevelo in queste ultime settimane d’agosto.

lunedì 12 luglio 2010

Ai miei tempi i punk andavano a vapore e le matrici si spezzavano.

Grazie a un doppio colpo di culo mi sono accaparrato per 6 euro totali La matrice spezzata di Bruce Sterling e Steampunk di Paul Di Filippo. Quando dico che girare per bancarelle dell'usato fa bene al portafoglio e alla propria libreria, ci ho ragione, ci. ho.

Euro ben spesi per colmare una lacuna non da poco nella mia libreria leggendo due pezzi da 90 della letteratura sci-fi e capire da dove vengano un sacco di idee e atmosfere cyberpunk e steampunk che vanno per la maggiore nei rispettivi reparti della narrativa.

Tra i due il più divertente è Steampunk, sia per le idee irriverenti che lo affastellano, dalle tecniche usate dalla regina Vittoria per intessere rapporti altolocati, al protagonista razzista fino al midollo di Ottentots, fino ai siparietti che vedono Walt Whitman ed Emily Dickinson tubare nel terzo racconto di questa trilogia. Per non parlare del feticcio su cui ruota l'intera ricerca del secondo. E la comparsata del Brumoso Lovecraft? Ecco, l'aspetto punk inteso come rottura dei canoni, derisione dell'establishment del tempo sottolineandone sia la grande effervescenza di idee che il contemporaneo immobilismo sociale qui ci sono tutti, inseriti nella società ottocentesca come tanti piccoli barilotti di polvere da sparo per creare scompiglio in un genere che a volte pecca di ingessature e seriosità. Fatto sta che ora mi è salita una discreta scimmia di recuperare altro di Di Filippo oltre alla divertente raccolta L'Imperatore di Gondwana, e mi sa che dovrò rivolgermi ai testi in lingua originale. Ce la posso fare.


Anche in Schismatrix la componente punk eversiva è essenziale. A partire dal suo protagonista Abelard Lindsay, vero e proprio paria della società spezzata che sfrutta tutto, dalla tecnologia su cui riesce a mettere le mani alle persone che riesce a convincere, per sopravvivere, portare avanti i suoi piani di vendetta e tentare di sovvertire l'ordine costituito infilandosi nelle pieghe marginali della società in cui si trova di volta in volta. Al contrario di Di Filippo però non c'è molto spazio per le risate, anzi. Il tutto è piuttosto cupo e grigio, pieno di spazzatura umana e non. L'aria è malsana, la natura è quasi del tutto sterile e non si trova mai un taxi quando te ne serve uno. Insomma tutto molto interessante, discussioni sulla natura umana e della società. Però ogni tanto fattela una cazzo di risata, eh.


In sintesi se è vero che i due lavori hanno avuto grande influenza nei generi di appartenenza, ho l'impressione che in larga parte abbiano influito più sul reparto "estetico", di ambiente ed esteriore e meno su quello "politico" e di idee, probabilmente perché questi ultimi aspetti sono meno facili da replicare, necessitando di teste pensanti sia dietro alle tastiere che di fronte alla pagina stampata. Ma sono solo felice di essere smentito, e se avete letture da proporre fatevi avanti che per i consigli c'è sempre spazio.

sabato 22 maggio 2010

Il Vangelo secondo Biff di Christopher Moore

Quando Maria Maddalena si sposa con un coglione, Gesù e il suo migliore amico Biff decidono di partire alla ricerca dei Re Magi.

Da qui in poi incontreranno maghi, demoni, concubine cinesi, yogi, monaci tibetani ed elefanti che fanno yoga. Impareranno le arti marziali, l'uso dei veleni e degli esplosivi, tecniche di meditazione e la moltiplicazione del riso. Salveranno bambini, guariranno persone, predicheranno un messaggio di amore e pace universale.

Poi tornano a casa e Cristo viene inchiodato.

Con Il Vangelo secondo Biff Christopher Moore risponde fondamentalmente a una domanda: e se Cristo fosse il protagonista di un romanzo d'avventura?

La risposta è che vi inchioderebbe alla pagina dal primo momento, legando atmosfere pulp a un impianto da commedia on the road con striature surreali da far scompisciare. Ammetto che vedendo sulla bandella un paragone con Douglas Adams ero un po' scettico, ma a lettura conclusa devo dirmi d'accordo. Alcuni passaggi e dialoghi non sfigurerebbero nel "Vangelo galattico per autostoppisti", e nemmeno vicino ai lavori di Philip J. Farmer per i dialoghi ingarbugliati che lasciano i personaggi confusi e stralunati.

Nonostante le quasi 600 pagine si legge in leggerezza, si ride di gusto e in qualche punto rende umana e vicina la figura di Cristo molto più di qualsiasi sermone abbiate ascoltato.

Ora devo mettere le mani su qualcos'altro di Moore, magari Practical Demonkeeping.

venerdì 7 maggio 2010

Storie usate.

Funziona così da quando ero ragazzino e mi venne la scimmia di leggere narrativa e fumetti: ho un budget per comprare 10 libri ma ne voglio 11. Come agiamo? Semplice, si stila la lista e armati di pazienza ci si butta sull'usato. A volte si compra 11, a volte anche di più, mai comunque 10.

Non esistessero bancarelle zeppe di libri usati probabilmente leggerei un terzo di quanto faccio. Sia perché la cassa non è mai florida come vorremmo, ma anche perché durante le peregrinazioni tra le bancarelle dell'usato non sai mai quello che ti può accadere. Magari vuoi colmare un paio di buchi dell'infinita bibliografia di Asimov. Invece scovi un romanzo di Philip J. Farmer di cui non avevi mai sentito parlare: Two Hawks, l'uomo venuto dall'impossibile. Autore che mi piace, titolo altisonante a cui manca solo il punto esclamativo, copertina di Boris Vallejo, pagine ingiallite dal tempo e quel paio di strappetti che non disturbano ma sanno di vissuto. A 1,50€. Il buon vecchio Isaac può aspettare ancora qualche tempo e Two Hawks entra nella grande famiglia disfunzionale della mia libreria.

Scoprire romanzi che mi piacciono in questo modo fa parte del gioco un po' infantile che credo prenda tutti gli appassionati di narrativa. Scartabellare tra file di romanzi o fumetti, controllandone prezzo e condizioni, segnandosi titoli e autori per tornare a casa e dare un giro di Google in cerca di occasioni migliori. Ti fa sentire un po' un piccolo esploratore della narrativa, un detective che segue una pista in cerca di un colpevole ma poi si imbatte in un altro intrigo che ne porta a un altro, in un gioco di rimandi da storia a storia e da autore ad autore infinito e affascinante.

Entri sotto la tenda di una libreria dell'usato perché l'autobus è in ritardo. Tanto in cinque minuti cosa mai potrai comprare? Ingenuo. Ti cade l'occhio su un vecchio Urania che raccoglie una storia di L. Sprague De Camp che hai letto 11 anni fa. L'abisso del passato, in cui un archeologo americano si trova catapultato nell'Antica Roma e decide di fare di tutto per evitare l'arrivo del medio evo. Torni a casa ripensando al romanzo, a quanto ti sia piaciuto e decidi di cercare informazioni su altri lavori di De Camp. E scoprendo che ha scritto il ciclo dell'Incantatore ti ricordi di averne letto anni prima un racconto, così lo rileggi, ti piace, e ora sai che dovrai per forza trovare tutti gli altri.

E la caccia riprende con una nuova preda nel mirino e un budget per 10 libri.

lunedì 25 maggio 2009

Towel Day, Douglas Adams e roba bella

Per dinci, è la giornata dell'asciugamano!


Se non avete mai letto Douglas Adams è la giornata giusta per riappacificarvi con la vostra anima e comprare Guida Galattica per Autostoppisti e passare qualche ora ridendo di gusto.

E se non ridete con Adams è perché siete aridi dentro o non capite un cazzo, mi dispiace.


martedì 24 febbraio 2009

Il Sistema Riproduttivo di John Sladek

E no, non parlo del pacco delle meraviglie di un autore ben poco conosciuto qui Italia ma del romanzo sci-fi del 1968 Il Sistema Riproduttivo, lettura consigliata caldamente se vi piace la fantascienza venata (molto venata, diciamo pure grosse e poderose vene varicose) di umorismo.


Il romanzo parte con il consiglio di amministrazione di una fabbrica di bambole parlanti a molla che versa in cattive acque e tenta l'ultima carta: farsi dare un sacco di soldi dal governo USA in finanziamenti per la ricerca con un progetto che faccia gola ai militari. L'idea viene buttata li tanto per fare: un sistema automatizzato che sappia riprodurre se stesso senza aiuto esterno. Chissene frega se è fattibile, noi ci proviamo. Il mondo non sarà più lo stesso.

In un romanzo normale si assisterebbe alla strenua lotta dell'uomo contro la macchina per la supremazia della catena alimentare e il ruolo di Re del mondo, tematica arcinota grazie a Terminator e Matrix, con eroi che si lanciano in atti di sacrificio estremo, esplosioni e colpi di scena a spron battuto.

Per fortuna John Sladek doveva avere un po' in uggia la classica sci-fi dell'epoca e rende l'intero racconto una cavalcata sfrenata che galoppa da un registro all'altro, passando dalla pura commedia slapstick all'assurdo, saltando tra il grottesco e il picaresco senza perdere comunque l'occasione di infilare qua e la qualche riflessione sul rapporto tra creato e creatore, coincidenza e destino. E il tutto sostenuto da esplosioni, colpi di scena ed eroi che si lanciano in atti di sacrificio estremo. Oltre a una pletora di imbecilli di genia varia.

Da padroni la fanno bene o male tutti i personaggi, che si tratti dei protagonisti, di meteore di passaggio o di alcune comparse che tornano in vari punti dando una coerenza e un senso di realtà al tutto estremamente godibile.

Non siamo ai livelli delle risate da crampi addominali di autori come Douglas Adams o Philip J. Farmer ma Sladek è una delle scoperte recenti migliori che mi sia capitata, merito dell'edizione Urania dimenticata provvidenzialmente da qualcuno in una sala d'attesa. Ho visto che in rete lo trovate anche in una vecchia edizione che non costa una cippa su IBS.it, caso mai si tratti di uno dei volumi di Urania Collezione che hanno raggiunto prezzi onestamente idioti. Consigliatissimo.

venerdì 30 gennaio 2009

Dinosauri a vapore e uomini dinosauro

Nella fumosissma Londra della rivoluzione industriale si aggira lo scheletro di un dinosauro alimentato a vapore, mentre un uomo torna a casa per il tea, 4 giorni dopo il suo funerale.


Sono stupito dalla capacità di Justine Richards nel riuscire a confezionare un libro così noioso con una premessa così intrigante e che urla spettacolarità da ogni sillaba. Forse sono i personaggi banali, dal protagonista geniale e timido (presente Jean de Il mistero della pietra azzurra?) al borseggiatore che vive per strada ma sotto sotto è buono come un Tegolino, passando per la Bella Colta e Amante dell'azione (una qualsiasi figa di Michael Bay) al Vecchio Saggio Che Tutto Sa, fino al Cattivone, sono tutti piatti come carte da gioco tranne per una caratteristica: sono stupidi come scimmie morte di fame in un bananeto.

Devo ancora decidere a chi dare la Banana dell'Idiota:

- al Timido Genio che aspetta circa due terzi del romanzo prima di rendere noto al gruppo un particolare di vitale importanza per la risoluzione del caso. Motivo addotto dal Timido Genio: "Non c'avevo pensato".

- al Vecchio Saggio, capo del Dipartimento Reperti Non Classificabili, la sezione del British Museum che si occupa di tutto ciò che le scienze conosciute non riescono a classificare. E' a quest'uomo, esperto tra le altre cose di paleontologia, che viene consegnato l'Oggetto Misterioso che tutti stanno cercando. Oggetto che lui soppesa tra le mani, trova affascinante e mette da parte dicendo "Bel sasso. Lo esaminerò quando questa vicenda sarà finita.". Il sasso era un uovo di dinosauro fossilizzato.

- al Cattivone, che mentre sta per ridare vita al "sasso" di cui sopra e tiene in ostaggio la Bella e il Saggio, riceve un pacco dono. Non annunciato. Anonimo. Di notte. Decide di aprirlo comunque, ammirarne il contenuto (un complesso orologio meccanico funzionante) e di tenerlo su un bancone vicino a se. Si vede che tra le sue guardie non c'era lui.

Roba da volerli afferrare per il bavero della giacca e sbatterli violentemente contro tutti gli spigoli di casa.

Ripensando alla stupidità dei personaggi sembra quasi giustificato il loro andare avanti e indietro come trottole per gli stessi due-tre luoghi in cerca di indizi (che già avevano ma vabbè...) o stare pagine a ponderare il da farsi, fatto sta che si ha sempre la sensazione che non succeda nulla se non aspettare che il Cattivone faccia qualcosa, come quando il Dinovapore entra in scena ruggendo e sbavando olio per motori terrorizzando i protagonisti e dando un minimo di pepe al tutto. Altra idea non male sono i rianimati usati dal cattivone, uomini che a seconda del caso possiedono ossa di ferro, oppure ossa espiantante dai dinosauri o ancora esoscheletri di ferro alimentati a vapore, prototipo del nuovo operaio del secolo a vapore.

L'autore ha scritto un bordello di materiale, soprattutto letteratura per ragazzi e collaborazioni a Dr. Who, tutta roba che non ho mai letto. Magari ho pescato il peggio del suo operato ma davvero, riuscire a rendere noioso un libro con dinosauri e cadaveri a vapore è un peccato contro l'umanità che si paga caro. Ah, il titolo originale è The Death Collector, caso mai voleste cercare info.

lunedì 19 gennaio 2009

Macchine mortali e idee fighissime

La guerra nucleare dei 60 minuti ha sconvolto la terra causando terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti per decine di anni. Le riserve naturali sono al lumicino. Per sopravvivere a tutto ciò, Nicholas Quirke se ne esce con il Darwinismo Municipale: mettere le ruote a Londra e andare a caccia di altre città più piccole da fagocitare e depredare. In poco tempo il mondo si divide in Trazionisti, città di ogni dimensione che scorrazzano cacciandosi l'un l'altra, e Anti-Trazionisti.



Questa l'idea alla base di Mortal Engines, romanzo che si apre secoli dopo la guerra dei 60 minuti, quando l'idea del Darwinismo Urbano comincia a mostrare la corda. In questa ambientazione si dipanano le avventure di Tom e Hester, due "eroi" adolescenti meno banali del solito, sia per fattezze che per caratteri, che si trovano invischiati nei piani altrui per salvare Londra.

Si tratta del primo volume di una tetralogia scritta da Philip Reeve indirizzata a quel settore di marketing definito young adults ( i bimbiminchia, insomma) e devo ammettere che, se l'idea folle di fondo vi piace, trasmette un'atmosfera particolare, aiutato anche dalla presenza di una città volante, di pirati, di cyborg assassini e vapore come se piovesse, trattandosi di steampunk. Il tutto aiutato da un paio di colpi di scena ben piazzati e un certo afrore pulp (inteso come genere letterario e non a la Tarantino) che non guasta.

In Italia credo non se lo sia filato nessuno dato che i 3 successivi volumi non sono mai stati tradotti, ma vi capitasse sotto mano usato potrebbe regalarvi un pomeriggio di relax.

venerdì 4 aprile 2008

Batman, il Modello T, macchine stregate e Joe R. Lansdale

Recentemente ho parlato de La lunga notte della vendetta, il romanzo di Lansdale con protagonista Batman che mi ha deluso non poco, qui il post. Avevo detto che sarei tornato sulla figura del cattivaccio del romanzo, una macchina nera animata e assetata di sangue.

Nelle settimane precedenti e successive la lettura del romanzo, il caso ha voluto che incappassi in altre storie a fumetti e non che ruotano intorno al tema tutt'altro che nuovo della macchina infernale o posseduta.

Riallacciandomi direttamente a Batman ho avuto modo di leggere una storia del 1965 scritta da Gardner Fox in cui il cattivone The Outsider tenta di piegare Batman rivoltandogli contro tutti i suoi gadget fighissimi animandoli grazie all'originario acido nucleico che aveva dato origine alla vita sulla terra e che è riuscito a trovare in fondo al mare. Beccatevi questa, creazionisti.

Clicca per una versione a 12 cilindri

Comunque, come vi farà intuire la copertina qui sopra di Detective Comics 340, tra i vari gadget animati si trova anche la Batmobile che tenta in tutti i modi di stirare Bats e Robin arrivando addirittura a correre su per un muro perpendicolare, una scena che ricorda molto da vicino una delle scene più spettacolari e impossibili del romanzo di Lansdale. Ad ogni buon conto qui sotto ecco la tavola tratta dal fumetto.

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Manco a dirlo Bats riuscirà ad avere la meglio sulla Batmobile (e sui bat-a-rang e sulle suppellettili della batcaverna, cancellata in acciaio compresa) e salvare la pellaccia, ma non riuscirà ad acciuffare The Outsider, il marrano.

Insomma, le similitudini tra le due storie mi sembrano evidenti.

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Sempre nel mondo dei fumetti mi sono imbattuto nella divertente storia breve intitolata ...Gregory aveva una Modello - T, apparsa originariamente sulle pagine di Weird Science numero 7 del 1951 e ristampata in italiano dalla 001 Edizioni sul secondo volume dedicato alla fondamentale pubblicazione della EC Comics.

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Scritta da Harvey Kurtzman vede una Modello T prendere vita ricambiando l'amore del proprio proprietario alla morte di questo, riportandone a casa il cadavere quando soffre un infarto, e dando una bella lezione ai giovinastri d'oggi degli anni '20 in cui è ambientata, quei drogati con il loro charleston.

Ultimo fortuito incontro è stato il racconto Il fantasma di una Modello T, apparso originariamente nel 1975 negli USA e letto da me nell'edizione italiana del 2001, la raccolta Nuove avventure nell'ignoto nella collana Urania millemondi.

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In questo racconto malinconico e lieve l'autore Clifford D. Simak ci mostra una Moello T che, guidandosi da sola, trasporta il suo anziano proprietario in un tuffo nel passato in cui incontrerà un vecchio amico ormai morto da tempo.

Nuovamente le similitudini balzano all'occhio.

Ignoro se la storia di Kurtzman apparsa su Weird Science sia la prima storia con una macchina stregata-posseduta-animata, è di sicuro la più vecchia che mi sia mai capitato di leggere e dato il poker di storie mi pareva interessante sottolinearne i vari rimandi.

Si lo so a cosa state pensando: Herbie? Christine?

Il primo non lo vedo da almeno 15 anni e per quanto riguarda la creazione del Re non ho mai avuto modo di leggerla ne di vederne la trasposizione cinematografica.

In ogni caso se vi vengono in mentre altre storie a base di auto possedute, magari precedenti a quella di Kurtzman, lasciate un commento.

venerdì 21 marzo 2008

Batman - La lunga strada dell vendetta - Joe R. Lansdale

Scritto da Joe R Lansdale, protagonista Batman.

Un libro che sulla carta ( :v ) aveva le potenzialità del capolavoro per appassionati mi ha lasciato in realtà piuttosto freddo facendomi però riflettere sulle difficoltà nell'utilizzare personaggi noti e dalla lunga tradizione.

Lansdale imbastisce una storia vicina alle proprie corde in cui pulp, horror e investigazione si amalgamano bene sfruttando in maniera interessante la tematica totemica di matrice pellerossa e tratteggiando un cattivo che seppur sa di già visto nella sua natura non è troppo banale nella sua combattuta psicologia.

Trattandosi di Lansdale i dialoghi riescono a essere spesso molto divertenti e in generale sempre brillanti.

Cosa quindi non mi ha sfagiolato del romanzo? Semplicemente il Batman tratteggiato da J.R. è lontano dalla mia personale sensibilità, il che è una questione squisitamente soggettiva, però a mio avviso il Cavaliere Oscuro ha pure poco peso all'interno dell'economia della storia. Vedo di spiegarmi.

Il primo punto ci può stare perfettamente: Lansdale riprendere un Batman molto vicino alla sensibilità anni '50-'60 quando il Crociato incappucciato era un membro onorario della polizia(A), faceva parte del Club Degli Investigatori(B) e partecipava ai pic-nic cittadini(C). Era insomma una figura lontana dal Batman post-Miller (ma anche post-Adams) che mi ha brasato il cervello da adolescente, una figura più vicina alla gente e che risulta antiquata e poco credibile al di fuori di operazioni metacazzeggianti e nostalgiche come ad esempio il Tom Strong di Moore. Aggiungere un diario personale in cui Bruce si lamenta come l'ultimo degli emostronzi non mi ha aiutato nella suspension of disbilief.

Ma come detto, questione di gusti.

Altri aspetti invece mi sembrano più legati alla struttura del romanzo, a partire da una scarsa presenza del Cavaliere Oscuro che appare (vado a memoria, chiedo perdono) intorno alla 50esima pagina e continua a latitare per buona parte del romanzo, lasciando il campo al co-protagonista, al cattivaccio e a una discreta corte di comparse. Personaggi tutt'altro che scialbi o inutili, ma se ho comprato un romanzo con in copertina un pipistrello stilizzato é perché volevo una storia di Batman, non le sciamaniche disavventure di un pellerossa depresso.

Non si tratta nemmeno di un'assenza che aumenta l'aura di mistero, attesa e timore reverenziale nei confronti del Pipistrello, al punto che in una breve sequenza il buon vecchio Batman accompagna una ragazza madre appena salvata a comprare i pannolini per il suo bambino.

Lo strafottuto Batman entra in un minimarket e compra dei pannolini per bambino. Sembra l'inizio di una barzelletta e vi assicuro vorrei lo fosse.

Non è comunque un disastro completo. Lansdale da il giusto peso alla parte investigativa della vicenda, sottolineando un aspetto che troppo spesso pare dimenticato da chi si trova a scrivere le storie del più grande detective del mondo. Inoltre il ritmo generale del romanzo è incalzante e non ha praticamente momenti di noia, ma questo trattandosi di Lansdale non è una sorpresa.

Come non sono una sorpresa il generale senso dell'assurdo e del grottesco che si avverta lungo l'avvicendarsi della storia ne i dialoghi frizzanti e ben congegnati.

Ma è nuovamente sui dialoghi che, secondo me, Lansdale mostra la sua difficoltà a trattare Batman e i personaggi di raccordo come sono e non come sarebbero se fossero stati ideati da lui. Qui sotto trovate un paio di scambi tra Batman e il fido maggiordomo Alfred, un momento tipico del canone batmaniano in cui il rapporto in bilico tra l'amicale e il paterno tra i due viene spesso a galla attraverso frecciate di Alfred indirizzate a Padron Bruce.

Clicca per una versione da presbiti



Personalmente mi pare che Lansdale sbraghi calcando troppo la mano e passando dall'ironico al comico, con un Alfred troppo compiaciuto.

Lettura quindi a suo modo istruttiva perché, forse a causa del suo essere un romanzo autocnclusivo, fa saltare all'occhio più di molti fumetti i problemi che si devono affrontare quando ci si trova a scrivere un personaggio istituzionalizzato e seriale.

Nei prossimi giorni conto di ritornare sulla natura del cattivone del romanzo.

Reperto A

Reperto B

Reperto C


mercoledì 5 marzo 2008

Gary Gygax - Gord il miserabile

Gary Gygax, creatore di DnD, ha sbagliato il tiro salvezza finendo la sua campagna poco prima dei 70 anni.

Personalmente non amo ne DnD ne i Gdr in generale, però leggendo il suo nome mi è tornato in mente un suo romanzo letto una dozzina di anni fa e di cui non ricordo una mazza. In rete non si trova uno straccio di copertina così faccio la mia pisciatina in mare scannerizzando la mia copia.

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Gord il miserabile, in originale Gord The Rogue. Mi pare di capire che non sia il primo della serie ma il terzo.

Onestamente non ricordo nemmeno se meriti o meno di essere letto, per quanto il babbuino urlante e l'uomo mezzo nudo in copertina facciano ben sperare.