martedì 5 maggio 2015

Triple Threat Watch: Mad Max - Interceptor, o del raccontare tanto dicendo poco

Triple Threat Watch: in cui vi parlo di tre film in qualche modo collegati tra loro. Qua trovate l'intro al TTW, e qua sotto la prima entrata, dedicata a Mad Max del 1979.

Rivedendo Mad Max per l’ennesima volta mi ha colpito come un film dalla trama così esile e dalla sceneggiatura non proprio eccelsa abbia creato, grazie soprattutto al suo sequel, un intero sottogenere dell’immaginario che a distanza di oltre 30 anni è ancora ben piantato nella testa mia e di molti appassionati. E a proposito della trama: in questo e nei post successivi ne parlo supponendo lo abbiate visto. Per altro nel caso non lo abbiate visto sono abbastanza convinto che leggere i miei post non vi rovinerà l’eventuale visione delle pellicole. Non tanto perché sono un funambolo della parola che sa evitare spoiler grossi e farvi scimmiare comunque, ma piuttosto perché le trame dei film sono davvero un’ossatura molto snella e lineare.

  
Mad Max, secondo me, non sta in piedi per un’intricata e ben rodata sceneggiatura, nemmeno per una cosmogonia piena di particolari e neppure per uno word building complesso e ricco. Al contrario, credo che il fascino di questo universo narrativo risieda proprio nelle capacità di George Miller di creare un universo che affascina molti grazie al suo dire e definire poche cose e lasciare poi allo spettatore il compito di unire i punti e perdersi, a vagare a bordo di un auto dal motore potenziato o in sella a una moto fatta con pezzi vari tra le macerie della società prossimo futura.

Penso ad esempio a come il primo film, uscito nel ’79, non si preoccupi eccessivamente di spiegarci come mai la società australiana sia arrivata a un passo dal collasso economico. Intuiamo che c’è stata una crisi energetica ed economica, a cui sono seguite l’aumento di crimine e violenza. Ora le strade sono per larga parte in mano a gang di motociclisti che la sparuta polizia a cavall… in macchina riesce a tenere a bada poco e male. Certe cose colpiscono per la loro assenza: lo Stato non si sa bene da chi e come venga tenuto in piedi. L’unico rappresentante della burocrazia che vediamo è un non proprio ben specificato passacarte, vestito con una corazza da kendo e armato di katana, per nulla intimidatorio e quasi ridicolo nel suo scarso potere decisionale.


E questo personaggio, che appare e scompare nel giro di pochi minuti, mostra uno dei punti di forza della pellicola e di quanto sia capace Miller nel racconto visivo: pochi particolari nel vestiario, la scelta di un’ottima faccia ed ecco che un personaggio risulta perfetto, in questo mondo in cui le regole stanno cadendo e anche il senso della normalità pare ormai non interessi a nessuno.

Pensate anche al capo della polizia: un energumeno di due metri, calvo, coi baffi a manubrio, con l’abitudine di stare a torso nudo, e di nome Fifi. Un uomo tutto di un pezzo ma disperato nel suo riuscire a tenere a bada le gang, tanto da dare praticamente carta bianca ai suoi uomini quando si tratta di trovare il modo di portarli dentro, o eliminarli e basta. Uno sfumare delle regole del gioco tra gang e polizia che non sfugge al protagonista. In uno dei rari momenti di riflessione del film, Max dice “Ascoltami, è quel circo di freak la fuori, Fifi, sta cominciando a piacermi. Se passo ancora del tempo la fuori diventerò uno di loro, uno psicopatico terminale, solo che ho questo distintivo di bronzo a dire che sono uno dei buoni.”



Ed è quello che succede, sottolineando come Max non sia un eroe. Anzi, nel momento in cui la sua squadra ha più bisogno di lui, dopo che il suo compagno è stato ucciso dalla gang di motociclisti capitana da Toecutter, Max scappa. Si, lo fa perché teme di diventare quello che combatte, ma il punto rimane: non ci sono eroi su queste strade. E quando torna per vendicarsi non è un poliziotto, è un vigilante senza distintivo in cerca di vendetta e punizione. Per certi versi la frase delirante che apre il film urlata a squarciagola dal Nightrider, criminale in fuga suicida, si applica anche a Max “I am the Nightrider. I’m a fuel injected suicide machine. I am the rocker, I am the roller, I am the out-of-controller!”, solo che Max è andato oltre e non mostra la minima emozione quando da la caccia ai cattivi e compie la sua vendetta.

Se Max ha il suo fascino nel carattere e nell’evoluzione della sua personalità, risulta quasi banale dal punto di vista visivo, in una storia costellata da personaggi che colpiscono l’occhio in un modo o nell’altro. Toecutter grazie al suo ciuffo ribelle e all’interpretazione shakespiriana si mangia la scena ogni volta che apre bocca, e a volte gli bastano pure le movenze improvvise da animale o il suo soffiare da gatto. Pure i suoi compari rimangono in mente, come Bubba, pallido ed emaciato, col suo capello biondo e il fare geloso nel confronto del membro della gang che li inguaia non sapendosi frenare durante uno stupro di gruppo. Un rapporto tra i vari membri della gang che ha più di qualche sottinteso gay che verrà ancora più sottolineato nella seconda pellicola ma che qui rimane più o meno nel non detto. Per quanto in quest’ennesima visione mi sia venuto il dubbio che a venire stuprato non sia stata la ragazza ma il di lei fidanzato.


Pure i personaggi minori, come la vecchia May che, nonostante le gambe malandate tenute su da due tutori rugginosi (e una gamba davvero rotta, per la povera attrice), si arma di grosso fucile a pallettoni per cercare di salvare la moglie di Max. O figlioletto di lei, un gigante con problemi mentali che appare per pochi minuti pur non avendo un ruolo davvero necessario, ma andando ad aumentare quel senso di angoscia e di stramberia che pervade il film.
Ma se le persone colpiscono, in Mad Max sono anche i veicoli a lasciare il segno. Le auto della polizia coi loro colori francamente agghiaccianti non possono passare inosservate, così come le moto della gang che rombano per ogni dove e si mostrano compagne perfette per gli stunt. La regina incontrastata è però ovviamente l’auto di Max, l’Interceptor nera che ha mandato in visibilio i guidatori di tutto il globo e che si è conquistata il suo posto nel gotha delle auto del cinema. Mezzi, uomini e trama da soli non farebbero comunque il film se non fosse per regia e montaggio di Miller che frullano tutti questi elementi prima di lanciarli in faccia allo spettatore facendogli scappare gli occhi fuori dalle orbite.

Sono convinto che gli inseguimenti e gli stunt reggano molto bene il passare del tempo, sia perché A) si capisce tutto quanto succede (che oggigiorno pare quasi una chimera) e B) dato il tipo di storia credo che stunt e inseguimenti abbiano davvero il loro senso narrativo. Poliziotti e criminali vivono il rapporto con i propri mezzi in maniera quasi carnale: avere un motore sotto il culo o in mezzo alle gambe equivale a poter sopravvivere e per avere pezzi di ricambio o benzina uccidere sembra la cosa ovvia da fare. Con ste premesse gli inseguimenti assumono quasi il senso di duelli, se possiamo considerare duelli dei frontali tra uomini che hanno perso praticamente ogni freno inibitore e sulla morale ci hanno sgommato facendoci gli otto col battistrada.


Però non tutto fila liscio. Una cosa che mi ha colpito e che non ricordavo affatto sono le accelerazioni della pellicola inserite proprio in alcune scene d’inseguimento. Ecco, forse all’epoca funzionavano ma ora siamo a un passo dalle scene di inseguimento dii Benny Hill con lo Yakety Sax in sottofondo. Poca roba ma abbastanza da incrinare l’infottamento derivato dall’azione, sempre ad altissimi livelli. E pure la parte centrale del film, il momento in cui Max decide di andare in ferie e ricaricarsi, cercando magari rifugio con moglie e figlio, risulta un po’ moscio. Certo, vedere l’idillio prima della carneficina ha il suo senso nel rendere più sfaccettato Max e caricare di pathos la sua scelta di calarsi nella follia della vendetta, ma un pochino due palle te le fai.


Ma si tratta di particolari che io trovo di secondo piano, di fronte a una serie di intuizioni che verranno sviluppate, meglio per altro, nei film successivi e a un generale senso di disagio, ferocia e nichilismo che lo rendono un film invecchiato comunque bene. Certo, io preferisco di gran lunga il secondo, di cui però vi parlerò domani. Vi lascio con un bonus musicale, che non è tratto dal film, anche perché è una canzone del 1998. E che c’entra? Basta vedere i primi 40 secondi del video per capirlo.







lunedì 4 maggio 2015

Triple threat watch: Mad Max Vs Road Warrior Vs Beyond the Thunderdome, o di come l'improvvisa scimmia generi revisioni

Causa immagini linkate a tradimento da Roberto sui social, mi è nata improvvisa la scimmia di vedere Mad Max: Fury Road, la nuova pellicola dedicata a Mad Max in uscita tra pochi giorni. C'è Tom Hardy, che a fare il pazzo e/o l'uomo tutto d'un pezzo sta diventando sempre più bravo. C'è Charlize Theron, che sopra le righe ormai ci ha preso la residenza ed è un'ottima inquilina. C'è George Miller alla regia e alla sceneggiatura, che ha scritto e diretto i tre film originari.  


Nonostante le premesse, non me l'ero filata di striscio. Poi bastano un paio di screenshot che mostrano come l'estetica originaria sia stata ammodernata senza tradirla, spingendo ancora di più quanto visto nella seconda e terza pellicola, e io ora son qua con la frizione che frigge, il battistrada che borbotta e la leva del cambio che chiama. 

Tanto che m'è venuta voglia di rivedere la trilogia di film dedicati a Max uscita tra il '79 e l'85. E una volta visti mi son detto, facciamoci un Triple Threat Watch.

Cos'è un Triple Threat Watch? Grazie della domanda, gentile utente. 
È una cosa che mi è venuta in mente a furia di brasarmi il cervello col wrestling. Se per un qualsiasi motivo 3 lottatori hanno ottimi motivi per combattere per lo stesso titolo, il promoter può decidere per un Triple Threat Match, ovvero i tre atleti si scontrano simultaneamente nel ring e il migliore vince.

Tre uomini entrano, uno solo ne esce!


Perché non farlo coi film? Qua vi avevo raccontato tre film di fantascienza che mi sono piaciuti e che hanno un paio di temi in comune. Con Mad Max vado ancora più sul sicuro perché:

Stesso protagonista interpretato dallo stesso attore.
Stesso regista-sceneggiatore-produttore per tutte e tre le pellicole.
I film seguono una cronologia precisa dal primo all'ultimo.

Insomma, una scusa come un'altra per poter parlare di uno dei film e delle ambientazioni che mi hanno colpito di più da bambino, quel post-apocalittico che nel corso di ormai quasi 40 anni è divenuto bene o male un genere autonomo, se non un'attitudine nei confronti del dopo-disastro. E lo deve in larghissima parte a una pellicola australiana a basso budget, uscita da una troupe formatasi in televisione e dalla trama tanto risicata quanto efficace.


Per cui da domani per tre giorni ci beccherete tre post dedicati a:

Mad Max, del 1979. Quello da cui tutto è iniziato, compresa la scalata al successo di Mel Gibson.

Mad Max: Road Warrior, del 1981. Quello in cui le cose diventano davvero interessanti, i creatori di Ken Shiro prendono molti appunti e nasce il più grande tag team di wrestling della storia.

Mad Max: Beyond the Thundedome, del 1985. Quello in cui arriva il famigerato PG-13, a Max cresce un Mullett che manco i cocker e l'inseguimento finale da la biada a molto cinema action ancora oggi.

E venerdì non mancate per l'after match, in cui si tirano le fila e si schiuma in attesa di Fury Road. 

Tre film entrano, uno ne esce!


mercoledì 18 marzo 2015

Late Phases o di che fine fanno i vecchi quando c'è la luna piena

Un horror con lupi mannari e residenze per anziani. Combinazione che così su due piedi potrebbe far venire in mente solo scenari da commedia o robe grottesche come l’ottimo Bubba Ho-Tep. E invece Late Phases rimane più saldo nei territori dello slasher, anzi per certi versi quasi più in quello del thriller. Ma tralasciamo le etichette un po’ riduttive e via di brevissima sinossi:



Ambrose è un reduce del Vietnam. A causa di una ferita di guerra, ha perso la vista. Ora, vedovo, spinto dal figlio, si trasferisce in una residenza per anziani, in compagnia del suo cane accompagnatore, Shadow. Qualcuno nella residenza però è un lupo mannaro. E Ambrose è cieco, ma è pur sempre un soldato da trincea.


Vabbè, più che una sinossi è l’high-concept che regge il film, ma non è raccontandovi per filo e per segno la trama che posso farvi venire voglia di vedere il film. Soprattutto perché con una premessa del genere, o siete già incuriositi o difficilmente è un film per voi. Mi preme però sottolineare un paio di aspetti della pellicola che me l’hanno fatta apprezzare.

Uno su tutti il personaggio di Ambrose, il protagonista. Come dicevo si tratta di un uomo maturo, vicino agli ultimi anni della sua vita e consapevole della cosa. Come dice a suo figlio nei primi minuti del film “La gente in questi posti non ci viene per vivere, ma per morire.”. Non è facilissimo incontrare film con protagonisti e co-protagonisti persone anziane, soprattutto se non si tratta di commedie o drammi. Tanto meno film horror.

E se la scelta di un protagonista dal pelo grigio potrebbe essere solo una gimmick, in Late Phases mi pare non sia questo il caso. Ambrose non è una macchietta, non è l’anziano burbero dal cuore d’oro, non è nemmeno l’eroe d’azione pronto a funamboliche imprese in cui si mette a spaccare i culi con battute e strizzatine d’occhio.

Si, è un uomo vigoroso, che non si lascia impressionare più di tanto dal fatto di essere puntato da un lupo mannaro. Ma ha le tempistiche e le maniere, per quanto piegate alle esigenze di pellicola, di un uomo di una certa età. Se la scrittura del personaggi, spigoloso, duro, pieno di rancore verso se stesso e le sue scelte di vita sbagliate sono un’intelaiatura interessante e solida, a renderla piena e vita è chi lo interpreta, cioè Nick Dominici. 


Dominici riesce a nello stesso tempo a rendere Ambrose un uomo duro come la pietra, senza compromessi, di poche parole e dalla lingua tagliente. Senza cadere però nel ridicolo involontario o nella parodia inavvertita di altri CazziDuri del cinema. Una faccia di cuoio tra Clint Eastwood e Charles Bronson, ma con una punta di ironia nera che rende meno iconico e più umano il volto di Ambrose. Molto spesso sembra sul punto di annichilire qualcuno dei suoi vicini con una battuta da cecchino, ma il più delle volte sono il silenzio e le sue movenze a parlare per lui.
E di silenzi nel film ce ne sono parecchi. Dopo un inizio un po’ in contropiede, che ci mostra da subito il mostro antagonista della storia, seguiamo per lo più “l’indagine” che Ambrose segue per capire chi sia il lupo mannaro e come sconfiggerlo. Il soldato che è in lui prende il sopravvento: studia l’ambiente della riserva, affina le armi di cui è in possesso, impara a memoria la planimetria della propria casa. E compra proiettili d’argento. Il tutto senza scomporsi più di troppo. Dopo il primo attacco Ambrose, pur non essendo stato in grado di vedere il lupo mannaro a causa della sua cecità, ha capito, o forse solo deciso, che c’è un lupo mannaro e che gli rimane un ciclo lunare di tempo per prepararsi. Questo suo approccio metodico, razionale e, per certi versi, banale rende il tono del film una questione pratica, per quanto riguarda l’aspetto “uccidere o essere uccisi”. Niente di mistico, niente di sovrannaturale, niente di satanico.

A parte qualche accenno sulla questione licantropia che viene toccato una volta scoperta l’identità del mannaro (con una sequenza di trasformazione lunga, old school ed effetti speciali pratici), il resto della pellicola è ben calata nel realismo. Che non significa sia calcata nel realistico, o nel perfettamente logico.

E qui arriviamo a uno dei pochi punti in cui la pellicola scricchiola. Proprio per queste scelte pratiche, il momento in cui finalmente i licantropi assaltano Ambrose che si è barricato in casa armato di pistola e fucile da cecchino, richiede una certa dose di suspension of disbilief da parte dello spettatore.

Diciamo che un paio di scene sono un po’ dure da digerire. Ma credo dipenda molto da quanto ci si senta coinvolti dalla pellicola fino a quel momento. Quando Ambrose, che è cieco, imbraccia il fucile da cecchino, lo spettatore penso debba fare una scelta quasi conscia: o hai deciso di vedere le cose come Ambrose (rimshot) e la sparatoria sarà una delle più tese e soddisfacenti che hai visto, o tutto finirà in un paio di micette e costumi di gomma.


La parte di me che sta imparando a scrivere e raccontare le storie quando si arriva a quel punto (e di punti simili ce ne sono in un sacco di film che mi piacciono) è sempre scissa tra il godersi la scena dal punto di vista emotivo da una parte e l’appuntarsi in testa “l’errore” narrativo dall’altro. È uno sdoppiamento di cui non riesco mai a trovare una riunificazione, per me sono due realtà percettive che ora come ora convivono. 


Insomma, secondo me è un film bello teso, che parla in maniera particolare dell’anzianità e del rapporto che abbiamo un po’ tutti coi vecchi (ovvero: li escludiamo dal resto della società), con un protagonista molto buono interpretato molto bene. Ogni tanto scricchiola, ma mi pare lo faccia in maniera onesta.

Diretto da Adrian Garcia Bogliano, scritto da Eric Stolze. Qua la pagina wiki.

venerdì 20 febbraio 2015

Il taccuino migliore è quello che hai riempito di idee. O di come organizzo il mio lavoro negli ultimi tempi.

Qua sul blog e soprattutto sui social ho già detto quanto mi piacciono i taccuini, soprattutto se hanno un design curato, se sono robusti, comodi e se ci si scrive bene sopra. Ogni tanto qualche collega oppure qualche amico che non scrive ma è curioso, mi chiede perché usi così tanto i taccuini e in che modo li usi. Provo a rispondervi.

Il perché è molto semplice: per raccogliere le idee mi trovo molto meglio con carta e penna che con monitor e tastiera. Carta e penna mi permettono una libertà di movimento che, ora come ora, col digitale non ho ancora trovato. Si, ci sono programmi fatti apposta per prendere appunti o fare schemi e mappe mentali, ma quelli che ho testato non mi soddisfano. Lo so, una motivazione molto terra terra ma dopotutto vi sto parlando di questioni pratiche. Come pratici sono i modi in cui li uso. Modi che nel tempo variano, un po' perché ne provo di nuovi vedendo quelli usati da altri scrittori, un po' perché magari mi parte un progetto in zone che non ho mai battuto prima e devo imparare a gestire aspetti del lavoro che non ho mai affrontato prima.

Da qualche mese, per esempio, adotto una strategia che non avevo mai provato e che mi sta aiutando a organizzare meglio le cose. È di una banalità sconcertante ma non ci avevo mai pensato.  Guardando la foto orrenda che vi metto qua sotto credo si intuisca questa botta di genio che ho avuto:



Ogni taccuino è dedicato a un singolo e distinto progetto. Ve l’ho detto, banale e anticlimatica. Però per me è una novità.

Per anni ho usato un solo taccuino per raccogliere le idee, gli spunti, gli appunti che mi passano per la testa o per i 5 sensi. E continuo a farlo, sia chiaro. Da una parte lo trovo essenziale e so che non ne posso fare a meno se voglio tenere traccia di cose che mi interessano, dall’altra l’ho sempre trovato un po’ confusionario se ci si segna molte cose, magari per progetti diversi. Certo, uno potrebbe dirmi di non appuntarmi tutto, che magari non serve. Però quando si tratta di idee e segnarsi le cose io sono di quelli che considera questo specifico consiglio di Stephen King una minchiata:

“Se non ti ricordi un’idea significa che non era un granché.”

e sono più della scuola di Warren Ellis

“Tu non sei Stephen King.”

E infatti io mi segno praticamente TUTTO.

Il problema di scrivere tutto è che gli appunti diventano spesso innavigabili. Probabile che sappiate di che parlo anche se non scrivete di mestiere: se avete mai accumulato troppe mail, oppure vi siete segnati quel centinaio di link fichi dicendo “si poi controllo” o le decine di video che avete messo in una playlist pensando “quando c’ho due minuti”, ci stiamo capendo. Non crediate che chi scrive affronti chissà quali problematiche esoteriche e complesse; una grossa fetta del lavoro di chi scrive consiste nel processare informazioni e renderle coerenti in qualche modo. Non è proprio semplice, ma non è di certo la cosa più complessa della storia. E ci sono vari metodi per cercare di imbrigliare il caos e dargli schiaffazzi finché non prende una forma che più o meno vi aggrada.

Ora, io continuo a segnarmi TUTTO su un  paio di taccuini che porto quasi sempre con me. Il passo successivo, per diversi anni, è sempre stato più o meno quello di riversare gli appunti sul computer, smistandoli nelle varie cartelle: progetti in corso, progetti in nascita, idee vaghe, cose a caso. Più o meno la cosa ha funzionato.

Da qualche mese però ho deciso di provare un approccio diverso, aggiungendo uno step cartaceo tra i due che vi ho esposto. Ora invece di passare dai taccuini generici al pc, preferisco raccogliere tutti gli appunti di un determinato progetto in un taccuino dedicato solo a lui. Il motivo per cui i notebook che vedete nella foto hanno tutti colori diversi è per aiutare a distinguerli e dare una mano in più a mantenere un certo ordine nei miei documenti. Di nuovo, si tratta di una mia predilezione per l’uso di carta e penna che mi aiuta, copiando a mano gli appunti, a raccoglierli con una certa logica che il pc, per ora, non mi permette. E forse non è solo una questione di logica, ma anche di manualità. Che quando si parla di scrittura sembra sempre sia tutto metafisico e telepatico, ma, per come scrivo io, sento il bisogno di poter usare le mani e poter muovere qua e là gli appunti. Tracciare segni sulla carta mi facilità la concentrazione.

Posso farmi uno schema veramente scemo della trama, una banalissima freccia che va da sinistra a destra e sotto di essa segnarmi “inizio - casino incredibile - soluzione geniale - finale pirotecnico” tanto per dare una direzione ai miei pensieri.

Oppure raggruppare una serie di parole che toccano l’argomento della storia cui lavoro e che so mi aiuteranno a ragionarci sopra e trovare spunti tipo “benzina tergicristalli fango camomilla mappa pesca” e da ciascuna far partire una freccia con un altro termine per libera associazione.

O ancora segnarmi i nomi dei personaggi che mi devo studiare se voglio tentare di scrivere una serie già esistente, e vicino loro appuntarmi il carattere che ne ricavo leggendo le loro storie.

Oppure tracciare dei layout delle tavole da sceneggiare e disegnare degli omini tanto stilizzati e brutti quanto, per me, perfetti per chiarirmi le idee su come muovere i personaggi all’interno di vignette e tavole.
Insomma, lo ripeto, è una questione pratica, proprio manuale: carta e penna con me funzionano bene. E soprattutto sono molto portatili, il che diventa utile quando mi trovo a lavorare in giro. Non che io sia un reporter o viaggi di continuo, tutt’altro. Ma ho da sempre l’abitudine di scrivere e leggere anche in pubblico. Uno dei vantaggi che apprezzo di più del mio lavoro è quello di poterlo fare seduto al tavolo di un bar. Prima o poi ne parlerò diffusamente, ma diciamo che poter osservare le persone intorno a me, o magari rubar loro qualche discorso, mi riempie sia la testa che lo spirito.

Quindi poter pigliare un taccuino, tipo quello con i cerchi bianchi che vedete nella foto, e avere con me tutto, o quasi, quello che mi serve per poter lavorare su quel progetto seduto su una panchina, o in biblioteca o al tavolo di un bar in riva al mare, è un vantaggio che trovo meraviglioso.

Certo, tutto quanto vi ho raccontato qua, si riferisce solo a una parte del lavoro che faccio. Nel momento in cui devo scrivere la sceneggiatura, son costretto a farlo col pc (per quanto ne abbia scritta più di una col portatile in un bar), stessa cosa se devo spaccarmi di ricerche online. Il taccuino non è l’unico strumento di lavoro che uso, ma è di sicuro uno di quelli che preferisco. Col suo essere raccolto, concluso in se stesso, mi da l’impressione che i miei appunti, per quanto confusi e in fase di coordinamento, siano al loro posto.

Altro discorso quando il materiale accumulato mi pare sufficiente per poter lavorare in maniera più massiccia, coordinata e precisa sulla trama. A quel punto ho bisogno di fogli, tipo banalissmi A4, e fogli più piccoli, dimensione da post-it, su cui segnare le varie fasi della storia, da muovere qua e là per montare la storia. Però sempre col taccuino sotto gli occhi che mi funge da vademecum se durante la stesura della trama mi sembra di prendere una direzione sbagliata.


Insomma, il mio metodo si prendere appunti e usare i taccuini più o meno è questo. Studiare e conoscere i metodi altrui può darci spunti nuovi per migliorare i nostri. Il mio potreste trovarlo utile, come una cagata pazzesca. Il che va comunque bene perché, citando Bruce Lee “Assimila quanto trovi di utile, scarta quello che ti sembra inutile e aggiungi quello che è unicamente tuo.”. Lui parlava di arti marziali, ma credo si adatti a tutte le attività. 

venerdì 23 gennaio 2015

Laboratorio di fumetti per ABEOLiguria presso StudioStorie sabato 24 gennaio

Tempo addietro vi ho detto di come è nata la collaborazione tra me, Federico, Sergio e ABEOLiguria, trovate il post qua.

Se invece siete curiosi di sapere come io e Federico abbiamo lavorato alla storia di due tavole (che vi ricordo è leggibile online qua), potete scoprirlo domani qui a Genova, presso StudioStorie. Qui la pagina con l'evento su Facebook.

Per me sarà una novità, non mi è mai capitato di spiegare dal vivo, di fronte a una platea, in che modo scrivo una storia. Con Federico abbiamo preparato un po' di materiale per mostrare i vari passaggi, dallo spunto, alla sceneggiatura passando per schizzi, layout e tavole finite. Si tratta di una storia breve di due tavole, dimensione che ci permetterà di analizzarla tutta nei suoi vari aspetti e darci lo spunto per parlare di scrittura e disegno per il fumetto in maniera più ampia.


Insomma se siete di Genova e vi piacciono i dietro le quinte di come si fanno fumetti, ci vediamo domani alle 16 presso StudioStorie.


martedì 23 dicembre 2014

Capitani Coraggiosi e ABEO Liguria. Di quando Fioravante Sbragi salvò quattro ragazzi in volo

Qualche settimana fa Sergio mi chiede se mi interessa scrivere una storia in due tavole per ABEO Liguria, associazione ONLUS che assiste bambini emopatici oncologici e i loro genitori, per i disegni di Federico.

Flashback personale
Sono ricoverato in oncologia pediatrica, a Milano, presso l’Istituto Nazionale dei Tumori. Nonostante abbia 25 anni, il mio tumore è tipico dei bambini, per questo mi trovo a condividere la stanza con Michel, 5 anni, e sua mamma Martina. Ogni tanto esco dalla camera e me ne sto una mezz'ora nella stanza dei giochi. Tra sacche per l’alimentazione, flebo piene di chemio e pupazzi che parlano, i bambini giocano e ridono. Circondati dai genitori e dai volontari dell’Istituto che insegnano loro a disegnare, leggono storie, giocano con loro. Io riesco si e no a dire due parole ai bambini prima di bloccarmi in un mutismo che funge da diga a bestemmie e rabbia per quanto trovi senza senso la loro malattia. I volontari sanno il fatto loro e sono di aiuto a quei bambini.
Fine flashback personale

Si, dico a Sergio, scrivere le due tavole mi interessa.
E mi racconta un aneddoto di Fioravante Sbragi, asso dei cieli che ha insegnato a migliaia di ragazzi e ragazze a volare. Uomo pieno di energia e voglia di fare e bregare, protagonista di imprese aeree come atterrare con un solo motore funzionante, senza carrello e praticamente senza un graffio. O quando, dopo un ammaraggio di fortuna a causa di un guasto, si fece una nuotata di quaranta minuti per tornare a riva col nubifragio, a 70 anni suonati. E non ci pensava un attimo ad aiutare chi si trovava nei guai. Come quando, sentito un SOS, spiccò il volo per portare in salvo quattro ragazzi che si trovavano a bordo di un aereo dal pilota svenuto.

Che è l’aneddoto raccontatomi da Sergio divenuto la storia in due tavole pubblicata sulla rivista di ABEO Liguria. 

Perché Fioravante sulla rivista di ABEO? Perché la vedova del capitano, Fernanda Gavarini, ha elargito una sostanziosa donazione ad ABEO per la creazione di 8 mini appartamenti per ospitare i bambini emopatici e oncologici, e i loro genitori, che hanno bisogno di un sostegno in un periodo per loro difficile. 

Flashback
2008, dopo il trapianto di fegato. Mi trovo a Milano, in un appartamento gestito da PROMETEO, onlus che sostiene grazie al lavoro dei volontari i pazienti oncologici epatici e trapiantati, come il sottoscritto. Nell’appartamento in cui mi trovo passo le prime settimane post-trapianto e svariate notti negli anni. È un appartamento condiviso, tre camere da letto per altrettanti pazienti e un parente come accompagnatore. Per chi come me si trova lontano da casa è una manna. Negli anni ho conosciuto diversi trapiantati e i loro parenti. Un modo per sentirsi meno unici, meno diversi e per poter condividere informazioni, parole e ricordi con chi ha gli stessi problemi. Un sostegno concreto e un punto di riferimento in un periodo in cui molto spesso ci si sente senza un porto sicuro.
Fine flashback

E quindi poter dare un contributo minuscolo a un’associazione che sostiene malati e parenti in circostanze critiche mi è piaciuto proprio. Ancora di più perché l’aneddoto di Fioravante è uno di quegli eventi da “realtà che supera la fantasia”, ho potuto collaborare con due colleghi che sono ancora prima due amici e ho potuto sceneggiare una storia brevissima, uno dei formati che personalmente prediligo.


Online trovate il pdf con le due tavole, disegnate da Federico (che ha messo una mini anteprima sul suo blog qua) e il tutto è nato sotto la supervisione di Sergio e StudioStorie

Sul sito di ABEO inoltre trovate tutte le info riguardanti l’associazione e in che modo, se la cosa vi piace, poter dare il vostro contributo.

martedì 16 dicembre 2014

5 idee per un regalo al vostro amico che scrive (che sarei io, se non si capisse).

Oh oh oh lo spirito natalizio scorre selvaggio da queste parti e nel caso moriste dalla voglia di fare un regalo al sottoscritto ho pensato di agevolarvi con qualche spunto. Che, si, è il pensiero che conta, ma a me i pacchetti piace un casino scartarli fisicamente.

5) Blocknotes, taccuini, quaderni, generici blocchi di carta. Non importa forma, dimensione o foliazione. Come sanno gli amici e i colleghi che mi hanno visto lavorare in questi anni, quando si tratta di buttare giù idee ma anche in fasi più avanzate, sono tipo da carta e penna. Niente pippe da “ah, il profumo della carta!” o “Eh ma vuoi mettere l’inchiostro”, è solo che per come funzioniamo io, il mio cervello e le mie abitudini, ora come ora trovo più comodo fare schemi, tirare righe, collegare parole e baloccarmi concetti sulla carta. Prima o poi magari troverò un programma per farlo a computer, ma per ora nisba.


Comunque se proprio vi sentiste in vena di un taccuino specifico, ultimamente sono in palla con la linea della Ogami, carta di origine minerale, leggeri e robusti, design che mi ispira e nella versione total black o total white sono pure discretamente eleganti. No Moleskine, mi fanno cagare.

4) E come scrivi, se non c’hai una penna? Come sopra, è solo una questione di abitudine e di meccanismi e pignolerie che si creano nel tempo in maniera più o meno involontaria. Immagino che si sia in molti a scarabocchiare su carta. Ecco, quando butto giù idee, anche se si tratta di parole, nelle prime fasi lo considero uno scarabocchio: un modo come un altro per fare riscaldamento alla mano, ma soprattutto al cervello. Per non parlare della mia abitudine di tracciare un abbozzo di come sarà divisa la tavola in vignette quando si tratta di fumetti. Ergo, penne, matite, portamine. Ultimamente mi è venuta la fissa delle Pilot a scatto, BPS Matic, punta fine, inchiostro nero. Quando andavo alle medie erano le penne dei secchioni. Io usavo le BIC sbavanti, o quelle che mi regalavano i negozianti del quartiere. 

Niente stilografiche. Belle eh, ma ne ho una dozzina che piglia polvere a partire dal ’91.


3) Tea. Non importa che sia inverno o estate, mattina pome o sera. Una tazza di tea me la godo sempre. E sono di quelli che ha un tea per quasi ogni momento. Diciamo che da quando per questioni di salute sono divenuto praticamente astemio, sublimo la mia voglia di sbronza bevendo tea altisonanti da prezzi discutibili. Da qualche tempo amo duro quelli della KUSMI. Ci sono una marea di varietà diverse, nere, verdi, bianche, aromatizzate o pure. E hanno delle confezioni in metallo molto fiche. Probabile che facendo due conti mi converrebbe farmi decotti di oppio, ma oh, è buono buono. Ma pure un onesto Twinings Intense Premium Tea per il tea del mattino ha il suo perché.

2) Caffè. Perché se si bevono due litri di tea al giorno, la cosa corretta è puntellarli con mezza dozzina di tazzine di caffeina. Però per caffè intendo “andare al bar a pigliarsi un caffettino”. E il regalo consiste proprio in questo, bersi una tazzina in compagnia per fare un po’ di stretching hai ai pensieri, dare mobilità alle opinioni, rinforzare i ricordi e allenare battute e aneddoti. Io c’ho la fissa dell’atmosfera da bar, in cui guardare un po’ le persone che si mischiano tra loro, rubare qualche discorso, appuntarsi una maniera, scoprire un parlare diverso dal proprio. Poi se il caffè lo pagate voi, pure meglio #zena

1) Derek! Denzel! Ah, no, DAVE! Ok, questa è una nuova entry che c’entra e non c’entra col fatto che io scriva o meno. La maggior parte dei miei amici mi chiama Dave dai tempi del liceo. E il cattivo di Pinguini di Madagascar, di cui vi ho parlato qui e se ci ripenso rido, si chiama Debby, no Daniel, ah già DAVE! Ed è un polipo, ed esistono dei pupazzetti con le sue fattezze. Non dico che a 34 anni muoio dalla voglia di avere un peluche a forma di polipo viola, ma lo dico.


Ma pure un caffè basta e avanza. Buone feste!