lunedì 29 settembre 2014

Triple Threat Watch - Upstream Color - Coherence - Under The Skin - After Watch

Triple Threat Watch: un breve After Watch, tanto per dire due cose in più sui film in lotta tra loro. I post dedicati ai film li trovi partendo da qui.

L’idea di parlare di questi tre film in sequenza, come accennavo nel teaser, mi è venuta notando per caso che bene o male tutti e tre toccano in qualche modo l’idea della propria identità e quello di cosa sono e come funzionano i rapporti tra le persone.


Sono punti di partenza che toccano le mie corde, il che li mette già su uno scalino alto nelle mie preferenze. In più la connotazione sci-fi aggiunge fascino e intrigo alla cosa. La ciliegina sulla torta, per quanto riguarda i miei gusti, è che godono di una messa in scena ben poco reale. In questo senso il più “estremo” mi pare Upstream Color, tra allucinazioni, ipnosi, sogni che forse non sono sogni e un uso massiccio di immagini e suoni mixati più per suggerire che spiegare. Ovvio, il rischio supercazzola è altissimo, ma apprezzo il tentativo di usare metodi meno classici e la voglia di suggestionare invece che mostrare.

Un po’ come la suggestiva stanza nera senza particolari ne confini che ritorna in Under The Sking: al di là del significato della stanza, che può essere uno nessuno o centomila, la trovo un’immagine bella da vedere e appagante. Due delle sensazioni che cerco e mi spingono a guardare film (o leggere fumetti, o guardare fotografie o seguire arti visuali in genere).

Da questo punto di vista Coherence cerca la suggestione con un gusto visivo del tutto opposto: tutto quello che vediamo è vero, reale e raramente creato dagli autori (l’ambiente in cui si svolge il 90% della vicenda è la casa del regista) eppure riesce comunque a suggerire spazi bui e minacciosi e rendere bene il senso di migliaia di realtà confinanti tra loro e quanto poco basti per perdersi tra di loro.


 E parlando di punti di contatto e divergenze nella rappresentazione, c’è n’è uno evidente e macroscopica: i tre film hanno come protagonista una donna. Non mi azzardo a tuffarmi nel discorso sull’identità di genere, sulla rappresentazione femminile e bla bla, discorso molto complesso che richiedere tempo e competenze. Mi dico che mi manca solo il tempo.

Però ecco mi pare per lo meno interessante come in ogni film le protagoniste non siano solo eye-candy messo lì a titillare il pubblico maschile, nemmeno in Under The Skin nonostante l’essere un’esca per uomini arrapati sia il ruolo iniziale dell’aliena. Però il modo in cui viene mostrata nuda mi pare sia poco glamour e ammiccante e molto, come dire, pragmatico, un esagerazione quasi caricaturale messa in evidenza dal cambio di atteggiamento della protagonista nella seconda parte del film, uno spettro di rappresentazioni lungo cui si muove il personaggio.


 E non si assiste nemmeno a quel passaggio a donnaamazzoneguerriera che troppo spesso si limita a prendere un personaggio femminile e farle fare cose da uomini così, a cazzo, per far vedere che non è fragile e debole. Mi pare che le tre protagoniste quando prendono la situazione in mano e decidono di trovare una soluzione continuino a essere femmine e non uominid’azione con i senoni. Che poi ci riescano o meno dipende dal singolo film, o da come lo interpretate.

Anche alcuni dati tecnici tornano qua e là. In Coherence e Under The Skin c’è un largo uso dell’improvvisazione da parte degli attori. Quando l’aliena in Under The Skin gira Glasgow per acchiappare gonzi, il regista ha optato per un approccio realistico: sono state montate e nascoste alcune telecamere sul van, la Johansson ha attaccato bottone con sconosciuti a cui è stato successivamente chiesto di fare parte del film. In Coherence invece agli attori è stato spiegato vagamente il senso e la direzione del film, ma non sono stati detti i vari colpi di scena: hanno scoperto il funzionamento degli universi in “diretta” come i loro personaggi. Inoltre le battute sono state solo suggerite dal regista lasciando loro la possibilità di interpretarle e improvvisare liberamente.


Una differenza che immagino abissale rispetto a Upstream Color dato il desiderio di controllo assoluto da parte dell’autore Shane Carruth che è regista, attore, sceneggiatore, co-editor, compositore delle musiche e produttore. Dubito che abbia dato gran libertà d’azione agli altri attori, anche se indicazioni in questo senso non ne trovo nelle varie interviste. In compenso l’approccio all’immagine e al cinema inteso come racconto di roba che si muove pone Upstream Color e Under The skin su territori simili.

Carruth e Glazer cercano molto più spesso la suggestione, il suggerimento e l’impressione piuttosto che il mostrare platealmente quanto vogliono dire e quello di cui vogliono parlare. E se il cinema è immagine credo però che nel loro caso l’effetto funzioni anche grazie al sonoro e alle musiche: quello che Glazer e Carruth ci fanno passare sugli schermi non è mai solo un’immagine ma un flusso di roba che si vede e si sente e che tenta di portarci in una zona diversa pigiando sui nostri sensi. Motivi per cui vi suggerisco di godervi le colonne sonore di questi due film, le trovate su youtube.

Ed è figa pure quella di Coherence, solo che online non è disponibile (o sono io che non la trovo).


Insomma come dicevo nel teaser qua non si tratta di decretare un vincitore ma solo di vedere come tre pellicole e i loro autori se la giocano ciascuno su territori simili. Mi pare che le performance dei nostri siano tutte valide, ognuna con le proprie sbavature e le proprie eccellenze, ma soprattutto ognuna con un’attitudine personale e marcata, sia nei confronti dei temi trattati che del modo in cui vengono raccontati.


Ci saranno altri Triple Threat Watch? BOH! Dipende dai film che mi capiteranno sotto tiro. Magari sarà un Fatal Four Way, oppure un Tag Team o una Battle Royal, vedremo. Per ora spero che, se li vedrete, ci troverete qualcosa che vi sconfinfera.


venerdì 26 settembre 2014

Triple Threat Watch: Under The Skin 2013

Triple Threat Watch: tre film che toccano temi simili o limitrofi, ognuno in maniera un po’ diversa. Qua il teaser della rubrica, qui sotto il terzo contendente alla non-vittoria: Under The Skin (non ho letto il libro da cui è tratto, zero comparazioni quindi.


Gli alieni sono a Glasgow e studiano gli esseri umani. Ma se vi aspettate sonde anali, rapimenti nel sonno e scene che fanno venire gli incubi a Fox Mulder, non è quel tipo di film. Non siamo di fronte nemmeno a un action/thriller: effetti speciali ridotti all’osso, zero azione, nessuna esplosione. È un film di fantascienza tutto basato sull’empatia: la protagonista gira Glasgow e poi i suoi dintorni approcciando sconosciuti per portarseli a letto.

Ma è un’aliena e il suo è uno studio: capire come sono gli uomini, studiarne le reazioni  e poi portarli in un luogo non precisato. Ogni volta il luogo è un edificio diverso, ma varcata la soglia ci si trova in una stanza senza particolari, uno spazio nero senza orizzonte in cui l’aliena e l’uomo si spogliano ma da cui uscirà solo l’aliena.



Parlo di empatia perché nel film ci sono pochissimi dialoghi e il grosso del lavoro del regista, Jonathan Glazer, consiste nel far capire allo spettatore quello che prova la protagonista, interpretata da Scarlett Johansson. L’aliena si mostra fin da subito algida, asettica e professionale nel suo compito: mentre gira per le strade a bordo del suo furgone non mostra alcuna emozione, ma appena aggancia un uomo chiedendogli informazioni le si illumina il volto tra sorrisi e risatine che hanno facile presa sulla vittima.

Ma finito l’incontro è di nuovo un volto impassibile. Fino a che succede qualcosa e lei comincia a vedere diversamente queste creature che le si parano davanti. E quando inizia a farsi nuove domande su di loro, inizia a farsi domande anche su se stessa. Una crisi di identità che la porta a studiare se stessa, a sperimentare i comportamenti umani e a guardare il suo corpo con occhi nuovi.



Quando si guarda allo specchio, curiosa, confusa e spaurita, è li uno dei momenti del film che lo rendono una pellicola interessante non tanto per i temi trattati, ma per l’attitudine dimessa, riflessiva e fragile che lo distingue. E per certe scelte nel mostrare il corpo della protagonista. Mi sembra soprattutto che tanto è eccessiva, sensuale e femme-fatale quando è a bordo del suo van, vestita, quanto poco lo sia una volta che si spogli, sia nelle scene in cui è sola e nuda con gli uomini, ancora meno quando è sola davanti a se stessa di fronte allo specchio. Un ventaglio di modi di essere che la Johansson riesce a mostrare rendendo la protagonista sfaccettata e fragile nonostante la sua risolutezza nel voler uscire dal suo ruolo di predatrice.



Inoltre, data la scarsità di dialoghi, buona parte delle emozioni che prova la protagonista sono mostrate da piccoli gesti, variazioni nei movimenti del corpo o sfumature nelle espressioni del volto.

Parlo poco della trama perché per quanto metta curiosità, apra interrogativi stimolanti e spinga la protagonista lungo il suo cammino di scoperta, non è comunque la forza portante della pellicola. Se la risoluzione del mistero, la spiegazione di ogni ruolo e la risposta precisa e univoca a ogni perché sono le cose che vi aspettate, questo film sarà una delusione. Ma non mi pare che sia lo scopo della pellicola, non mi pare ci sia mai la promessa di tanti film “TUTTO AVRA’ SENSO” ma sia chiaro bene o male da subito che se le risposte vengono date sono tutte risposte più emozionali che logiche.



Emozioni quasi mai positive, per altro, nonostante qualche flebile speranza mi pare che l’effetto finale del film sia quello di lasciare un forte senso di impossibilità comunicativa. Però trattandosi di emozioni, credo ognuno possa recepire film del genere con effetti radicalmente diversi, a volte contrastanti, a volte complementari. 


E con questo si conclude il Triple Threat Watch: qua il primo contendente, qua il secondo. Scrivendo 'sti tre post mi son venute in mente un paio di osservazioni più generiche, quasi quasi lunedì vi posto un After-Watch per tirare le somme. 

mercoledì 24 settembre 2014

Triple Threat Watch: Upstream Color - 2013

Triple Threat Watch: tre film che toccano temi simili o limitrofi, ognuno in maniera un po’ diversa. Qua il teaser della rubrica, qui sotto il secondo contendente alla non-vittoria: Upstream Color.



Due persone che hanno subito un abuso fisico e psicologico profondissimo si conoscono e si sentono attratti tra di loro. Con l’andare avanti della relazione scoprono di avere molto in comune: cicatrici sul corpo quasi identiche, cicatrici nella psiche quasi identiche. E quando si raccontano aneddoti dell’infanzia non riescono a capire a chi dei due appartengano i ricordi.

Upstream Color è un film molto personale. Shane Carruth lo ha scritto, diretto, co-montato, ne ha diretto la fotografia, ne ha scritto la colonna sonora e ne interpreta il protagonista maschile. Un desiderio così forte di controllare la storia che vuole raccontare si risolve in una messa in scena molto personale e poco mediata, che riesce in qualche modo a giocare con tutti gli aspetti del cinema: immagine, recitazione, montaggio, sonoro, musiche. 


Un controllo che gli permette di affrontare la storia di una ragazza a cui viene disintegrata la tranquillità dell’esistenza e che cerca poi di rimettersi in piedi con un approccio molto personale.

Riassumere la trama credo sia un peccato, un po’ perché tutto il film si regge sul rapporto tra i due protagonisti, un po’ perché questo non è un film che trova la sua ragione d’essere in una trama forte. Non è un thriller, non è un giallo, nemmeno una corsa contro il tempo per salvare il mondo. Perciò provo a riassumere solo l’inizio:

Kris viene aggredita da un uomo. La costringe a ingoiare un parassita. Il parassita la rende facile all’ipnosi dell’uomo. Kris si risveglia dopo un paio di giorni: ha perso tutti i suoi averi, ha cicatrici sul corpo da cui è stato estratto il parassita, ricorda poco o niente.

Qualche tempo dopo si è rifatta una vita, solitaria e dolorosa. Conosce Jeff.


Se l’attacco (sia del film che l’attacco alla vita della protagonista) è tutto sommato lineare, dopo pochi minuti Carruth ci mette di fronte agli elementi che caratterizzano la pellicola: le percezioni personali della realtà vengono cambiate, l’identità della persona viene messa in discussione, le cicatrici sono li per rimanere. Tutto quanto succederà dopo non sarà un ritorno allo status quo ma un tentativo di imparare a convivere con una nuova situazione.

Per poter rendere sullo schermo quanto sia difficile convivere con un trauma e quanto sia ossessivamente penetrante questo trauma nella vita quotidiana e nel rapportarsi con l’altro, Carruth sfrutta tutta una serie di suggestioni usando immagine e suono in ottimo concerto. Credo che una delle parti migliori sia quando i due protagonisti, lungo il loro percorso di innamoramento, di costruzione della reciproca fiducia e di una vita in comune passano giornate in compagnia l’uno dell’altra: passeggiate in città, ore a letto, mangiare insieme. Però data il loro peculiare passato che torna a inseguirli, o che non li ha mai abbandonati, questi momenti insieme diventano sfaccettati, si rompono e ricompongono in mille pezzi, frasi ripetute, immagini che ritornano, aneddoti ricordati da uno e poi dall’altra. Ma quello è successo a me o a te? Ma siamo due individui o una coppia? O un nuovo individuo?


Grazie agli spunti sci-fi ci sono motivi per cui questi due si ritrovino prima per caso e poi si avviluppino faticando quasi a capire chi sia chi. Però in questo film il mistero scientifico, chi siano i perpetratori di un’operazione lasciata sempre un po’ nel non detto sono misteri che importano relativamente poco.

Come funziona davvero il parassita non viene mai esplicitato. Chi è che lo alleva? Perché lo alleva? Come mai lo impiantano anche dentro i maiali? E quello che gira le campagne facendo sampling, le cui musiche pervadono l’intera pellicola?

Il fascino è, per me sia chiaro, vedere come due persone affrontino le rispettive difficoltà nel ritrovare un equilibrio: aprirsi fino in fondo perché non c’è nessun’altra via nella speranza che l’altro ci accolga e non fugga di fronte ai nostri difetti. Osservare come i comportamenti ossessivo compulsivi dei protagonisti (causati dall’ipnotista? O ne erano già affetti prima?) vengano a volte usati come anti-stress, a volte rischino di rendere impossibile la loro vita oppure possano essere in qualche modo modellare per aiutarli a scoprire il segreto che li lega. Un desiderio profondo di uscire da una serie di loop che rende la loro vita molto spesso un semplice tamponare certi comportamenti piuttosto che viverla a pieno.


A suo modo credo che Upstream Color sia una storia d’amore. Si, c’è questo parassita dai poteri strabilianti (anche se tra uccelli zombie e insetti posseduti dai parassiti, c’è da chiedersi quanto sia improbabile accada. ma appunto non è quel tipo di film), ci sono almeno due gruppi di persone che sfruttano in qualche modo tale parassita, ci sono diverse persone che ne sono affette, la realtà si distrugge e sgretola una volta che si entra sotto il suo influsso.

Però è la storia di due persone ferite che si trovano, forse a causa di un parassita, forse non è il loro libero arbitrio a volerle insieme, ma una volta entrati in contatto i due fanno di tutto per diventare coppia. C’è una scena, niente spoiler, vi dico solo “abbraccio nella vasca da bagno”. Ho l’impressione che il cuore del film sia tutto in quella scena e in particolare in quell’inquadratura dall’alto.

Ma come sempre dipende da come ciascuno di noi legge il mondo e i suoi segni.


Prossimo contendente nel Triple Threat Watch: Under The Skin, su queste pagine venerdì.

lunedì 22 settembre 2014

Triple Threat Watch: Coherence - 2013

 Triple Threat Watch: tre film che toccano temi simili o limitrofi, ognuno in maniera un po’ diversa. Qua il teaser della rubrica, qui sotto il primo contendente alla non-vittoria: Coherence.


Coherence è un film di fantascienza con un’idea e uno sviluppo interessanti ma con un budget bassissimo. Così basso da essere ambientato in un paio di stanze e pochi sparuti esterni, resi giganteschi dal buio che non permette di vedere nulla o quasi. Un cast di otto attori e nessuna comparsa. Effetti speciali praticamente inesistenti.

Eppure regge bene i suoi 90 minuti scarsi di durata, perché l’idea di fondo acchiappa ed è di quelle che ti fanno arrovellare il cervello e incuriosiscono, a prescindere secondo me poi da quanto sia davvero salda e a prova di proiettile la trama.
Niente di nuovo sotto il sole, anzi: un gruppo di amici scopre che esistono infiniti universi tutti uguali ma tutti diversi e che a volte questi infiniti universi entrano in contatto.

Loro lo scoprono durante una cena banalissima, o banale quanto può esserla tra amici di lunga data quando le vite amorose di un paio di loro si sono incrociate in maniera burrascosa, alcuni hanno problemi con l’uso di sostanze (un po’ di ketamina come aperitivino?), più o meno tutti sono intorno ai 40 e chi più chi meno si mette a tirare le somme di quanto fatto e non fatto, delle occasioni acchiappate al volo oppure lasciate scappare via. Sarebbe bello tornare indietro e fare altre scelte, saremmo tutti più felici, no?

Insomma.


Insomma, potrebbe essere un drammetto pallosissimo di gente che si parla addosso, ma grazie all’impianto sci-fi le persone che si parlano addosso (e parlano molto, sappiatelo) non sono sempre le stesse. O forse sono sempre le stesse, ma sono le stesse di altri universi? Che scelte hanno fatto, GliAltri? Ma chi se ne frega, degli altri. Che scelte ha fatto l’altro me stesso?  Ha fatto tutte le scelte giuste, o tutte quelle sbagliate? Siamo/sono destinato a fare solo scelte sbagliate?

Magari io-l’altroio voglio fargli-mi la pelle.

Questo tipo di domande con le relative risposte più o meno esplicite e più o meno sottintese sono la base su cui poggia la forza di Coherence. Il film di James Ward Byrkit rientra in quel filone sc-fi (o di qualsiasi altro genere cinematografico) in cui la ciccia risiede nelle riflessioni, spunti e suggestioni a proposito di cosa siano le persone e come funzionino, piuttosto che in scene d’azione e spettacolarità varie. Se vi aspettate un gruppo d’amici normali che in circostanze anormali diventa un gruppo di eroi, cercate un altro film.

Quando gli amicici si incontrano, si danno il benvenuto e poi si mettono a tavola per la prima volta vediamo e sentiamo subito i vari scazzi che ciascuno ha con gli altri e anche con se stesso. Però è solo quando la realtà comincia a screpolarsi che questi scazzi iniziano ad assumere maggior peso: il nervosismo cresce, i rapporti di forza si evidenziano, fiducia e dubbio si scontrano e strangolano l’un l’altro  e sembra che ciascuno cominci a pensare solo a se stesso.

In un film ambientato praticamente in tre stanze e con solo 8 facce, sono proprio queste facce a diventare gli effetti speciali della pellicola. Il cast in questo si muove molto bene, in alcuni casi benissimo come Maury Sterling, Nicholas Brandon (si, Xander. E si, anche l’altro Xander, come vi potreste aspettare.) ed Emily Baldoni. Ogni attore si trova nella sfaccettata e rischiosa sfida di dover interpretare come minimo due variazioni sullo stesso e identico personaggio, identico quanto può esserlo un personaggio che esiste in infiniti universi. Quando un attore deve variare lo stesso personaggio c’è sempre il rischio che per sottolineare le differenze le urli, e non solo urli con la voce ma con tutti i muscoli del corpo. Qua per fortuna le cose sono più sottili e sfumate. È da piccole cose come il movimento del corpo, tic del viso o tono della voce che riusciamo a capire quando il personaggio che abbiamo di fronte non è quello che abbiamo visto fino a ora.


O forse lo è, ma è solo nervoso perché sta capendo che, vada come vada la serata, la sua vita non sarà mai più la stessa, dopo questa notte in cui ha scoperto che migliaia di suoi gemelli esistono in migliaia di universi? Se sai che da qualche parte un tuo te stesso ha una vita meravigliosa, tornare al tuo universo al ripieno di frustrazione sarà uguale a prima?

Nonostante la premessa del film possa dare adito a qualche mindfuck inestricabile, mi pare che la trama si segua piuttosto agilmente, sia grazie a un paio di trucchetti visuali così semplici da essere quasi banali (glowsticks), sia per alcune parti espositive tanto naturali (“Avete presente Sliding Doors?”) quanto didascaliche e un po’ di comodo (“Mio fratello è fisico teorico, c’ho qua i suoi appunti!”) sia perché bene o male noi spettatori seguiamo l’intera vicenda attraverso gli occhi di un solo personaggio, Emily, dall’inizio alla fine mantenendo un filo magari zig-zagante ma piuttosto lineare.

Ma come dicevo sopra, se premessa, segone pseudo scientifico e trama sono sfiziosi per quanto già battuti, credo che l’interesse vero sia vedere queste persone reagire ciascuna a proprio modo messe di fronte all’evidenza fisica, materiale e innegabile di cosa significhi fare scelte, intessere rapporti, perdere occasioni, lasciarsi mangiare dai propri demoni e, in sostanza, essere costretti a vivere con la propria persona.

Una volta scoperto che in un altro universo noi siamo più felici, più realizzati, più amati, magari migliori di quanto potremo mai essere nel nostro, cosa faremmo avendo l’opportunità di andarci?

E cosa diremmo al nostro se stesso? “Ciao, facciamo cambio?”.

Sempre che si sia sicuri di conoscere così bene se stessi da sapere come reagiremmo in un altro contesto dovendo fare i conti, letteralmente, con noi stessi.


Il film apre più domande di quante ne chiuda, forse ne apre fin troppe e lascia un po’ quella sensazione da “Vorrei farci tanto una serie tivu”, ed è probabile che analizzato a fondo con flowchart, infographic e pali in culo risulti meno solido di quanto non sia dal punto di vista della trama. 

Però credo che ad analizzare con logica ferrea un film la cui spiegazione scientifica è “È colpa della cometa” sia più un errore degli eventuali analisti che degli autori.  



Prossimo contendente: Under The Skin, su questo blog mercoledì in giornata.

venerdì 19 settembre 2014

Triple Threat Watch: Under The Skin vs Coherence vs Upstream Color

Tra la miriade di match dalle regole particolari che affollano il mondo del wrestling ce n'è una semplice e che crea dinamiche interessanti: triple threat match. Ovvero, invece di due lottatori, ne prendi tre e vince il primo che schiena uno degli altri due. Banalissima aggiunta, ma giocata bene da un minimo di vitalità in più alla parte narrativa della questione. Soprattuto se tra i tre contendenti uno possiede la cintura di campione e se detta cintura è in palio, perché in questo tipo di match di solito per vincere la cintura non è necessario battere il campione attuale. E se il campione perde la cintura anche se a essere battuto è un altro, la cosa ha un sapore diverso dando adito a recriminazioni, denunce di brogli ecc ecc. 

Ma questo non è un post sul wrestling, è solo che negli ultimi mesi caso vuole che abbia visto tre film di fantascienza che bene o male toccano gli stessi temi: l'identità di se e il rapporto con gli altri. Per cui ho deciso di parlarne in sequenza, non per decretare un vincitore ma per vedere un po' come le stesse tematiche possano essere sviluppate in maniera molto diversa.

E questo post è solo un teaser in cui vi dico quali sono i film, l'idea è di pubblicare i post settimana prossima, lunedì mercoledì e venerdì.

Under The Skin - 2013 - di Jonathan Glazer. Probabilmente l'unico che avete sentito nominare, perché la protagonista assoluta è Scarlett Johansson ed è uscito al cinema pure in Italia.

Coherence - 2013 - di James Ward Bykrit. Scovato per caso grazie a tumblr, praticamente l'esordio di Bykrit, che ha lavorato in vari ruoli a Rango e I pirati dei caraibi. Pure il cast ignoto.

Upstream Color - 2013 - di Shane Carruth. Se avete visto quel delirio cronotemporale di Primer, ecco questo è il nuovo film dello stesso regista-sceneggiatore.

Tutti usciti lo stesso anno, tutti, secondo me sia chiaro, toccano come dicevo sopra la percezione del proprio essere e il modo in cui ci rapportiamo, vorremmo rapportarci o siamo costretti a rapportarci con gli altri. Vediamo se riesco a farvi venire voglia di vederli.

venerdì 30 maggio 2014

James Gunn e I Guardiani della (porno) Galassia

I Guardiani della Galassia, ora come ora, è l’unico film di superdudbro in calzamaglia che mi attiri. Non ho visto un trailer, evito per il possibile le immagini promozionali, non posso schivare in nessun modo le gif (ma qualcuno sta analizzando quanto siano utili le gif animate per fini promozionali?) che imperversano su tumblr. E non ho manco mai letto un fumetto con protagonisti questi personaggi. Il film mi attira perché è scritto e diretto da James Gunn.

“E chi cazz’è?”

Ora, se avete poco tempo vi dico solo che è, coi fratelli, l’ideatore di PG Porn, una serie di corti per gli appassionati di porno a cui piacciono i porno, ma senza il sesso. Vi linko anche uno dei videi, con protagonista Charlie Brown:


Ecco, che la Marvel abbia dato in mano a uno così alcuni dei suoi personaggi è quanto meno interessante come mossa. Però Gunn ha anche scritto e diretto lungometraggi. Si è fatto le ossa alla Troma, sotto l’ala protettrice di Lloydd Kaufman. Ha lavorato alle sceneggiature dei due lungometraggi dedicati a Scooby Doo e a quello del remake di Dawn of the Dead. 

Però se a me il film attira è soprattutto per i due film che Gunn ha diretto e scritto: Slither e Super.


Slither è uno di quei horror che riesce a mantenere un buon equilibrio tra umorismo, momenti gore e un sottotesto comunque inquietante e poco rassicurante. Si pregia poi di attori che sanno il fatto loro, da Nathan Fillon a Michael Rooker, un ritmo ben congeniato e degli effetti vecchia scuola comunque convincenti e che non urlano mai “Pezze al culo”. Il tutto paga omaggio-tributo-derivazione agli horror anni ’80, ma ha comunque un suo carattere.


Super invece è un film sui supereroi, ma del filone realistico. Uno sfigatone un giorno vede Dio che gli dice di picchiare i cattivi. Si lo so, “realistico” e “dio” nella stessa frase possono stonare, ma chiedete a una qualsiasi persona che soffra di allucinazioni quanto sono finte le cose che vede e sente. Comunque una storia che va in direzione contraria rispetto alla norma imperante quando si parla di supertizi: zero glamour, ben poca retorica, niente (o quasi) romance, finale amarissimo. Ne ho parlato qualche tempo fa, qua, se volete approfondire un pelo.


Ora, due pellicole che trovo particolari ma accomunate da una cosa: situazioni stra viste con personaggi stravisti che riescono comunque a colpire perché quello che ha scritto e diretto i film è riuscito a dargli una piega particolare che li stacca abbastanza dai cliché soliti.

Possibilità che immagino Gunn ha avuto perché si tratta di progetti personali e piccoli. Slither aveva un budget di 15 milioni di dollari, Super di 2 milioni e mezzo. Produzioni a bassissimo costo, dirette a un pubblico di nicchia e con una messa in scena tutt’altro che mainstream. 

Ma con 2.5 di dollari la Marvel ci paga probabilmente il catering per una settimana di produzione, o gli effetti di Rocket Racoon. I Guardiani ha un budget di 150 milioni di dollari, una campagna promozionale che sta sfrantecando i maroni a tutto il mondo e soprattutto un’aspettativa da parte del grosso pubblico che è ormai figlia del film Marvel medio: niente di troppo difficile da seguire, niente di troppo strano, niente che richieda un po’ di lavoro da parte dello spettatore a fare 2+2. Che già se gli chiedi di fare 1+1+2 potrebbe andare in iperventilazione.

La curiosità di vedere il film mi scaturisce proprio dal vedere come Gunn, uno che è nato e cresciuto nel low-budget e che per quanto derivativo ed esagerato mi pare abbia una sua visione precisa di come raccontare una storia, riesca a scontrarsi con una grossa produzione. Per farmi capire: Batman Returns e Spiderman 2 sono tra i miei film di superfessi preferiti proprio perché la visione dei registi ne esce forte, quasi cozzando con quella dei personaggi. 

Chiudo con lo speciale di natale di Charlie Brown, versione PG Porn:



martedì 27 maggio 2014

Sotto una luna d'argento senza mattino.

1880, nel New Hampshire. Strane morti, mostri nel bosco, sceriffo che non sa che pesci pigliare, bella donzella che decisamente non è in pericolo, cacciatore di taglie, romanziere eccentrico, indiano magico. Vi attira?

Ma soprattutto, vi attira il weird western?  Tipo il western, ma con tinte horror, sovrannaturali, gotiche o robe simili. Ora, non è che basti prendere un western, infilarci dentro gli zombie, o i vampiri o cthulhu e BOOM c’hai il weird western li, pronto. Perché, e qua si tratta di una visione mia personale, il weird è un po’ come il noir: si tratta più di un attitudine, di un atmosfera o di una sensazione che di un genere davvero ben definito, codificato e con paletti e cliché molto molto standardizzati. Un terreno di gioco in cui bisogna muoversi tra varie basi nel tentativo di rendere una sensazione che sia appunto fuori dalla norma, un po’ morbosetta, con punte che più che di paura magari siano di fastidio e mancanza di ordine e senso compiuto. 


Ammesso che siano atmosfere che vi garbano, Luna d’argento, scritto e disegnato da Eric Herenguel, secondo me funziona non male nel riuscire a tirarle fuori. Usando in maniera efficace un umorismo che attraversa tutto il fumetto dall’inizio alla fine, in particolare nella figura dello sceriffo: sbruffoncello, invaghito della bella e misteriosa Kathy giunta all’improvviso in città, un uomo retto che tenta in qualche modo di tenere retta la sua città di fronte a eventi mortali che capisce e non condivide e altri sovrannaturali che semplicemente non capisce. Ma non capire qualcosa non è un buon motivo per smettere di fare la cosa giusta o almeno provarci. Magari deridendolo per farsi un filo di coraggio.


L’umorismo dello sceriffo, usato come meccanismo di difesa per affrontare le situazioni di nervosismo o confusione, aumenta per contrasto l’atmosfera che si fa sempre più malsana e tesa nella storia. Una serie di omicidi brutali rompe il tran tran della classica cittadina tranquilla montando l’isteria della collettività. I colpevoli sembrano essere animali selvaggi della foresta, o il solito indiano stregone. O tutti e due? Certo che sti animali, con quest’aspetto da bestia infernale, non convincono nessuno. E poi ad ascoltare il prete che parla di giudizio divino e angeli vendicatori...


Insomma, mentre l’aspetto sovrannaturale prende la sua forma e occupa sempre più spazio, mentre la violenza degli omicidi non si ferma, mentre i cittadini di rispettata tempra morale si mostrano facili alla pistola e un cacciatore di taglie arrivato da fuori che cita le fiabe di Perrault decide che il colpevole è lo sporco indiano, il nostro sceriffo cerca di reggere con battute e osservazioni che si fanno sempre meno divertite e sempre più sentinelle del suo essere impermeabile al concetto di sovrannaturale ma pragmaticamente aperto ad accettare quanto di strano gli si spalanca di fronte agli occhi. Se una porta si apre e ti mostra qualcosa che non può esistere, puoi anche non crederci ma è meglio se agisci per salvarti la pelle.


Insomma, una storia che se ha un sacco di elementi già visti e già sfruttati (uno su tutti di cui avrei fatto volentieri a meno è al questione dei Templari) e paga i debiti ai soliti autori noti del sovrannaturale, se la gioca secondo me molto bene nel reparto atmosfera: si sorride spesso ma senza mai dimenticare che si è sull’orlo di qualcosa di bruttissimo e cattivo.

Inoltre il design delle bestie che vedete nelle immagini che ho aggiunto al post, a me piacciono un casino. Ma pure qui, questione di gusti. Ah, costa 7euro, che mi pare un prezzo onestissimo per 120 pagine a colore brossurate.