venerdì 13 settembre 2013

Ho intervistato Enrico Macchiavello e ne ho le prove


 Ho avuto l'opportunità di intervistare Enrico Macchiavello, che se avete mai visto una pubblicità della Ceres animata o conoscete gli Skifidol sapete benissimo chi sia. Ma conoscete solo una piccola parte della sua esperienza molto vasta, eterogenea e divertente che merita d'essere esplorata.

Potete tappare i buchi della vostra ignoranza andando a Rapallo per vedere la mostra che quest'anno Rapalloonia gli dedica, o mettere le mani sul catalogo intitolato Macchiavellico curato da Carlo Chendi. Nel catalogo, dietro cui nascondo il mio mento nella foto qua sopra, trovate l'intervista fatta dal sottoscritto. Ho cercato di toccare vari aspetti della sua opera e della sua immaginazione, tipo le bellissime scatole per guardoni del suo progetto Peepshow. Caso mai la leggeste fatemi sapere se sono riuscito a incuriosirvi. 

Qua sotto un paio di prove fotografiche del dialogo avvenuto. Si le foto fan cagare ma ci ho la manina tremula.




mercoledì 28 agosto 2013

Zen pencils, come prendere una citazione e renderla più avvincente

Gavin Aung Than prende delle citazioni più o meno famose e ci fa sopra un fumetto. Che può sembrare solo un esercizio sterile, ma in realtà il risultato è quasi sempre molto interessante. Perché Than non si limita a illustrare quanto detto nella citazione ma riesce sempre a dare una sua interpretazione che, secondo me, aggiunge o comunque rende più efficace il messaggio. Le trovate sul suo sito Zen pencils.

Ad esempio nel momento in cui scrivo l’ultimo aggiornamento è basato su una citazione di Bill Watterson, lo trovate qua. In questo caso se conoscete Calvin & Hobbes vi balza agli occhi come la striscia sia anche un omaggio a quei personaggi e a quell’autore.

Ma ci sono casi in cui Than riesce a costruire una piccola storia, come ad esempio 

- On Kindness di Roger Ebert
- There are no limits di Bruce Lee

e altre in cui nascono personaggi che poi tornano in citazioni successive, come la mia personale beniamina Rising Phoenix, lottatrice di wrestling che appare in 

- Ask Yourself di Howard Thurman
- Life is not easy di Marie Curie

oppure il ragazzino vittima dei bulli in

Invictus di William Ernst Henley
- If di Rdyard Kipling
- O Me! O Life! di Walt Whitman

giusto per darvi qualche spunto da cui partire e fermarmi prima di linkarvele tutte.


Insomma mi pare un progetto ben ragionato e in cui Than metta molta cura, tutt’altro che un mero esercizio di stile. Oltre al sito lo trovate pure su tumblr qua

venerdì 23 agosto 2013

Darren Young é gay, o forse no.

Darren Young

Darren Young é gay. Anzi, Frederick Douglas Rosser è gay. Darren Young è il nome che Frederick usa per interpretare il suo ruolo nel ring della WWE, la più grande promozione americana di wrestling professionale. Come ha detto lui nell'intervista in cui a sorpresa ha fatto coming out "Does this affect the way you think about me?" "Questo ti cambia il modo in cui pensi di me?". Più che ai fan dovrebbe chiederlo ai suoi capi. Perché se la sua vita privata sono fatti suoi, nel wrestling privato-e-pubblico e realtà-e-finzione sono molto più sfumati che in altri campi dell’intrattenimento.
 
Darren con il suo socio Titus O'Neil, i Prime Time Players
La sua dichiarazione lo rende il primo* wrestler della WWE a dichiararsi gay mentre è ancora sotto contratto e in attività nel ring. L'uscita (scusate il gioco di parole) di Darren non è una cosa da poco se si conosce un po' la storia del wrestling americano e della WWE in particolare. Perché nonostante molti colleghi e soprattutto i capi della promozione si siano detto orgogliosi di Darren una volta ricevuta la notizia, non si può tralasciare il contesto in cui lavora e vive buona parte della sua vita. Un ambiente che è interessato ai ratings prima di tutto e che vede nella polemica e nella controversia  di temi e situazioni un modo per ottenerli.

Billy & Chuck

Tra il 2002 e il 2003 il tag-team composto da Billy Gunn e Chuck Palumbo dichiarò di essere non solo una coppia sul ring ma anche nella vita. Il duo portò avanti la cosa per qualche mese giocando sul filo dell'ambiguità fino a quando Chuck chiese la mano di Billy. Il matrimonio, come da tradizione nel wrestling, si tenne in diretta tv sul ring. Peccato che poco prima del fatidico si Chuck e Billy fecero marcia indietro, dichiarando di essere etero, di essere sempre stati etero e di aver fatto tutto questo per l'unico motivo che conta: acchiappare telespettatori, rendersi riconoscibili e avere un seguito. Non è un caso che nel periodo precedente il non-matrimonio vinsero le cinture di campioni.

Billy & Chuck quasi sposi.

Chuck Palumbo e Billy Gunn (veri nomi Charles Palumbo e Monty Kipp Sopp) non sono, per quanto se ne sappia, gay. La loro è stata fin dall'inizio una delle mille storie vinte messe in piedi nel fumoso mondo del wrestling. Il tutto venne gestito così male che la GLAAD (Gay & Lesbian Aliance Against Defamation), consultata dalla WWE a proposito di come giostrare la storia, si infuriò dichiarando di essere stati gabbati e rassicurati che il matrimonio avrebbe avuto luogo sul ring, mostrando finalmente due personaggi dichiaratamente gay al pubblico.

In questo caso si trattava di due atleti eterosessuali che interpretavano due personaggi, forse, omossessuali. Ci sono però situazioni in cui la realtà viene cannibalizzata dalla WWE senza troppi scrupoli. Vi porto un esempio recente. Non c'entra con l'omosessualità ma lo trovo ottimo per indicare l'approccio quasi senza freni della WWE nelle situazioni spinose.

Paul Bearer e Undertaker

Paul Bearer è stato per anni il manager e la figura più o meno paterna di Undertaker. Per farvi capire, Bearer era un po' come Alfred per Batman o Obi-Wan Kenobi per Luke. Poi d'accordo, Bearer ha tradito qualche volta Undertaker tentando anche di mandarlo letteralmente all'inferno, e almeno una volta è stato seppellito vivo nel cemento da Undertaker. Portava sempre con se un'urna cineraria da cui Undertaker, un po' becchino un po' non morto un po' sacerdote del male, riceveva parte dei suoi poteri. Fatto sta che quest'anno Paul Bearer è morto. Ma è morto sul serio, dato che è scomparso William Moody, l'uomo che lo ha impersonato per quasi 30 anni.

William Moody

La morte di Moody ha scosso molti professionisti del settore, in particolare Mark Calaway, l'uomo che interpreta Undertaker. I due erano amici al di fuori del ring e sono stati importanti uno per l'altro sia professionalmente che umanamente.

La WWE ha deciso di inserire la morte di Moody nelle sue storie. Undertaker quindi ha reso omaggio a Paul Bearer-William Moody sul ring. Si è inginocchiato di fronte all'urna cineraria in cui questa volta si trovavano le ceneri di Paul. Un omaggio all'interno della storia sia al personaggio che all'uomo che lo ha interpretato. Però la cerimonia è stata interrotta dall'arrivo di CM Punk, che ha assalito Undertaker e rubato l'urna.

Undertaker omaggia le ceneri di Paul Bearer

Nei giorni successivi Punk ha giocherellato con l'urna come fosse un pallone da football, dichiarando il suo disprezzo per Bearer e Undertaker. Inoltre ha assalito di nuovo Undertaker, colpendolo con l'urna, aprendola e rovesciandone il contenuto addosso a lui e poi a se stesso, definitivo segno di disprezzo e noncuranza nei confronti di tutto e tutti.

CM Punk attacca Undertaker

Il tutto, poche settimane dopo la morte di William Moody. Una scelta che ha destato critiche, discussioni e curiosità dato il tema spinoso. E ha assicurato che molti fan, compreso il sottoscritto, rimanessero inchiodati allo schermo nell’attesa di vedere Undertaker rompere il culo a CM Punk, cosa poi avvenuta regolarmente sul ring.

Questo è uno degli aspetti fondamentali del wrestling che deve essere tenuto conto quando si parla delle vite di coloro che decidono di farne parte. Perché la vita privata è privata, ma in questo mondo le cose sfumano da dentro a fuori il ring e viceversa di continuo e a volte senza che il singolo atleta possa averne pieno controllo.

Ci sono altri esempi di come l’omossessualità sia stata toccata dalla WWE. Personaggi come l'ambiguo Goldust che, sul ring, ha molestato più di un atleta o le varie implicazioni di lesbismo di alcune atlete. Momenti però legati sempre alla realtà del ring, slegati dalla vita vera degli atleti. In un ambiente di questo tipo non stupisce che una persona non si senta  a suo agio nel dichiarare pubblicamente la sua sessualità. E' quello che ha dovuto affrontare Chris Kanyon durante la sua carriera.



Kanyon, vero nome Christopher Klucsarits, ha lavorato prima nella WCW ( World Championship Wrestling) e poi nella WWE. Kanyon era omosessuale e, secondo testimonianze degli amici più stretti, il suo timore era quello di perdere il lavoro a causa dell'omofobia non pubblica ma ben espressa dietro le quinte di molti suoi colleghi. Per capire la difficoltà cui devono fare fronte i wrestler, è necessario ricordare che questi performer vivono quasi tutto l'anno in viaggio da una città all'altra, a stretto contatto tra di loro, spesso condividendo lunghi viaggi in macchina e camere d'albergo. Lontani dalla famiglia e dagli amici, sono costretti a trovare il loro posto in un ambiente che mescola cameratismo e competizione, una situazione di stress per chiunque, a prescindere dalla propria personalità. Per Kanyon non deve essere stato facile convivere per mesi o anni con persone che magari non si facevano problemi a mostrare umorismo omofobo, o magari trovarsi in compagnia di 20enni con gli ormoni a mille a caccia di ragazze in giro per il paese.

Quando Kanyon chiese di poter interpretare un ruolo chiaramente gay venne ridicolizzato in maniera a dir poco crudele. Lo fecero travestire da Boy George e cantare “Do you really want to hurt me?” mentre usciva da un enorme pacco regalo per Undertaker. Questo lo attaccò, concludendo il pestaggio con colpi di sedia pieghevoli, in particolare un colpo alla testa. Cose di per se normali dato il contesto. Ma per una persona in difficoltà nel gestire la propria sessualità, si deve essere trattato di un episodio pesante.

Kanyon soffriva di disordine bipolare e depressione e, posso solo supporre, lavorare in un ambiente del genere deve aver peggiorati i suoi problemi e in parte aver contribuito al suo suicidio nel 2010.

Lo ripeto, la vita privata di una persona è solo affar suo. Ma nella WWE non esiste quasi cesura tra privato e pubblico. Ed è questo l'ambiente, di cui vi ho dato solo un'idea di massima, in cui Darren Young si muove da anni dovendo suo malgrado sottostare al volere dei capi.

E la direzione della WWE non si è fatta scappare l'occasione di marketing. Lo ha fatto per promuovere la sua campagna anti-bullismo chiamata Be a Star su cui puntano molto per dare un’immagine di azienda per tutta la famiglia e dai sani valori. Darren, in quanto di colore, gay dichiarato e con un passato di balbuzie sembra fin troppo perfetto per essere uno dei volti di una campagna indirizzata a tutti i ragazzini e le ragazzine che si sentono diversi durante gli anni di scuola. E infatti un paio di giorni dopo la dichiarazione ha partecipato a una delle varie conferenze che vengono tenute qua e la per il paese.

Darren Young schiena Antonio Cesaro

Inoltre nel suo primo incontro di tag-team successivo al coming out, non solo ha vinto, insieme al suo socio sul ring Titus O'Neil, ma è stato lui a schienare per il conto di tre l'avversario dopo aver dominato l'incontro.

I Prima Time Players dopo la vittoria.
 La WWE adora far vincere i suoi atleti che per un motivo o per l’altro sono vendibili al pubblico e alla stampa che di norma non segue il wrestling. Adora però anche dimenticarseli appena la loro fama extra-ring sfuma.


*Su questo c'è dibattito. Chris Kanyon, di cui parlo nel post, Justin Credible o Orlando Jordan sono due casi ben noti, ma la copertura mediatica ricevuta da Young lo rende il primo ad essere riconosciuto pubblicamente e supportato dalla stessa WWE.

Un paio di pezzi interessanti su omosessualità e wrestling che vi invito a leggere dato che approfondiscono alcuni punti:





giovedì 8 agosto 2013

Wrestling e grammatica inglese: CM Punk spiega gli errori più comuni.

CM Punk è un wrestler americano che ci tiene molto alla grammatica. 

In particolare quando insulta la gente

Tra un incontro e l'altro ha trovato il tempo di spiegare con calma, sangue freddo e accademica precisione alcuni degli errori più comuni commessi nella sua lingua.

Qua sotto trovate il video in cui rende chiarissima la differenza tra your e you're. Se ravanate tra i consigliati ne trovate altri.



martedì 23 luglio 2013

Super

Frank è un uomo mediocre che ha subito umiliazioni per tutta la sua vita. Le cose cambiano Quando sua moglie viene rapita dal piccolo boss della città. Convinto da una visione mistica che lo convince di essere stato scelto da Dio, si veste come un supereroe e comincia a picchiare con ferocia i piccoli criminali di zona, facendosi chiamare Crimson Bolt.


Pensavo che Super fosse una parodia o peggio una commedia con la puzza sotto il naso. Nonostante sia scritto e diretto da James Gunn, autore di Slither che ho trovato molto divertente e onesto, mi ero fatto gabbare dalla locandina in salsa Juno. Questo per dirvi che l'ho visto con un discreto pregiudizio, compreso quello verso Ellen Page
che per quanto apprezzi come capacità, mi sta sul cazzo a pelle. Il che forse è d'aiuto nel suo interpretare Boltie, l'aiutante di Crimson Bolt.


E invece Super mi è piaciuto molto. Oddio, piaciuto magari non è il temine corretto, dato che in vari passaggi mi ha trasmesso più che altro disagio e fastidio per come la violenza viene mostrata e vissuta dai personaggi. Si, ci sono momenti buffi, ma quando Crimson Bolt prende a colpi di chiave inglese i cattivi, la risata lascia quasi subito lo spazio al fastidio. Non so se si tratta di sensazioni che nascono come risposta ad anni di violenza estetizzata e laccata così vuota da non avere alcun peso emotivo, ma credo che Gunn abbia fatto un ottimo lavoro nel riportare il focus su un aspetto molto semplice: la violenza non dovrebbe sempre e solo fare ridere o essere figa.

E se all'inizio pare di essere di fronte a un film leggero, le cose si deteriorano mano a mano che Crimson Bolt fa esperienza e comincia a picchiare sempre più duro. Il gioco degli equilibri tra divertente e fastidioso riesce quasi sempre bene, e quasi sempre le cose pendono più dalla seconda parte.


In questo penso sia esemplare la scena dello stupro, che comincia come una seduzione da porno per poi colare nel territorio del torbido e del disturbante e finire letteralmente con conati di vomito e la testa nel cesso. E' fastidiosa e colpisce proprio per la messa in scena che è l'antitesi del sexy, del glamour e dell'hot a tutti i costi.

Credo che questo tipo di scelte funzioni in parte grazie al tipo di personaggi che vengono raccontati. Crimson Bolt e la sua sidekick Boltie non sono due fighi. Non sono nemmeno due sfigati che diventano fighi una volta che si mettono i costumi e combattono il crimine. Sono due derelitti che una volta indossato il costume continuano ad essere dissociati dalla realtà, senza arte ne parte, ma sfogano anni di frustrazione su criminali. Che se è vero che in alcuni casi sono davvero criminali colpevoli di reati pesanti, almeno in due casi sono solo stronzi maleducati che si ritrovano dalla parte sbagliata di una chiave inglese. E la gioia e la soddisfazione che prova il dinamico duo nel picchiarli vira nel maniacale più che nel senso di giustizia.


Sul finale pare ci sia un minimo di speranza per Crimson Bolt, ma il succo del discorso sembra più essere quello di accontentarsi del poco di buono che può capitare in un mare di umiliazioni e sofferenza. E' poco accomodante, più amaro di quanto l'inizio potrebbe far pensare, grazie anche allo staccarsi da un finale assolutorio e già visto.


Come dicevo, dire che mi sia piaciuto forse non è il termine più corretto, ma di sicuro mi ha colpito più di tanti supereroi che oltre alla tutina non hanno nulla.  

giovedì 18 luglio 2013

Bernie non farebbe mai una cosa del genere.


Bernie è così amato dai suoi concittadini che quando confessa un omicidio nessuno gli crede. La cittadinanza è così compatta che il procuratore distrettuale è costretto a spostare il processo in un'altra contea per paura che lo decretino non colpevole

Ed è una storia vera.



Attualmente Bernie risiede in un carcere Texano dove sconta la pena per l'omicidio della sua amica e capa Marge. Bernie la uccise con alcuni colpi di fucile e ne tenne nascosta la morte per alcuni mesi, macerato dal senso di colpa e dalla paura di dover confessare un delitto del genere. Il corpo venne ritrovato solo quando l'avvocato della vittima si impuntò per vederla di persona per poter discutere di questioni d'affari. La famiglia di lei non si fece quasi mai viva e il resto della cittadinanza non si pose il problema di che fine avesse fatto. Perché l'amato Bernie rassicurava tutti che Marge stava bene, e dato che era antipatica a tutti non facevano troppe domande. E tutti rimasero tanto stupiti quanto increduli una volta che venne ritrovata in un congelatore a pozzetto.



Linklater nel dirigere la pellicola ha scelto un approccio a mezza strada tra il film vero e proprio e il documentario. Così noi veniamo a conoscere buona parte della storia e della caratterizzazione dei personaggi attraverso finte interviste con i concittadini di vittima e carnefice. Ma alcune di queste finte interviste sono fatte a veri concittadini che ricordano quanto fosse accaduto e del perché sono convinti che Bernie non sia colpevole.



Il fatto è che Bernie è una persona gentile. Non è un sociopatico, non sente le voci, non è un serial killer e soprattutto non è un violento. E' una persona normale che si prodiga in tutti i modi per poter aiutare il prossimo: aiuta i ragazzi della scuola facendo il direttore dei loro musical (e ogni tanto canta con loro, graziato da una grande voce), aiuta gli amici a compilare i moduli delle tasse e a fargli risparmiare i soldi, ha una fede sincera e aiuta la sua chiesa. Soprattutto prende sul serio il suo lavoro alle pompe funebri. Non solo è bravissimo a capire quando spingere i parenti a spendere qualche dollaro in più, ma è sincero nel suo controllare che le vedove reggano bene il lutto. Ha infatti l'abitudine di confortare le sue clienti nel periodo successivo al funerale del defunto, e senza malizia. E' così che conosce Marge, la vedova più ricca e più antipatica del paese. La sorella non le parla da 30 anni e i figli e i nipoti hanno rapporti con lei solo via avvocato.

Tra Bernie e Marge nasce un'amicizia che nel tempo si attorciglia in un rapporto prima di lavoro, quando lei lo assume come tuttofare, e poi si strangola in una situazione di soffocante dipendenza. Bernie si abitua troppo bene alla vita agiata che lei gli permette, e Muriel trova in lui un dipendente da angariare con richieste di ogni tipo. Fino a che lui sbotta e la uccide, ma solo perché si trova sotto mano un fucile carico.



Non è un omicidio premeditato, è solo un attimo di rabbia che sfoga mesi e mesi di frustrazione. Bernie non lo confessa subito perché non sa come affrontare quello che potrebbero pensare gli altri, ed è terrorizzato dall'idea di finire in prigione.

Cosa che rischia di non accadere nemmeno quando lo beccano e confessa, proprio perché i suoi concittadini pensano quasi tutti una cosa: che lui sia innocente. Anzi, che sia vittima di una congiura da parte di figli e nipoti di Marge per poter agguantare l'eredita. Lui confessa, ma nessuno se la beve.



Così il procuratore distrettuale decide di spostare il processo. Di norma è una procedura che si fa quando l'accusato rischia di trovarsi una giuria pregiudizievole e ostile. Questo pare sia il primo caso in cui capiti il contrario: il procuratore teme che lo assolvano perché sono già convinti che non possa essere stato lui. E il procuratore è incredulo di questa sorta di allucinazione di massa che non riesce a spiegarsi.

E l'atmosfera del film è proprio così, un po' incredula di quanto accade e viene raccontato. Nonostante l'omicidio venga mostrato, nonostante lo spettatore sappia che Bernie ha ucciso, sa anche che è una persona buona. Così tanto che, forse per senso di colpa o altro, nei messi successivi all'omicidio e precedenti la confessione, usa molti dei soldi di Marge per aiutare la sua comunità. E' vero che non confessa e che fa di tutto per tenere la cosa nascosta, ma non fugge, non tenta di fare sparire il corpo (lo infila nel congelatore subito dopo l'omicidio e poi non riesce più a toccarlo per l'orrore che prova) e appena lo beccano confessa tutto dall'inizio alla fine.



Questo clima un po' incredibile si regge in parte sullo stile molto piano e quasi didascalico di Linklater che cozza in un certo senso con una storia un po' grottesca. Tutto viene raccontato come se non ci fosse poi niente di strano in quanto accaduto, sempre ammesso che Bernie abbia davvero ucciso Marge. E l'altro punto di forza sono le interpretazioni.

Jack Black, Shirley MacLaine e Matthew McConaughey sono rispettivamente Bernie, Marge e il viceprocuratore. E tutti e tre riescono a spingere quel tanto che basta per rendere i loro personaggi strani e un po' fuori dalle righe, ma senza mai arrivare a renderli poco credibili o parodistici. Hanno tutti modi di fare e soprattutto di essere che non sono facilmente incasellabili nella media, ma sono tutti realistici e poco credibili quanto la storia di cui sono stati protagonisti.


Mentirei se vi dicessi che il film mi ha convinto al 100%, perché ha momenti in cui per me rallenta troppo e sembra girare a vuoto, però l'ho visto da qualche mese e i suoi personaggi continuano a tornarmi in mente. Soprattutto quando per strada o nei bar incrocio o sento parlare persone che non sono facilmente incasellabili. E' un film un po' storto come certe persone.


venerdì 12 luglio 2013

In questo episodio davvero speciale di Clone High

Gandhi è un ragazzino iperattivo, dalla battuta sempre pronta, ossessionato dall’essere l’anima della festa e con la propensione a denudarsi troppo.
John Fitgerald Kennedy è un bulletto che inizia ogni anno scolastico con un solo obiettivo: trombare tutte le sue compagne. Chissà cosa ne pensano i suoi genitori adottivi, una coppia interraziale gay.
Giovanna D’Arco è in piena fase angst contro il mondo, e non aiuta il fatto che sia innamorata e non ricambiata da Abramo Lincoln.
A sinistra Abramo Lincoln, a destra Gandhi
Benvenuti a Clone High, un liceo in cui studiano cloni adolescenti di famosi personaggi storici. Creati da uno scienziato malvagio per richiesta di un gruppo di oscure figure del governo. Loro vorrebbero usarli per scopi politico-militari, a lui piacerebbe usarli per aprire un parco di divertimenti chiamato Cloney Island.
Dubito sia un piatto vegano
Clone High è un cartone animato del 2002-2003, cancellato alla prima stagione. Ed è un peccato perché i 13 episodi fanno scassare dal ridere. Perché al di là della premessa che trovo molto figa e in sapore di fantascienza, la serie è in realtà comica. Anzi, è una parodia del genere teen-drama che da Beverly Hills in poi pare non voler morire.

"Quindi spiegaci meglio la resistenza passiva"
Clone High dissacra buona parte dei cliché di quel tipo di serie. Molte hanno ad esempio almeno un episodio che in maniera più o meno dichiarata si dedica ad esempio alla droga. E Clone High ce l’ha, però si tratta del terribile flagello dell’uva sultanina da fumare, foriere non solo di dipendenza ma di viaggi allucinogeni che sfociano in scene da musical giusto un filo sopra le righe. E così via con vari episodi davvero speciali. 

Questa è Marie Curie. Ci ho messo un po' a capirla.
C’è quello sull’abuso d’alcool, l’immancabile elezione del presidente di classe (che con protagonisti JFK e Lincoln è per una volta davvero calzante), quello natalizio (che porta all’estremo l’idea di rendere le feste natalizie non-offensive per le religioni) e non può mancare l’apice di ogni anno scolastico: la sera del ballo. Gli ultimi due episodi sono dedicati al ballo (la cui location assurda è un colpo di classe) e soprattutto alla sua preparazione, con il classico montaggio in cui la tipa dimessa ma figa e il tipo nerd ma in realtà bellino vengono rimessi a nuovo da quelli che ne sanno. Ovviamente non va esattamente come al solito.

Ha in mano un martello.
Non si tratta di una serie dall’umorismo tenue, anzi. Ci sono un sacco di battute che pigiano sul cattivo gusto e sul disgusto, altre che sfociano nel surreal e nel non-sense e molte che possono essere capite se si conosce un po’ la biografia dei vari personaggi storici. Epperò penso valga la pena di guardarla perché l’attitudine dissacrante di fondo lo rende una visione molto interessante. Come dicevo l’hanno cancellata di colpo (pare che il popolo dell’India non abbia gradito la versione di Gandhi che si vede nel film. E si che tutto sommato è un personaggio positivo, oltre a essere uno dei migliori) per cui sappiate che se poi vi piace vi tocca tenervi il dubbio di come sarebbe andata avanti.

Su youtube si trova tutta, in inglese.