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lunedì 2 dicembre 2013

Un requiem per il romanzo giallo

"...a dire il vero io non ho mai avuto una grande stima per i romanzi polizieschi, e mi rincresce che anche lei se ne occupi. Tempo sciupato. Ciò che lei ha raccontato ieri nella sua conferenza non era affatto male, anzi; da quando gli uomini politici deludono in misura tanto grave - e io ne so qualcosa, sono un uomo politico anch’io, consigliere nazionale, come forse saprà (non lo sapevo affatto, sentivo la sua voce come venisse da lontano, trincerato dietro la mia stanchezza, ma attento come una bestia nella tana) - la gente spera che almeno la polizia sappia mettere ordine nel mondo, benché io non possa immaginare nessuna speranza più pidocchiosa di questa. Ma purtroppo in tutte queste storie poliziesche ci si infila sempre anche un’altra ciurmeria. Non mi riferisco solo alla circostanza che tutti i vostri criminali trovano la punizione che si meritano. Perché questa bella favola è senza dubbio moralmente necessaria. Appartiene alle menzogne ormai consacrate, come pure il pio detto che il delitto non paga - mentre basta semplicemente considerare la società umana per capire dove stia la verità a questo proposito -, ma lasciamo correre tutto questo, se non altro per un principio puramente commerciale, dato che ogni pubblico e ogni contribuente ha diritto ai suoi eroi e al suo happy ending, e tanto noi della polizia quanto voi scrittori di mestiere siamo tenuti a fornirlo nella stessa maniera. No, quel che mi irrita di più nei vostri romanzi è l’intreccio. Qui l’inganno diventa troppo grosso e spudorato. Voi costruite le vostre trame con logica; tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente, là la vittima, qui il complice, e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia. Questa finzione mi manda in bestia. Con la logica ci si accosta soltanto parzialmente alla verità."

La promessa - Un requiem per il romanzo giallo - Friedrich Durrenmatt - 1958

martedì 25 giugno 2013

Richard Matheson, uno scrittore che conoscete anche se non lo sapete

Richard Matheson è morto da un paio di giorni. Uno di quelli che ho letto con più piacere. Scrittore di fantascienza dalla produzione solida e vasta, molti racconti e alcuni romanzi. E un successo più mainstream di quanto si possa pensare.

Perché anche se non avete mai letto nulla di suo, magari avete visto qualcosa tratto dai suoi lavori.

Vi direi Io Sono leggenda, quello con Will Smith. Ma ve lo dico solo perché è stata l’ultima incarnazione e quella che, credo, abbia avuto più successo di pubblico. Peccato il film sia una merda che sputtana del tutto il senso del romanzo. Storia che era già stata adattata meglio per il cinema nel ’64 con protagonista Vincent Price e nel ’71 con Charlton Eston. Ok, quello con Eston era influenzato pesantemente dalla cultura hippy e dalla controcultura conservativa, staccandosi molto dal romanzo originale. Ma nel suo modo un po’ delirante è un film che a mio avviso merita.

Però di Matheson potreste aver visto Real Steel, oppure The Box (ma preferibilmente l’episodio di Twilight Zone, che si intitola Button, Button), oppure ancora Stir of Echoes con Kevin Bacon ossessionato da un fantasma del passato.

Tra i vari film adattati dai suoi lavori, uno dei miei preferiti se non il preferito in assoluto è Duel. Diretto da Spielberg per 90 minuti scarsi, una trama da 10 parole, una troupe televisiva, tempi strettissimi per girarlo. E ne esce un thriller con un ritmo della madonna che a distanza di più di 40 anni continua a essere un gioiellino. Tra l’altro se masticate l’inglese, lo trovate completo su Youtube.

E poi diversi episodi di Twilight Zone, Alfred Hitchcock presents, Star Trek e via così.


Ovvio che se volete capire davvero che scrittore fosse vi tocca leggere qualcosa di suo. Però mi ha sempre colpito come sia stato uno degli autori più adattati ma allo stesso tempo meno noti dal grande pubblico. O magari è così solo in Italia, non saprei.