mercoledì 18 marzo 2015

Late Phases o di che fine fanno i vecchi quando c'è la luna piena

Un horror con lupi mannari e residenze per anziani. Combinazione che così su due piedi potrebbe far venire in mente solo scenari da commedia o robe grottesche come l’ottimo Bubba Ho-Tep. E invece Late Phases rimane più saldo nei territori dello slasher, anzi per certi versi quasi più in quello del thriller. Ma tralasciamo le etichette un po’ riduttive e via di brevissima sinossi:



Ambrose è un reduce del Vietnam. A causa di una ferita di guerra, ha perso la vista. Ora, vedovo, spinto dal figlio, si trasferisce in una residenza per anziani, in compagnia del suo cane accompagnatore, Shadow. Qualcuno nella residenza però è un lupo mannaro. E Ambrose è cieco, ma è pur sempre un soldato da trincea.


Vabbè, più che una sinossi è l’high-concept che regge il film, ma non è raccontandovi per filo e per segno la trama che posso farvi venire voglia di vedere il film. Soprattutto perché con una premessa del genere, o siete già incuriositi o difficilmente è un film per voi. Mi preme però sottolineare un paio di aspetti della pellicola che me l’hanno fatta apprezzare.

Uno su tutti il personaggio di Ambrose, il protagonista. Come dicevo si tratta di un uomo maturo, vicino agli ultimi anni della sua vita e consapevole della cosa. Come dice a suo figlio nei primi minuti del film “La gente in questi posti non ci viene per vivere, ma per morire.”. Non è facilissimo incontrare film con protagonisti e co-protagonisti persone anziane, soprattutto se non si tratta di commedie o drammi. Tanto meno film horror.

E se la scelta di un protagonista dal pelo grigio potrebbe essere solo una gimmick, in Late Phases mi pare non sia questo il caso. Ambrose non è una macchietta, non è l’anziano burbero dal cuore d’oro, non è nemmeno l’eroe d’azione pronto a funamboliche imprese in cui si mette a spaccare i culi con battute e strizzatine d’occhio.

Si, è un uomo vigoroso, che non si lascia impressionare più di tanto dal fatto di essere puntato da un lupo mannaro. Ma ha le tempistiche e le maniere, per quanto piegate alle esigenze di pellicola, di un uomo di una certa età. Se la scrittura del personaggi, spigoloso, duro, pieno di rancore verso se stesso e le sue scelte di vita sbagliate sono un’intelaiatura interessante e solida, a renderla piena e vita è chi lo interpreta, cioè Nick Dominici. 


Dominici riesce a nello stesso tempo a rendere Ambrose un uomo duro come la pietra, senza compromessi, di poche parole e dalla lingua tagliente. Senza cadere però nel ridicolo involontario o nella parodia inavvertita di altri CazziDuri del cinema. Una faccia di cuoio tra Clint Eastwood e Charles Bronson, ma con una punta di ironia nera che rende meno iconico e più umano il volto di Ambrose. Molto spesso sembra sul punto di annichilire qualcuno dei suoi vicini con una battuta da cecchino, ma il più delle volte sono il silenzio e le sue movenze a parlare per lui.
E di silenzi nel film ce ne sono parecchi. Dopo un inizio un po’ in contropiede, che ci mostra da subito il mostro antagonista della storia, seguiamo per lo più “l’indagine” che Ambrose segue per capire chi sia il lupo mannaro e come sconfiggerlo. Il soldato che è in lui prende il sopravvento: studia l’ambiente della riserva, affina le armi di cui è in possesso, impara a memoria la planimetria della propria casa. E compra proiettili d’argento. Il tutto senza scomporsi più di troppo. Dopo il primo attacco Ambrose, pur non essendo stato in grado di vedere il lupo mannaro a causa della sua cecità, ha capito, o forse solo deciso, che c’è un lupo mannaro e che gli rimane un ciclo lunare di tempo per prepararsi. Questo suo approccio metodico, razionale e, per certi versi, banale rende il tono del film una questione pratica, per quanto riguarda l’aspetto “uccidere o essere uccisi”. Niente di mistico, niente di sovrannaturale, niente di satanico.

A parte qualche accenno sulla questione licantropia che viene toccato una volta scoperta l’identità del mannaro (con una sequenza di trasformazione lunga, old school ed effetti speciali pratici), il resto della pellicola è ben calata nel realismo. Che non significa sia calcata nel realistico, o nel perfettamente logico.

E qui arriviamo a uno dei pochi punti in cui la pellicola scricchiola. Proprio per queste scelte pratiche, il momento in cui finalmente i licantropi assaltano Ambrose che si è barricato in casa armato di pistola e fucile da cecchino, richiede una certa dose di suspension of disbilief da parte dello spettatore.

Diciamo che un paio di scene sono un po’ dure da digerire. Ma credo dipenda molto da quanto ci si senta coinvolti dalla pellicola fino a quel momento. Quando Ambrose, che è cieco, imbraccia il fucile da cecchino, lo spettatore penso debba fare una scelta quasi conscia: o hai deciso di vedere le cose come Ambrose (rimshot) e la sparatoria sarà una delle più tese e soddisfacenti che hai visto, o tutto finirà in un paio di micette e costumi di gomma.


La parte di me che sta imparando a scrivere e raccontare le storie quando si arriva a quel punto (e di punti simili ce ne sono in un sacco di film che mi piacciono) è sempre scissa tra il godersi la scena dal punto di vista emotivo da una parte e l’appuntarsi in testa “l’errore” narrativo dall’altro. È uno sdoppiamento di cui non riesco mai a trovare una riunificazione, per me sono due realtà percettive che ora come ora convivono. 


Insomma, secondo me è un film bello teso, che parla in maniera particolare dell’anzianità e del rapporto che abbiamo un po’ tutti coi vecchi (ovvero: li escludiamo dal resto della società), con un protagonista molto buono interpretato molto bene. Ogni tanto scricchiola, ma mi pare lo faccia in maniera onesta.

Diretto da Adrian Garcia Bogliano, scritto da Eric Stolze. Qua la pagina wiki.

venerdì 20 febbraio 2015

Il taccuino migliore è quello che hai riempito di idee. O di come organizzo il mio lavoro negli ultimi tempi.

Qua sul blog e soprattutto sui social ho già detto quanto mi piacciono i taccuini, soprattutto se hanno un design curato, se sono robusti, comodi e se ci si scrive bene sopra. Ogni tanto qualche collega oppure qualche amico che non scrive ma è curioso, mi chiede perché usi così tanto i taccuini e in che modo li usi. Provo a rispondervi.

Il perché è molto semplice: per raccogliere le idee mi trovo molto meglio con carta e penna che con monitor e tastiera. Carta e penna mi permettono una libertà di movimento che, ora come ora, col digitale non ho ancora trovato. Si, ci sono programmi fatti apposta per prendere appunti o fare schemi e mappe mentali, ma quelli che ho testato non mi soddisfano. Lo so, una motivazione molto terra terra ma dopotutto vi sto parlando di questioni pratiche. Come pratici sono i modi in cui li uso. Modi che nel tempo variano, un po' perché ne provo di nuovi vedendo quelli usati da altri scrittori, un po' perché magari mi parte un progetto in zone che non ho mai battuto prima e devo imparare a gestire aspetti del lavoro che non ho mai affrontato prima.

Da qualche mese, per esempio, adotto una strategia che non avevo mai provato e che mi sta aiutando a organizzare meglio le cose. È di una banalità sconcertante ma non ci avevo mai pensato.  Guardando la foto orrenda che vi metto qua sotto credo si intuisca questa botta di genio che ho avuto:



Ogni taccuino è dedicato a un singolo e distinto progetto. Ve l’ho detto, banale e anticlimatica. Però per me è una novità.

Per anni ho usato un solo taccuino per raccogliere le idee, gli spunti, gli appunti che mi passano per la testa o per i 5 sensi. E continuo a farlo, sia chiaro. Da una parte lo trovo essenziale e so che non ne posso fare a meno se voglio tenere traccia di cose che mi interessano, dall’altra l’ho sempre trovato un po’ confusionario se ci si segna molte cose, magari per progetti diversi. Certo, uno potrebbe dirmi di non appuntarmi tutto, che magari non serve. Però quando si tratta di idee e segnarsi le cose io sono di quelli che considera questo specifico consiglio di Stephen King una minchiata:

“Se non ti ricordi un’idea significa che non era un granché.”

e sono più della scuola di Warren Ellis

“Tu non sei Stephen King.”

E infatti io mi segno praticamente TUTTO.

Il problema di scrivere tutto è che gli appunti diventano spesso innavigabili. Probabile che sappiate di che parlo anche se non scrivete di mestiere: se avete mai accumulato troppe mail, oppure vi siete segnati quel centinaio di link fichi dicendo “si poi controllo” o le decine di video che avete messo in una playlist pensando “quando c’ho due minuti”, ci stiamo capendo. Non crediate che chi scrive affronti chissà quali problematiche esoteriche e complesse; una grossa fetta del lavoro di chi scrive consiste nel processare informazioni e renderle coerenti in qualche modo. Non è proprio semplice, ma non è di certo la cosa più complessa della storia. E ci sono vari metodi per cercare di imbrigliare il caos e dargli schiaffazzi finché non prende una forma che più o meno vi aggrada.

Ora, io continuo a segnarmi TUTTO su un  paio di taccuini che porto quasi sempre con me. Il passo successivo, per diversi anni, è sempre stato più o meno quello di riversare gli appunti sul computer, smistandoli nelle varie cartelle: progetti in corso, progetti in nascita, idee vaghe, cose a caso. Più o meno la cosa ha funzionato.

Da qualche mese però ho deciso di provare un approccio diverso, aggiungendo uno step cartaceo tra i due che vi ho esposto. Ora invece di passare dai taccuini generici al pc, preferisco raccogliere tutti gli appunti di un determinato progetto in un taccuino dedicato solo a lui. Il motivo per cui i notebook che vedete nella foto hanno tutti colori diversi è per aiutare a distinguerli e dare una mano in più a mantenere un certo ordine nei miei documenti. Di nuovo, si tratta di una mia predilezione per l’uso di carta e penna che mi aiuta, copiando a mano gli appunti, a raccoglierli con una certa logica che il pc, per ora, non mi permette. E forse non è solo una questione di logica, ma anche di manualità. Che quando si parla di scrittura sembra sempre sia tutto metafisico e telepatico, ma, per come scrivo io, sento il bisogno di poter usare le mani e poter muovere qua e là gli appunti. Tracciare segni sulla carta mi facilità la concentrazione.

Posso farmi uno schema veramente scemo della trama, una banalissima freccia che va da sinistra a destra e sotto di essa segnarmi “inizio - casino incredibile - soluzione geniale - finale pirotecnico” tanto per dare una direzione ai miei pensieri.

Oppure raggruppare una serie di parole che toccano l’argomento della storia cui lavoro e che so mi aiuteranno a ragionarci sopra e trovare spunti tipo “benzina tergicristalli fango camomilla mappa pesca” e da ciascuna far partire una freccia con un altro termine per libera associazione.

O ancora segnarmi i nomi dei personaggi che mi devo studiare se voglio tentare di scrivere una serie già esistente, e vicino loro appuntarmi il carattere che ne ricavo leggendo le loro storie.

Oppure tracciare dei layout delle tavole da sceneggiare e disegnare degli omini tanto stilizzati e brutti quanto, per me, perfetti per chiarirmi le idee su come muovere i personaggi all’interno di vignette e tavole.
Insomma, lo ripeto, è una questione pratica, proprio manuale: carta e penna con me funzionano bene. E soprattutto sono molto portatili, il che diventa utile quando mi trovo a lavorare in giro. Non che io sia un reporter o viaggi di continuo, tutt’altro. Ma ho da sempre l’abitudine di scrivere e leggere anche in pubblico. Uno dei vantaggi che apprezzo di più del mio lavoro è quello di poterlo fare seduto al tavolo di un bar. Prima o poi ne parlerò diffusamente, ma diciamo che poter osservare le persone intorno a me, o magari rubar loro qualche discorso, mi riempie sia la testa che lo spirito.

Quindi poter pigliare un taccuino, tipo quello con i cerchi bianchi che vedete nella foto, e avere con me tutto, o quasi, quello che mi serve per poter lavorare su quel progetto seduto su una panchina, o in biblioteca o al tavolo di un bar in riva al mare, è un vantaggio che trovo meraviglioso.

Certo, tutto quanto vi ho raccontato qua, si riferisce solo a una parte del lavoro che faccio. Nel momento in cui devo scrivere la sceneggiatura, son costretto a farlo col pc (per quanto ne abbia scritta più di una col portatile in un bar), stessa cosa se devo spaccarmi di ricerche online. Il taccuino non è l’unico strumento di lavoro che uso, ma è di sicuro uno di quelli che preferisco. Col suo essere raccolto, concluso in se stesso, mi da l’impressione che i miei appunti, per quanto confusi e in fase di coordinamento, siano al loro posto.

Altro discorso quando il materiale accumulato mi pare sufficiente per poter lavorare in maniera più massiccia, coordinata e precisa sulla trama. A quel punto ho bisogno di fogli, tipo banalissmi A4, e fogli più piccoli, dimensione da post-it, su cui segnare le varie fasi della storia, da muovere qua e là per montare la storia. Però sempre col taccuino sotto gli occhi che mi funge da vademecum se durante la stesura della trama mi sembra di prendere una direzione sbagliata.


Insomma, il mio metodo si prendere appunti e usare i taccuini più o meno è questo. Studiare e conoscere i metodi altrui può darci spunti nuovi per migliorare i nostri. Il mio potreste trovarlo utile, come una cagata pazzesca. Il che va comunque bene perché, citando Bruce Lee “Assimila quanto trovi di utile, scarta quello che ti sembra inutile e aggiungi quello che è unicamente tuo.”. Lui parlava di arti marziali, ma credo si adatti a tutte le attività. 

venerdì 23 gennaio 2015

Laboratorio di fumetti per ABEOLiguria presso StudioStorie sabato 24 gennaio

Tempo addietro vi ho detto di come è nata la collaborazione tra me, Federico, Sergio e ABEOLiguria, trovate il post qua.

Se invece siete curiosi di sapere come io e Federico abbiamo lavorato alla storia di due tavole (che vi ricordo è leggibile online qua), potete scoprirlo domani qui a Genova, presso StudioStorie. Qui la pagina con l'evento su Facebook.

Per me sarà una novità, non mi è mai capitato di spiegare dal vivo, di fronte a una platea, in che modo scrivo una storia. Con Federico abbiamo preparato un po' di materiale per mostrare i vari passaggi, dallo spunto, alla sceneggiatura passando per schizzi, layout e tavole finite. Si tratta di una storia breve di due tavole, dimensione che ci permetterà di analizzarla tutta nei suoi vari aspetti e darci lo spunto per parlare di scrittura e disegno per il fumetto in maniera più ampia.


Insomma se siete di Genova e vi piacciono i dietro le quinte di come si fanno fumetti, ci vediamo domani alle 16 presso StudioStorie.


martedì 23 dicembre 2014

Capitani Coraggiosi e ABEO Liguria. Di quando Fioravante Sbragi salvò quattro ragazzi in volo

Qualche settimana fa Sergio mi chiede se mi interessa scrivere una storia in due tavole per ABEO Liguria, associazione ONLUS che assiste bambini emopatici oncologici e i loro genitori, per i disegni di Federico.

Flashback personale
Sono ricoverato in oncologia pediatrica, a Milano, presso l’Istituto Nazionale dei Tumori. Nonostante abbia 25 anni, il mio tumore è tipico dei bambini, per questo mi trovo a condividere la stanza con Michel, 5 anni, e sua mamma Martina. Ogni tanto esco dalla camera e me ne sto una mezz'ora nella stanza dei giochi. Tra sacche per l’alimentazione, flebo piene di chemio e pupazzi che parlano, i bambini giocano e ridono. Circondati dai genitori e dai volontari dell’Istituto che insegnano loro a disegnare, leggono storie, giocano con loro. Io riesco si e no a dire due parole ai bambini prima di bloccarmi in un mutismo che funge da diga a bestemmie e rabbia per quanto trovi senza senso la loro malattia. I volontari sanno il fatto loro e sono di aiuto a quei bambini.
Fine flashback personale

Si, dico a Sergio, scrivere le due tavole mi interessa.
E mi racconta un aneddoto di Fioravante Sbragi, asso dei cieli che ha insegnato a migliaia di ragazzi e ragazze a volare. Uomo pieno di energia e voglia di fare e bregare, protagonista di imprese aeree come atterrare con un solo motore funzionante, senza carrello e praticamente senza un graffio. O quando, dopo un ammaraggio di fortuna a causa di un guasto, si fece una nuotata di quaranta minuti per tornare a riva col nubifragio, a 70 anni suonati. E non ci pensava un attimo ad aiutare chi si trovava nei guai. Come quando, sentito un SOS, spiccò il volo per portare in salvo quattro ragazzi che si trovavano a bordo di un aereo dal pilota svenuto.

Che è l’aneddoto raccontatomi da Sergio divenuto la storia in due tavole pubblicata sulla rivista di ABEO Liguria. 

Perché Fioravante sulla rivista di ABEO? Perché la vedova del capitano, Fernanda Gavarini, ha elargito una sostanziosa donazione ad ABEO per la creazione di 8 mini appartamenti per ospitare i bambini emopatici e oncologici, e i loro genitori, che hanno bisogno di un sostegno in un periodo per loro difficile. 

Flashback
2008, dopo il trapianto di fegato. Mi trovo a Milano, in un appartamento gestito da PROMETEO, onlus che sostiene grazie al lavoro dei volontari i pazienti oncologici epatici e trapiantati, come il sottoscritto. Nell’appartamento in cui mi trovo passo le prime settimane post-trapianto e svariate notti negli anni. È un appartamento condiviso, tre camere da letto per altrettanti pazienti e un parente come accompagnatore. Per chi come me si trova lontano da casa è una manna. Negli anni ho conosciuto diversi trapiantati e i loro parenti. Un modo per sentirsi meno unici, meno diversi e per poter condividere informazioni, parole e ricordi con chi ha gli stessi problemi. Un sostegno concreto e un punto di riferimento in un periodo in cui molto spesso ci si sente senza un porto sicuro.
Fine flashback

E quindi poter dare un contributo minuscolo a un’associazione che sostiene malati e parenti in circostanze critiche mi è piaciuto proprio. Ancora di più perché l’aneddoto di Fioravante è uno di quegli eventi da “realtà che supera la fantasia”, ho potuto collaborare con due colleghi che sono ancora prima due amici e ho potuto sceneggiare una storia brevissima, uno dei formati che personalmente prediligo.


Online trovate il pdf con le due tavole, disegnate da Federico (che ha messo una mini anteprima sul suo blog qua) e il tutto è nato sotto la supervisione di Sergio e StudioStorie

Sul sito di ABEO inoltre trovate tutte le info riguardanti l’associazione e in che modo, se la cosa vi piace, poter dare il vostro contributo.

martedì 16 dicembre 2014

5 idee per un regalo al vostro amico che scrive (che sarei io, se non si capisse).

Oh oh oh lo spirito natalizio scorre selvaggio da queste parti e nel caso moriste dalla voglia di fare un regalo al sottoscritto ho pensato di agevolarvi con qualche spunto. Che, si, è il pensiero che conta, ma a me i pacchetti piace un casino scartarli fisicamente.

5) Blocknotes, taccuini, quaderni, generici blocchi di carta. Non importa forma, dimensione o foliazione. Come sanno gli amici e i colleghi che mi hanno visto lavorare in questi anni, quando si tratta di buttare giù idee ma anche in fasi più avanzate, sono tipo da carta e penna. Niente pippe da “ah, il profumo della carta!” o “Eh ma vuoi mettere l’inchiostro”, è solo che per come funzioniamo io, il mio cervello e le mie abitudini, ora come ora trovo più comodo fare schemi, tirare righe, collegare parole e baloccarmi concetti sulla carta. Prima o poi magari troverò un programma per farlo a computer, ma per ora nisba.


Comunque se proprio vi sentiste in vena di un taccuino specifico, ultimamente sono in palla con la linea della Ogami, carta di origine minerale, leggeri e robusti, design che mi ispira e nella versione total black o total white sono pure discretamente eleganti. No Moleskine, mi fanno cagare.

4) E come scrivi, se non c’hai una penna? Come sopra, è solo una questione di abitudine e di meccanismi e pignolerie che si creano nel tempo in maniera più o meno involontaria. Immagino che si sia in molti a scarabocchiare su carta. Ecco, quando butto giù idee, anche se si tratta di parole, nelle prime fasi lo considero uno scarabocchio: un modo come un altro per fare riscaldamento alla mano, ma soprattutto al cervello. Per non parlare della mia abitudine di tracciare un abbozzo di come sarà divisa la tavola in vignette quando si tratta di fumetti. Ergo, penne, matite, portamine. Ultimamente mi è venuta la fissa delle Pilot a scatto, BPS Matic, punta fine, inchiostro nero. Quando andavo alle medie erano le penne dei secchioni. Io usavo le BIC sbavanti, o quelle che mi regalavano i negozianti del quartiere. 

Niente stilografiche. Belle eh, ma ne ho una dozzina che piglia polvere a partire dal ’91.


3) Tea. Non importa che sia inverno o estate, mattina pome o sera. Una tazza di tea me la godo sempre. E sono di quelli che ha un tea per quasi ogni momento. Diciamo che da quando per questioni di salute sono divenuto praticamente astemio, sublimo la mia voglia di sbronza bevendo tea altisonanti da prezzi discutibili. Da qualche tempo amo duro quelli della KUSMI. Ci sono una marea di varietà diverse, nere, verdi, bianche, aromatizzate o pure. E hanno delle confezioni in metallo molto fiche. Probabile che facendo due conti mi converrebbe farmi decotti di oppio, ma oh, è buono buono. Ma pure un onesto Twinings Intense Premium Tea per il tea del mattino ha il suo perché.

2) Caffè. Perché se si bevono due litri di tea al giorno, la cosa corretta è puntellarli con mezza dozzina di tazzine di caffeina. Però per caffè intendo “andare al bar a pigliarsi un caffettino”. E il regalo consiste proprio in questo, bersi una tazzina in compagnia per fare un po’ di stretching hai ai pensieri, dare mobilità alle opinioni, rinforzare i ricordi e allenare battute e aneddoti. Io c’ho la fissa dell’atmosfera da bar, in cui guardare un po’ le persone che si mischiano tra loro, rubare qualche discorso, appuntarsi una maniera, scoprire un parlare diverso dal proprio. Poi se il caffè lo pagate voi, pure meglio #zena

1) Derek! Denzel! Ah, no, DAVE! Ok, questa è una nuova entry che c’entra e non c’entra col fatto che io scriva o meno. La maggior parte dei miei amici mi chiama Dave dai tempi del liceo. E il cattivo di Pinguini di Madagascar, di cui vi ho parlato qui e se ci ripenso rido, si chiama Debby, no Daniel, ah già DAVE! Ed è un polipo, ed esistono dei pupazzetti con le sue fattezze. Non dico che a 34 anni muoio dalla voglia di avere un peluche a forma di polipo viola, ma lo dico.


Ma pure un caffè basta e avanza. Buone feste!

venerdì 5 dicembre 2014

Carini, coccolosi ed esilaranti - I Pinguini di Madagascar

I Pinguini di Madagascar è uno dei cartoni animati più divertenti che abbia mai visto. Non di quest’anno, di sempre. Considerando quanto mi faccia ridere la serie animata un po’ ci speravo, ma il film ha superato di gran lunga le mie aspettative, tirando fuori 90 minuti in cui si ride praticamente di continuo.

Se siete tipi da “La storia è regina!” probabile che la trama non vi dica nulla: c’è un cattivo che vuole vendicarsi dei pinguini. Non solo dei pinguini protagonisti, ma di tutti i pinguini. Perché loro sono carini e coccolosi e hanno rubato la scena, in vari zoo in giro per il mondo, a lui che è brutto. Peccato che i pinguini siano si carini e coccolosi ma siano anche spie altamente specializzate in grado di cavarsi d’impiccio.


 Se invece siete tipi da slapstick, che vi divertite più con la comicità di Tex Avery, per cui l’accumulo di gag, scenette comiche, tormentoni e robe funamboliche che si susseguono a rotta di collo sono il vostro pane, sono abbastanza sicuro che sia il film giusto per voi.

Insomma, è una spy story in tutto e per tutto, con un attitudine action ma, soprattutto, è un cartone animato comico. 

Perché ne i Pinguini si ride di continuo, tutto succede con l’unico scopo di far scoppiare la risata sul momento, di mettere in scena premesse evidentemente appoggiate per una gag successiva, tormentoni che si affastellano per divertire e mantenere alto il rapporto minuti-battute. E tutto o quasi accade in movimento.


Ora tiro fuori un paragone esagerato: avete presente le sequenze più cinetiche del Tin Tin di Spielberg? Ecco, Simon J Smith ed Eric Darnell, i registi di Pinguini, non sono di certo Spielberg, ma l’attitudine che hanno messo in un paio di sequenza, tra cui quella ambientata a Venezia e quella del furto del velivolo da parte di Skipper e soci secondo me sprizzano quel tipo di attitudine tipicamente Spielbergiana: il movimento racconta e l’ambiente in cui le cose accadono deve essere sfruttato in tutti i modi per raccontare. In quelle due sequenze credo ci sia l’attitudine del film: siamo qua per farvi divertire muovendo questi personaggi in situazioni esagerate.

Guardate cosa succede se li lanciamo a rotta di collo da un aereo quattro pinguini che sono anche spie ed eroi d’azione: succede che Tony Stark in Iron Man 3 ce lo sgrulla, ecco cosa.

Prendiamo i rispettivi capi dei due team che devono salvare il mondo e facciamoli battibeccare tra di loro in tipico cliché da film d’azione, e abbiamo un dialogo da lacrime agli occhi, che funziona non solo per le battute, e intendo le parole dette, ma per come questo dialogo è stato girato e montato. Perché se fusione tra action e commedia slapstick deve essere, che a farci ridere a crepapelle e a tenerci con gli occhi sgranati allora siano l’azione e il movimento.


Come i movimenti e le movenze del cattivo e dei suoi sottoposti. Il cattivo, Dave (o è Dereck? Darryl? Denzel?) si muove in una maniera che non ha il minimo senso, è esagerata, è poco fluida, angolosa ma proprio per questo fa ridere, lo rende diverso da tutti gli altri e grottesco e, per quanto possibile in un film per bambini, inquietante. Ovvio, non siamo dalle parti del Giudice di Chi ha incastrato Roger rRabbit, ma probabile che gli occhi di Dave, e la sua assenza di rimorso nell’aver (forse, ok, lo concedo) ucciso un pinguino, possano toccare con il loro stridore rispetto all’atmosfera comica del film qualche bimbo.

Sottolineo la questione movimento e cartone animato, nel senso di cartoon, perché in questo lungometraggio è quello che ci viene dato senza mai promettere altro: non è un cartone animato che vuole essere realistico, non vuole mettersi la giacchetta da StoriaImportante™, drammatica o con chissà quale sotto testo. Vuole far ridere a crepapelle per 90 minuti, qui e ora, con un controllo dei tempi comici ammirevole, con un’inventiva visiva ricca e con un ritmo serrato.

Per i miei gusti ci riesce, nonostante personaggi di contorno poco approfonditi (per quanto il loro essere palese presa per il culo dell’EroeD’Azione troppo cool e consapevole un po’ li salva, “Ecco perché bisogna guardare l’esplosione!”) e la trama davvero esile.


Però non è per le trame che guardiamo di continuo le disavventure di Wile E. Coyote, no?

lunedì 24 novembre 2014

Come l'ha girata lui, questa? - Paolo Morales sul Narrare con le immagini

Partiamo dalla fine. In chiusura di questo Narrare con le immagini, Paolo Morales (sceneggiatore, disegnatore e storyboarder scomparso nel 2013, qui la bio completa) scrive:

“Niente di definitivo. Solo alcuni fatti che generano molte domande e un’ipotesi.”

Credo riassuma molto bene l’attitudine e lo stile con cui ha scritto questo saggio. Parlo di saggio e non di manuale perché Morales lo imposta come una serie di brevissime lezioni in cui smonta immagine dopo immagine alcune sequenze di film notissimi e un po’ meno per spiegare come queste funzionano. Poca teoria, molta pratica e smontaggio.


Certo, Morales spiega la teoria che sta alla base del racconto filmico. Però non si limita a sciorinare cosa siano piani e campi facendo la lista della spesa elencandone i vari tipi. Per ognuno di loro prende una scena di un film e spiega la loro funzione narrativa: perché dopo questo primo piano ci sta meglio un dettaglio? perché questo mezzo busto di quinta sarebbe, in teoria, sbagliato ma qui funziona splendidamente?

Tutto per cercare di rispondere alla domanda che si pone ogni regista: “Come la giriamo, questa?”. Una domanda che apre decine di risposte, alcune giuste, alcune sbagliate.

Una domanda a cui si può invece dare risposta sicura è “Come l’ha girata Lui, questa?”, dove i vari Lui sono Coppola, Kubrick, De Palma e altri pezzi grossi, o anche meno grossi come Jonathan Demme, il regista de Il silenzio degli innocenti. Morales, per esempio, prende la sequenza in cui Clarice/Jodie Foster entra per la prima volta nel manicomio in cui è incarcerato Lecter: fa la conoscenza del(l’antipaticissimo) Dr. Chilton, scende con lui nei meandri dell’edificio fino ai sotterranei dove finalmente si trova faccia a faccia con Hannibal il cannibale. Pochi minuti che Morales disseziona inquadratura dopo inquadrature per dimostrare in che modo le scelte attuate da Demme funzionino per sottolineare il punto di vista di Clarice e aumentare il coinvolgimento del pubblico. Potevano esserci altre soluzioni e scelte? Sicuro. Potevano essere migliori? Non è sicuro. Di sicuro c’è che queste sono state scelte con in mente una funzione ben precisa e quella riescono ad attuarla.



Ma questo è solo uno dei vari esempi che Morales si diverte (e leggendo il volume si percepisce proprio quanto lui si appassioni e diverta nello studiare il racconto per immagini, un bonus non da poco che rende la lettura ancora più interessante) a smontare, sempre sottolineando come la scelta che ogni regista e montatore attua non è detto che sia la scelta migliore in assoluto e nemmeno, magari, la più perfetta a rigor di manuale. Però, scena girata e montata alla mano, è una scelta che ha dato un risultato ottimo.

Quindi pratica pratica pratica, sia quando si scrive/disegna/gira sia quando si studia: guardare un film o leggere un fumetto per godersi la storia è un conto, ma poi se uno vuole capire davvero come raccontare per immagini lo deve pure smontare. Senza dimenticare comunque quel minimo di teoria che sta alla base di un certo modo di raccontare. Come a esempio l’effetto Kuleshov, vecchio come il cucco, teorizzato negli anni ’10/’20, ma ancora alla base del racconto per immagini. Ovvero che il significato di un’immagine cambia a seconda del contesto in cui questa viene inserito: la stessa identica immagine dello stesso attore, con la medesima espressione, cambia e appare diversa a seconda dell’immagine cui viene giustapposta. Si certo, per voi uomini moderni e di mondo è ovvio, ma agli albori del cinema tutto andava imparato e sperimentato passo passo per capire come manipolare l’emozione degli spettatori. E guardando l’esempio usato da Kuleshov e quello successivo di Hitchcock che vedete qua nel post, c’è da chiedersi quanto si sarebbero divertiti oggi a giocare coi meme. 


E “giocare” mi pare sia un attitudine che per quanto non esplicitata da Morales venga un po’ sottintesa nel suo scrivere: ci sono immagini che ci passano per la testa, ci sono metodi per poterle rendere reali, scopriamo quali funzionano e quali no. Spingiamoci oltre il già visto e già fatto e vediamo dove possiamo arrivare. Nell’ultima parte del volume Morales parla di Kill Bill di Tarantino, e analizza una sequenza d’inseguimento presa da Bad Boys II di Bay (sapete quale, quella con le auto lanciate dal camion). Ora, al di là di quello che pensate dei due film e dei due registi, è innegabile che siano due che si divertono in quello che fanno e non si fanno problemi a spingersi sempre più in là nel fattibile. I risultati possono essere molto diversi tra loro, ma la voglia di provare è, credo, innegabile.

Insomma, ‘sto saggio me lo sono proprio gustato. Se siete del tutto digiuni dal linguaggio tecnico del cinema non è un problema: Morales spiega bene e in maniera sintetica la terminologia necessaria per comprendere tutto. Se già masticate un po’ le cose secondo me non vi potete annoiare perché gli esempi analizzati sono così tanti, così diversi e raccontati così bene da potervi dare di sicuro qualche spunto su cui riflettere, o farvi venire voglia di rivedere i film citati per osservarli con occhio più critico.