martedì 16 dicembre 2014

5 idee per un regalo al vostro amico che scrive (che sarei io, se non si capisse).

Oh oh oh lo spirito natalizio scorre selvaggio da queste parti e nel caso moriste dalla voglia di fare un regalo al sottoscritto ho pensato di agevolarvi con qualche spunto. Che, si, è il pensiero che conta, ma a me i pacchetti piace un casino scartarli fisicamente.

5) Blocknotes, taccuini, quaderni, generici blocchi di carta. Non importa forma, dimensione o foliazione. Come sanno gli amici e i colleghi che mi hanno visto lavorare in questi anni, quando si tratta di buttare giù idee ma anche in fasi più avanzate, sono tipo da carta e penna. Niente pippe da “ah, il profumo della carta!” o “Eh ma vuoi mettere l’inchiostro”, è solo che per come funzioniamo io, il mio cervello e le mie abitudini, ora come ora trovo più comodo fare schemi, tirare righe, collegare parole e baloccarmi concetti sulla carta. Prima o poi magari troverò un programma per farlo a computer, ma per ora nisba.


Comunque se proprio vi sentiste in vena di un taccuino specifico, ultimamente sono in palla con la linea della Ogami, carta di origine minerale, leggeri e robusti, design che mi ispira e nella versione total black o total white sono pure discretamente eleganti. No Moleskine, mi fanno cagare.

4) E come scrivi, se non c’hai una penna? Come sopra, è solo una questione di abitudine e di meccanismi e pignolerie che si creano nel tempo in maniera più o meno involontaria. Immagino che si sia in molti a scarabocchiare su carta. Ecco, quando butto giù idee, anche se si tratta di parole, nelle prime fasi lo considero uno scarabocchio: un modo come un altro per fare riscaldamento alla mano, ma soprattutto al cervello. Per non parlare della mia abitudine di tracciare un abbozzo di come sarà divisa la tavola in vignette quando si tratta di fumetti. Ergo, penne, matite, portamine. Ultimamente mi è venuta la fissa delle Pilot a scatto, BPS Matic, punta fine, inchiostro nero. Quando andavo alle medie erano le penne dei secchioni. Io usavo le BIC sbavanti, o quelle che mi regalavano i negozianti del quartiere. 

Niente stilografiche. Belle eh, ma ne ho una dozzina che piglia polvere a partire dal ’91.


3) Tea. Non importa che sia inverno o estate, mattina pome o sera. Una tazza di tea me la godo sempre. E sono di quelli che ha un tea per quasi ogni momento. Diciamo che da quando per questioni di salute sono divenuto praticamente astemio, sublimo la mia voglia di sbronza bevendo tea altisonanti da prezzi discutibili. Da qualche tempo amo duro quelli della KUSMI. Ci sono una marea di varietà diverse, nere, verdi, bianche, aromatizzate o pure. E hanno delle confezioni in metallo molto fiche. Probabile che facendo due conti mi converrebbe farmi decotti di oppio, ma oh, è buono buono. Ma pure un onesto Twinings Intense Premium Tea per il tea del mattino ha il suo perché.

2) Caffè. Perché se si bevono due litri di tea al giorno, la cosa corretta è puntellarli con mezza dozzina di tazzine di caffeina. Però per caffè intendo “andare al bar a pigliarsi un caffettino”. E il regalo consiste proprio in questo, bersi una tazzina in compagnia per fare un po’ di stretching hai ai pensieri, dare mobilità alle opinioni, rinforzare i ricordi e allenare battute e aneddoti. Io c’ho la fissa dell’atmosfera da bar, in cui guardare un po’ le persone che si mischiano tra loro, rubare qualche discorso, appuntarsi una maniera, scoprire un parlare diverso dal proprio. Poi se il caffè lo pagate voi, pure meglio #zena

1) Derek! Denzel! Ah, no, DAVE! Ok, questa è una nuova entry che c’entra e non c’entra col fatto che io scriva o meno. La maggior parte dei miei amici mi chiama Dave dai tempi del liceo. E il cattivo di Pinguini di Madagascar, di cui vi ho parlato qui e se ci ripenso rido, si chiama Debby, no Daniel, ah già DAVE! Ed è un polipo, ed esistono dei pupazzetti con le sue fattezze. Non dico che a 34 anni muoio dalla voglia di avere un peluche a forma di polipo viola, ma lo dico.


Ma pure un caffè basta e avanza. Buone feste!

venerdì 5 dicembre 2014

Carini, coccolosi ed esilaranti - I Pinguini di Madagascar

I Pinguini di Madagascar è uno dei cartoni animati più divertenti che abbia mai visto. Non di quest’anno, di sempre. Considerando quanto mi faccia ridere la serie animata un po’ ci speravo, ma il film ha superato di gran lunga le mie aspettative, tirando fuori 90 minuti in cui si ride praticamente di continuo.

Se siete tipi da “La storia è regina!” probabile che la trama non vi dica nulla: c’è un cattivo che vuole vendicarsi dei pinguini. Non solo dei pinguini protagonisti, ma di tutti i pinguini. Perché loro sono carini e coccolosi e hanno rubato la scena, in vari zoo in giro per il mondo, a lui che è brutto. Peccato che i pinguini siano si carini e coccolosi ma siano anche spie altamente specializzate in grado di cavarsi d’impiccio.


 Se invece siete tipi da slapstick, che vi divertite più con la comicità di Tex Avery, per cui l’accumulo di gag, scenette comiche, tormentoni e robe funamboliche che si susseguono a rotta di collo sono il vostro pane, sono abbastanza sicuro che sia il film giusto per voi.

Insomma, è una spy story in tutto e per tutto, con un attitudine action ma, soprattutto, è un cartone animato comico. 

Perché ne i Pinguini si ride di continuo, tutto succede con l’unico scopo di far scoppiare la risata sul momento, di mettere in scena premesse evidentemente appoggiate per una gag successiva, tormentoni che si affastellano per divertire e mantenere alto il rapporto minuti-battute. E tutto o quasi accade in movimento.


Ora tiro fuori un paragone esagerato: avete presente le sequenze più cinetiche del Tin Tin di Spielberg? Ecco, Simon J Smith ed Eric Darnell, i registi di Pinguini, non sono di certo Spielberg, ma l’attitudine che hanno messo in un paio di sequenza, tra cui quella ambientata a Venezia e quella del furto del velivolo da parte di Skipper e soci secondo me sprizzano quel tipo di attitudine tipicamente Spielbergiana: il movimento racconta e l’ambiente in cui le cose accadono deve essere sfruttato in tutti i modi per raccontare. In quelle due sequenze credo ci sia l’attitudine del film: siamo qua per farvi divertire muovendo questi personaggi in situazioni esagerate.

Guardate cosa succede se li lanciamo a rotta di collo da un aereo quattro pinguini che sono anche spie ed eroi d’azione: succede che Tony Stark in Iron Man 3 ce lo sgrulla, ecco cosa.

Prendiamo i rispettivi capi dei due team che devono salvare il mondo e facciamoli battibeccare tra di loro in tipico cliché da film d’azione, e abbiamo un dialogo da lacrime agli occhi, che funziona non solo per le battute, e intendo le parole dette, ma per come questo dialogo è stato girato e montato. Perché se fusione tra action e commedia slapstick deve essere, che a farci ridere a crepapelle e a tenerci con gli occhi sgranati allora siano l’azione e il movimento.


Come i movimenti e le movenze del cattivo e dei suoi sottoposti. Il cattivo, Dave (o è Dereck? Darryl? Denzel?) si muove in una maniera che non ha il minimo senso, è esagerata, è poco fluida, angolosa ma proprio per questo fa ridere, lo rende diverso da tutti gli altri e grottesco e, per quanto possibile in un film per bambini, inquietante. Ovvio, non siamo dalle parti del Giudice di Chi ha incastrato Roger rRabbit, ma probabile che gli occhi di Dave, e la sua assenza di rimorso nell’aver (forse, ok, lo concedo) ucciso un pinguino, possano toccare con il loro stridore rispetto all’atmosfera comica del film qualche bimbo.

Sottolineo la questione movimento e cartone animato, nel senso di cartoon, perché in questo lungometraggio è quello che ci viene dato senza mai promettere altro: non è un cartone animato che vuole essere realistico, non vuole mettersi la giacchetta da StoriaImportante™, drammatica o con chissà quale sotto testo. Vuole far ridere a crepapelle per 90 minuti, qui e ora, con un controllo dei tempi comici ammirevole, con un’inventiva visiva ricca e con un ritmo serrato.

Per i miei gusti ci riesce, nonostante personaggi di contorno poco approfonditi (per quanto il loro essere palese presa per il culo dell’EroeD’Azione troppo cool e consapevole un po’ li salva, “Ecco perché bisogna guardare l’esplosione!”) e la trama davvero esile.


Però non è per le trame che guardiamo di continuo le disavventure di Wile E. Coyote, no?

lunedì 24 novembre 2014

Come l'ha girata lui, questa? - Paolo Morales sul Narrare con le immagini

Partiamo dalla fine. In chiusura di questo Narrare con le immagini, Paolo Morales (sceneggiatore, disegnatore e storyboarder scomparso nel 2013, qui la bio completa) scrive:

“Niente di definitivo. Solo alcuni fatti che generano molte domande e un’ipotesi.”

Credo riassuma molto bene l’attitudine e lo stile con cui ha scritto questo saggio. Parlo di saggio e non di manuale perché Morales lo imposta come una serie di brevissime lezioni in cui smonta immagine dopo immagine alcune sequenze di film notissimi e un po’ meno per spiegare come queste funzionano. Poca teoria, molta pratica e smontaggio.


Certo, Morales spiega la teoria che sta alla base del racconto filmico. Però non si limita a sciorinare cosa siano piani e campi facendo la lista della spesa elencandone i vari tipi. Per ognuno di loro prende una scena di un film e spiega la loro funzione narrativa: perché dopo questo primo piano ci sta meglio un dettaglio? perché questo mezzo busto di quinta sarebbe, in teoria, sbagliato ma qui funziona splendidamente?

Tutto per cercare di rispondere alla domanda che si pone ogni regista: “Come la giriamo, questa?”. Una domanda che apre decine di risposte, alcune giuste, alcune sbagliate.

Una domanda a cui si può invece dare risposta sicura è “Come l’ha girata Lui, questa?”, dove i vari Lui sono Coppola, Kubrick, De Palma e altri pezzi grossi, o anche meno grossi come Jonathan Demme, il regista de Il silenzio degli innocenti. Morales, per esempio, prende la sequenza in cui Clarice/Jodie Foster entra per la prima volta nel manicomio in cui è incarcerato Lecter: fa la conoscenza del(l’antipaticissimo) Dr. Chilton, scende con lui nei meandri dell’edificio fino ai sotterranei dove finalmente si trova faccia a faccia con Hannibal il cannibale. Pochi minuti che Morales disseziona inquadratura dopo inquadrature per dimostrare in che modo le scelte attuate da Demme funzionino per sottolineare il punto di vista di Clarice e aumentare il coinvolgimento del pubblico. Potevano esserci altre soluzioni e scelte? Sicuro. Potevano essere migliori? Non è sicuro. Di sicuro c’è che queste sono state scelte con in mente una funzione ben precisa e quella riescono ad attuarla.



Ma questo è solo uno dei vari esempi che Morales si diverte (e leggendo il volume si percepisce proprio quanto lui si appassioni e diverta nello studiare il racconto per immagini, un bonus non da poco che rende la lettura ancora più interessante) a smontare, sempre sottolineando come la scelta che ogni regista e montatore attua non è detto che sia la scelta migliore in assoluto e nemmeno, magari, la più perfetta a rigor di manuale. Però, scena girata e montata alla mano, è una scelta che ha dato un risultato ottimo.

Quindi pratica pratica pratica, sia quando si scrive/disegna/gira sia quando si studia: guardare un film o leggere un fumetto per godersi la storia è un conto, ma poi se uno vuole capire davvero come raccontare per immagini lo deve pure smontare. Senza dimenticare comunque quel minimo di teoria che sta alla base di un certo modo di raccontare. Come a esempio l’effetto Kuleshov, vecchio come il cucco, teorizzato negli anni ’10/’20, ma ancora alla base del racconto per immagini. Ovvero che il significato di un’immagine cambia a seconda del contesto in cui questa viene inserito: la stessa identica immagine dello stesso attore, con la medesima espressione, cambia e appare diversa a seconda dell’immagine cui viene giustapposta. Si certo, per voi uomini moderni e di mondo è ovvio, ma agli albori del cinema tutto andava imparato e sperimentato passo passo per capire come manipolare l’emozione degli spettatori. E guardando l’esempio usato da Kuleshov e quello successivo di Hitchcock che vedete qua nel post, c’è da chiedersi quanto si sarebbero divertiti oggi a giocare coi meme. 


E “giocare” mi pare sia un attitudine che per quanto non esplicitata da Morales venga un po’ sottintesa nel suo scrivere: ci sono immagini che ci passano per la testa, ci sono metodi per poterle rendere reali, scopriamo quali funzionano e quali no. Spingiamoci oltre il già visto e già fatto e vediamo dove possiamo arrivare. Nell’ultima parte del volume Morales parla di Kill Bill di Tarantino, e analizza una sequenza d’inseguimento presa da Bad Boys II di Bay (sapete quale, quella con le auto lanciate dal camion). Ora, al di là di quello che pensate dei due film e dei due registi, è innegabile che siano due che si divertono in quello che fanno e non si fanno problemi a spingersi sempre più in là nel fattibile. I risultati possono essere molto diversi tra loro, ma la voglia di provare è, credo, innegabile.

Insomma, ‘sto saggio me lo sono proprio gustato. Se siete del tutto digiuni dal linguaggio tecnico del cinema non è un problema: Morales spiega bene e in maniera sintetica la terminologia necessaria per comprendere tutto. Se già masticate un po’ le cose secondo me non vi potete annoiare perché gli esempi analizzati sono così tanti, così diversi e raccontati così bene da potervi dare di sicuro qualche spunto su cui riflettere, o farvi venire voglia di rivedere i film citati per osservarli con occhio più critico. 


mercoledì 5 novembre 2014

Ansia, fatica e immunosoppressori a Lucca Comics&Games - o del perché ci vuole il fisico per reggere una convention di fumetti

Quattro giorni di Lucca Comics&Games sono una prova di resistenza fisica e mentale. Con un sistema immunitario compromesso dagli immunosoppressori come il mio, ancora di più. Nel 2013 ho tracollato il pomeriggio del secondo giorno, prendendomi la mattina del terzo di riposo. E tornato a casa mi ero ripromesso che nel 2014 avrei retto tutti e quattro i giorni.


E ci sono riuscito. Perché, per quanto suoni assurdo, avevo deciso che questa Lucca sarebbe stato un banco di prova per la mia salute, la mia resistenza alla fatica e ad altri aspetti che mi mettono in crisi.

Chiarisco: non posso lamentarmi della mia salute perché, dati clinici alla mano, sono messo bene. E considerato che negli ultimi 10 anni sarei potuto già morire male di cancro per due volte, sono praticamente in eccellenti condizioni fisiche. 

Tra gli strascichi che mi porto dietro a partire dal trapianto epatico del 2008 ce ne sono un paio che mi danno più rogne degli altri. Uno è prettamente fisico e l’altro più psicologico, e credo siano evidentemente collegati tra loro. 
Foto di Sal Abbinanti
Quello fisico è che la mia capacità di reggere la fatica e la conseguente ricarica necessaria per ripigliarmi non è delle migliori. Se fossi un personaggio da GDR o Videogioco, la mia barra dell’energia la vedreste scendere veloce a livello “mi serve una pozione rigenerante” e risalire lenta come la voglia di lavorare il lunedì mattina. E come ogni giocatore sa bene, quando l’energia o i punti ferita sono bassi ti senti il culo stretto stretto stretto perché sai che sei a rischio game over, o come minimo ti tocca riposare o trovare un medikit.

E qua si collega l’altro punto, quello più psicologico.

La consapevolezza di non avere chissà quale resistenza mi mette in una condizione di ansia più o meno costante. Il tormentone “Non è la paura ma è la paura della paura a fotterti” è un cliché che suona come un mantra da motivatore per contrattisti ma è di strabiliante realismo per tutti quelli che soffrono, in varia gradazione, di ansia.

Le mie ansie partono da un piano pratico-organico: ho l’ansia che il rigetto del fegato mi colga all’improvviso, ho l’ansia che il cancro torni, ho l’ansia di un generico malessere dovuto a un’improvvisa precipitazione del livello della mia barra d’energia che mi lasci svenuto in una via senza nessuno a soccorrermi. 

Quest’ultima ansia, quella di essere colpito da un generico “mi sento male” mi ha bloccato parecchio nel periodo post-trapianto. Inutile anatomizzare nei dettagli quell’arco narrativo ma diciamo che per circa due anni mi sono più o meno rinchiuso in casa limitando al minimo la vita sociale e passando molto tempo a chiedermi “Quando succederà?”. L’idea di essere fuori casa, lontano da casa, magari in mezzo a folle pressanti in spazi angusti mi pigliava malissimo.

Folla, spazi angusti, folla, lontananza da casa, folla, fatica. 

Foto di Sal Abbinanti
Se avete anche solo visto le foto di Lucca Comics&Games potete intuire quanto immergermi volutamente in quella situazione sia stata una scelta non dico sofferta, ma di certo non serena, entusiasta o spensierata. E allo stesso tempo è stata una scelta voluta, desiderate e pianificata.

Una volta deciso che sarei andato a Lucca, nel 2013, l’ansia si è accesa e non si è spenta fino al giorno dopo la fiera, quando sono tornato a casina nel mio lettuccio, con i muscoli intrisi di fatica e i nervi che un po’ si scuotevano per gli immunosoppressori e un po’ per la tensione di quattro giorni che defluiva come scariche elettrostatiche.

E tra un tremore, un crampo e qualche interessante interazione immaginata tra suini e divinità, ricordo di aver pensato “Ma chi cazzo me lo ha fatto fare?” e “L’anno prossimo lo rifaccio. Ma ci arrivo meglio preparato.”

Qua nel blog ne parlo molto raramente ma l’allenamento fisico è diventata ormai una routine abbastanza integrata nel mio quotidiano. 5-6 allenamenti a settimana che hanno un effetto benefico sul mio fisico in generale, su alcuni effetti collaterali degli immunosoppressori in particolare (meno tremore, meno crampi, meno insonnia, ne parlo qua) e sull’ansia. Perché, molto banalmente, constatare di essere in grado di fare più trazioni di prima o di pedalare più a lungo di prima mi rende oggettivo, evidente e misurabile uno stato di salute e capacità che la vocina dentro di me non vorrebbe mostrarmi. 

Lucca 2014 l’ho quindi preventivato come un meeting “atletico”: ho tarato i miei allenamenti in modo da arrivare a questa 4 giorni allenato ma non distrutto. Metto “atletico” tra parentesi perché io un atleta non lo sono, ma è per farvi capire l’approccio con cui l’ho dovuta-voluta affrontare per poterla vivere con meno ansia dell’anno scorso. L’ho detto, suona tutto un po’ ridicolo: vai a una fiera di fumetti per lavoro e lo affronti che sembra parli dei mondiali di triathlon. Il punto è che io non ci vado per lavoro. 

Ora, sia chiaro, per chi scrive, in particolare fumetti, Lucca è necessaria. Si conosce gente, si progetta con gente, si buttano idee. Ma io mentirei se vi dicessi che il lavoro è stata la motivazione principale dell’esserci stato nel 2013 e di nuovo quest’anno.

Per me è stato il desiderio di testarmi sul campo e vedere come reggo. Il lavoro, i contatti, le PR, l’aver incontrato nuovi e vecchi amici, mangiare panini buonissimi, vedere fumettisti fare cose strepitose, sentire gente che fa un mestiere che ama parlarne con entusiasmo sono cose bellissime che mi hanno dato molto. La generale atmosfera di festa e un po’, come ha detto un mio amico, da Spring Break americano, è strepitosa, ti esalta, ti fa venire voglia di fare e bregare.

Foto di Sal Abbinanti
Ma a spingermi a voler andare a Lucca, per me, erano il desiderio di non farmi bloccare dall’ansia e quello di vedere quanto regge questo corpo rattoppato e un pochino zombie. 

Su questi due fronti posso solo che dirmi contento. 
Avrei voluto sentire meno fatica? Si. 
Avrei voluto non sentire così spesso la vocina dentro di me chiedersi “Quando succederà?”? Si. 
Avrei voluto rompere meno i maroni ai miei compagni di viaggio su questi punti? Molto. 
Avrei voluto girare di più, incrociare più persone, fare di più? Moltissimo.

Si poi ci sono i contatti di lavoro, i progetti, le idee.

Ma che te ne fai di un lavoro se poi non esci di casa e ti lasci andare al vittimismo e al “Quando succederà?”?

Non è che consideri la questione risolta ma, di nuovo, dati alla mano sto meglio di prima e questo è d’aiuto.

Per cui ora ho 12 mesi per arrivare a Lucca Comics&Games 2015 più in forma.


Ci vediamo l’anno prossimo in mezzo alla folla.

lunedì 29 settembre 2014

Triple Threat Watch - Upstream Color - Coherence - Under The Skin - After Watch

Triple Threat Watch: un breve After Watch, tanto per dire due cose in più sui film in lotta tra loro. I post dedicati ai film li trovi partendo da qui.

L’idea di parlare di questi tre film in sequenza, come accennavo nel teaser, mi è venuta notando per caso che bene o male tutti e tre toccano in qualche modo l’idea della propria identità e quello di cosa sono e come funzionano i rapporti tra le persone.


Sono punti di partenza che toccano le mie corde, il che li mette già su uno scalino alto nelle mie preferenze. In più la connotazione sci-fi aggiunge fascino e intrigo alla cosa. La ciliegina sulla torta, per quanto riguarda i miei gusti, è che godono di una messa in scena ben poco reale. In questo senso il più “estremo” mi pare Upstream Color, tra allucinazioni, ipnosi, sogni che forse non sono sogni e un uso massiccio di immagini e suoni mixati più per suggerire che spiegare. Ovvio, il rischio supercazzola è altissimo, ma apprezzo il tentativo di usare metodi meno classici e la voglia di suggestionare invece che mostrare.

Un po’ come la suggestiva stanza nera senza particolari ne confini che ritorna in Under The Sking: al di là del significato della stanza, che può essere uno nessuno o centomila, la trovo un’immagine bella da vedere e appagante. Due delle sensazioni che cerco e mi spingono a guardare film (o leggere fumetti, o guardare fotografie o seguire arti visuali in genere).

Da questo punto di vista Coherence cerca la suggestione con un gusto visivo del tutto opposto: tutto quello che vediamo è vero, reale e raramente creato dagli autori (l’ambiente in cui si svolge il 90% della vicenda è la casa del regista) eppure riesce comunque a suggerire spazi bui e minacciosi e rendere bene il senso di migliaia di realtà confinanti tra loro e quanto poco basti per perdersi tra di loro.


 E parlando di punti di contatto e divergenze nella rappresentazione, c’è n’è uno evidente e macroscopica: i tre film hanno come protagonista una donna. Non mi azzardo a tuffarmi nel discorso sull’identità di genere, sulla rappresentazione femminile e bla bla, discorso molto complesso che richiedere tempo e competenze. Mi dico che mi manca solo il tempo.

Però ecco mi pare per lo meno interessante come in ogni film le protagoniste non siano solo eye-candy messo lì a titillare il pubblico maschile, nemmeno in Under The Skin nonostante l’essere un’esca per uomini arrapati sia il ruolo iniziale dell’aliena. Però il modo in cui viene mostrata nuda mi pare sia poco glamour e ammiccante e molto, come dire, pragmatico, un esagerazione quasi caricaturale messa in evidenza dal cambio di atteggiamento della protagonista nella seconda parte del film, uno spettro di rappresentazioni lungo cui si muove il personaggio.


 E non si assiste nemmeno a quel passaggio a donnaamazzoneguerriera che troppo spesso si limita a prendere un personaggio femminile e farle fare cose da uomini così, a cazzo, per far vedere che non è fragile e debole. Mi pare che le tre protagoniste quando prendono la situazione in mano e decidono di trovare una soluzione continuino a essere femmine e non uominid’azione con i senoni. Che poi ci riescano o meno dipende dal singolo film, o da come lo interpretate.

Anche alcuni dati tecnici tornano qua e là. In Coherence e Under The Skin c’è un largo uso dell’improvvisazione da parte degli attori. Quando l’aliena in Under The Skin gira Glasgow per acchiappare gonzi, il regista ha optato per un approccio realistico: sono state montate e nascoste alcune telecamere sul van, la Johansson ha attaccato bottone con sconosciuti a cui è stato successivamente chiesto di fare parte del film. In Coherence invece agli attori è stato spiegato vagamente il senso e la direzione del film, ma non sono stati detti i vari colpi di scena: hanno scoperto il funzionamento degli universi in “diretta” come i loro personaggi. Inoltre le battute sono state solo suggerite dal regista lasciando loro la possibilità di interpretarle e improvvisare liberamente.


Una differenza che immagino abissale rispetto a Upstream Color dato il desiderio di controllo assoluto da parte dell’autore Shane Carruth che è regista, attore, sceneggiatore, co-editor, compositore delle musiche e produttore. Dubito che abbia dato gran libertà d’azione agli altri attori, anche se indicazioni in questo senso non ne trovo nelle varie interviste. In compenso l’approccio all’immagine e al cinema inteso come racconto di roba che si muove pone Upstream Color e Under The skin su territori simili.

Carruth e Glazer cercano molto più spesso la suggestione, il suggerimento e l’impressione piuttosto che il mostrare platealmente quanto vogliono dire e quello di cui vogliono parlare. E se il cinema è immagine credo però che nel loro caso l’effetto funzioni anche grazie al sonoro e alle musiche: quello che Glazer e Carruth ci fanno passare sugli schermi non è mai solo un’immagine ma un flusso di roba che si vede e si sente e che tenta di portarci in una zona diversa pigiando sui nostri sensi. Motivi per cui vi suggerisco di godervi le colonne sonore di questi due film, le trovate su youtube.

Ed è figa pure quella di Coherence, solo che online non è disponibile (o sono io che non la trovo).


Insomma come dicevo nel teaser qua non si tratta di decretare un vincitore ma solo di vedere come tre pellicole e i loro autori se la giocano ciascuno su territori simili. Mi pare che le performance dei nostri siano tutte valide, ognuna con le proprie sbavature e le proprie eccellenze, ma soprattutto ognuna con un’attitudine personale e marcata, sia nei confronti dei temi trattati che del modo in cui vengono raccontati.


Ci saranno altri Triple Threat Watch? BOH! Dipende dai film che mi capiteranno sotto tiro. Magari sarà un Fatal Four Way, oppure un Tag Team o una Battle Royal, vedremo. Per ora spero che, se li vedrete, ci troverete qualcosa che vi sconfinfera.


venerdì 26 settembre 2014

Triple Threat Watch: Under The Skin 2013

Triple Threat Watch: tre film che toccano temi simili o limitrofi, ognuno in maniera un po’ diversa. Qua il teaser della rubrica, qui sotto il terzo contendente alla non-vittoria: Under The Skin (non ho letto il libro da cui è tratto, zero comparazioni quindi.


Gli alieni sono a Glasgow e studiano gli esseri umani. Ma se vi aspettate sonde anali, rapimenti nel sonno e scene che fanno venire gli incubi a Fox Mulder, non è quel tipo di film. Non siamo di fronte nemmeno a un action/thriller: effetti speciali ridotti all’osso, zero azione, nessuna esplosione. È un film di fantascienza tutto basato sull’empatia: la protagonista gira Glasgow e poi i suoi dintorni approcciando sconosciuti per portarseli a letto.

Ma è un’aliena e il suo è uno studio: capire come sono gli uomini, studiarne le reazioni  e poi portarli in un luogo non precisato. Ogni volta il luogo è un edificio diverso, ma varcata la soglia ci si trova in una stanza senza particolari, uno spazio nero senza orizzonte in cui l’aliena e l’uomo si spogliano ma da cui uscirà solo l’aliena.



Parlo di empatia perché nel film ci sono pochissimi dialoghi e il grosso del lavoro del regista, Jonathan Glazer, consiste nel far capire allo spettatore quello che prova la protagonista, interpretata da Scarlett Johansson. L’aliena si mostra fin da subito algida, asettica e professionale nel suo compito: mentre gira per le strade a bordo del suo furgone non mostra alcuna emozione, ma appena aggancia un uomo chiedendogli informazioni le si illumina il volto tra sorrisi e risatine che hanno facile presa sulla vittima.

Ma finito l’incontro è di nuovo un volto impassibile. Fino a che succede qualcosa e lei comincia a vedere diversamente queste creature che le si parano davanti. E quando inizia a farsi nuove domande su di loro, inizia a farsi domande anche su se stessa. Una crisi di identità che la porta a studiare se stessa, a sperimentare i comportamenti umani e a guardare il suo corpo con occhi nuovi.



Quando si guarda allo specchio, curiosa, confusa e spaurita, è li uno dei momenti del film che lo rendono una pellicola interessante non tanto per i temi trattati, ma per l’attitudine dimessa, riflessiva e fragile che lo distingue. E per certe scelte nel mostrare il corpo della protagonista. Mi sembra soprattutto che tanto è eccessiva, sensuale e femme-fatale quando è a bordo del suo van, vestita, quanto poco lo sia una volta che si spogli, sia nelle scene in cui è sola e nuda con gli uomini, ancora meno quando è sola davanti a se stessa di fronte allo specchio. Un ventaglio di modi di essere che la Johansson riesce a mostrare rendendo la protagonista sfaccettata e fragile nonostante la sua risolutezza nel voler uscire dal suo ruolo di predatrice.



Inoltre, data la scarsità di dialoghi, buona parte delle emozioni che prova la protagonista sono mostrate da piccoli gesti, variazioni nei movimenti del corpo o sfumature nelle espressioni del volto.

Parlo poco della trama perché per quanto metta curiosità, apra interrogativi stimolanti e spinga la protagonista lungo il suo cammino di scoperta, non è comunque la forza portante della pellicola. Se la risoluzione del mistero, la spiegazione di ogni ruolo e la risposta precisa e univoca a ogni perché sono le cose che vi aspettate, questo film sarà una delusione. Ma non mi pare che sia lo scopo della pellicola, non mi pare ci sia mai la promessa di tanti film “TUTTO AVRA’ SENSO” ma sia chiaro bene o male da subito che se le risposte vengono date sono tutte risposte più emozionali che logiche.



Emozioni quasi mai positive, per altro, nonostante qualche flebile speranza mi pare che l’effetto finale del film sia quello di lasciare un forte senso di impossibilità comunicativa. Però trattandosi di emozioni, credo ognuno possa recepire film del genere con effetti radicalmente diversi, a volte contrastanti, a volte complementari. 


E con questo si conclude il Triple Threat Watch: qua il primo contendente, qua il secondo. Scrivendo 'sti tre post mi son venute in mente un paio di osservazioni più generiche, quasi quasi lunedì vi posto un After-Watch per tirare le somme. 

mercoledì 24 settembre 2014

Triple Threat Watch: Upstream Color - 2013

Triple Threat Watch: tre film che toccano temi simili o limitrofi, ognuno in maniera un po’ diversa. Qua il teaser della rubrica, qui sotto il secondo contendente alla non-vittoria: Upstream Color.



Due persone che hanno subito un abuso fisico e psicologico profondissimo si conoscono e si sentono attratti tra di loro. Con l’andare avanti della relazione scoprono di avere molto in comune: cicatrici sul corpo quasi identiche, cicatrici nella psiche quasi identiche. E quando si raccontano aneddoti dell’infanzia non riescono a capire a chi dei due appartengano i ricordi.

Upstream Color è un film molto personale. Shane Carruth lo ha scritto, diretto, co-montato, ne ha diretto la fotografia, ne ha scritto la colonna sonora e ne interpreta il protagonista maschile. Un desiderio così forte di controllare la storia che vuole raccontare si risolve in una messa in scena molto personale e poco mediata, che riesce in qualche modo a giocare con tutti gli aspetti del cinema: immagine, recitazione, montaggio, sonoro, musiche. 


Un controllo che gli permette di affrontare la storia di una ragazza a cui viene disintegrata la tranquillità dell’esistenza e che cerca poi di rimettersi in piedi con un approccio molto personale.

Riassumere la trama credo sia un peccato, un po’ perché tutto il film si regge sul rapporto tra i due protagonisti, un po’ perché questo non è un film che trova la sua ragione d’essere in una trama forte. Non è un thriller, non è un giallo, nemmeno una corsa contro il tempo per salvare il mondo. Perciò provo a riassumere solo l’inizio:

Kris viene aggredita da un uomo. La costringe a ingoiare un parassita. Il parassita la rende facile all’ipnosi dell’uomo. Kris si risveglia dopo un paio di giorni: ha perso tutti i suoi averi, ha cicatrici sul corpo da cui è stato estratto il parassita, ricorda poco o niente.

Qualche tempo dopo si è rifatta una vita, solitaria e dolorosa. Conosce Jeff.


Se l’attacco (sia del film che l’attacco alla vita della protagonista) è tutto sommato lineare, dopo pochi minuti Carruth ci mette di fronte agli elementi che caratterizzano la pellicola: le percezioni personali della realtà vengono cambiate, l’identità della persona viene messa in discussione, le cicatrici sono li per rimanere. Tutto quanto succederà dopo non sarà un ritorno allo status quo ma un tentativo di imparare a convivere con una nuova situazione.

Per poter rendere sullo schermo quanto sia difficile convivere con un trauma e quanto sia ossessivamente penetrante questo trauma nella vita quotidiana e nel rapportarsi con l’altro, Carruth sfrutta tutta una serie di suggestioni usando immagine e suono in ottimo concerto. Credo che una delle parti migliori sia quando i due protagonisti, lungo il loro percorso di innamoramento, di costruzione della reciproca fiducia e di una vita in comune passano giornate in compagnia l’uno dell’altra: passeggiate in città, ore a letto, mangiare insieme. Però data il loro peculiare passato che torna a inseguirli, o che non li ha mai abbandonati, questi momenti insieme diventano sfaccettati, si rompono e ricompongono in mille pezzi, frasi ripetute, immagini che ritornano, aneddoti ricordati da uno e poi dall’altra. Ma quello è successo a me o a te? Ma siamo due individui o una coppia? O un nuovo individuo?


Grazie agli spunti sci-fi ci sono motivi per cui questi due si ritrovino prima per caso e poi si avviluppino faticando quasi a capire chi sia chi. Però in questo film il mistero scientifico, chi siano i perpetratori di un’operazione lasciata sempre un po’ nel non detto sono misteri che importano relativamente poco.

Come funziona davvero il parassita non viene mai esplicitato. Chi è che lo alleva? Perché lo alleva? Come mai lo impiantano anche dentro i maiali? E quello che gira le campagne facendo sampling, le cui musiche pervadono l’intera pellicola?

Il fascino è, per me sia chiaro, vedere come due persone affrontino le rispettive difficoltà nel ritrovare un equilibrio: aprirsi fino in fondo perché non c’è nessun’altra via nella speranza che l’altro ci accolga e non fugga di fronte ai nostri difetti. Osservare come i comportamenti ossessivo compulsivi dei protagonisti (causati dall’ipnotista? O ne erano già affetti prima?) vengano a volte usati come anti-stress, a volte rischino di rendere impossibile la loro vita oppure possano essere in qualche modo modellare per aiutarli a scoprire il segreto che li lega. Un desiderio profondo di uscire da una serie di loop che rende la loro vita molto spesso un semplice tamponare certi comportamenti piuttosto che viverla a pieno.


A suo modo credo che Upstream Color sia una storia d’amore. Si, c’è questo parassita dai poteri strabilianti (anche se tra uccelli zombie e insetti posseduti dai parassiti, c’è da chiedersi quanto sia improbabile accada. ma appunto non è quel tipo di film), ci sono almeno due gruppi di persone che sfruttano in qualche modo tale parassita, ci sono diverse persone che ne sono affette, la realtà si distrugge e sgretola una volta che si entra sotto il suo influsso.

Però è la storia di due persone ferite che si trovano, forse a causa di un parassita, forse non è il loro libero arbitrio a volerle insieme, ma una volta entrati in contatto i due fanno di tutto per diventare coppia. C’è una scena, niente spoiler, vi dico solo “abbraccio nella vasca da bagno”. Ho l’impressione che il cuore del film sia tutto in quella scena e in particolare in quell’inquadratura dall’alto.

Ma come sempre dipende da come ciascuno di noi legge il mondo e i suoi segni.


Prossimo contendente nel Triple Threat Watch: Under The Skin, su queste pagine venerdì.