Visualizzazione post con etichetta cazzimiei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cazzimiei. Mostra tutti i post

lunedì 11 giugno 2012

Trazioni alla sbarra - si procede 1 kg alla volta ma si procede

Ho concluso l'allenamento per le trazioni alla sbarra di cui parlavo qua lo scorso mese.

La faccio breve: sono passato da 6 trazioni consecutive a vuoto a 10 ben fatte. Il massimale con zavorra è passato da 20kg a 22kg.

Sono contento per le trazioni a vuoto perché 10 ben fatte era il numero a chi miravo. 
Sono un po' combattutto sul risultato zavorrato. Ammetto che miravo ai 25kg. Non ho ancora abbastanza esperienza nell'allenamento per capire se le mie aspettative erano fattibili o meno. Forse un aumento di zavorra del 25% in quattro settimane era impensabile.

Però sono comunque progredito in avanti, il che è sempre una piccola conquista e pone l'obiettivo finale un passo più vicino.

Inoltre se penso che più o meno un anno fa non riuscivo a fare nemmeno una trazione a vuoto, tutto assume un'altra prospettiva.

Ora devo decidere se ripetere un ciclo dello stesso allenamento alla luce dei nuovi massimali, o provarne un altro. Qualsiasi cosa decida, vi farò sapere come procede.

Nel frattempo: breve gallery di belle ragazze più in forma di me!







giovedì 3 maggio 2012

Cancro e trapianto non mi rendono coraggioso.


Temo che questo post sarà un po’ confuso, ma mi gira in testa da tempo e spero che scriverlo mi chiarisca le idee ed mi aiuti a spiegarmi con gli altri.

Qualche tempo fa ho linkato nei vari social network la seguente citazione:

"I have had cancer, and had all too many hours, days and weeks of hospital routine robbing me of my dignity. Although people in my situation are always praised for their courage, actually courage has nothing to do with it. There is no choice." (RogerEbert)

che in italiano suona più o meno:

“Ho avuto il cancro, e ho avuto troppe ore, giorni e settimane di routine ospedaliera a rubarmi la dignità. Anche se le persone nella mia situazione sono sempre lodate per il loro coraggio, in realtà il coraggio non ha nulla a che vedere con questo. Non c’è scelta.”

Più di un amico e amica mi ha detto di non essere d’accordo con questa frase, e di non capire perché invece io, che il cancro l’ho avuto, la sottoscriva parola per parola. Trattandosi di una situazione estrema, mi rendo conto che la reazione di ciascuno è diversa, sia sul momento, che sul lungo termine. Quindi sia chiaro che quando penso che il coraggio non c’entri nulla con l’affrontare il cancro, parlo del mio cancro, della mia persona e della mia esperienza personale. Altre persone la vivono in maniera diversa.

Credo che il succo sia racchiuso nelle ultime quattro parole : “There is no choice/Non c’è scelta.”

Quando mi hanno diagnosticato il cancro la prima volta, mi hanno spiegato per filo e per segno cosa avrei dovuto fare: operazione per asportare circa l’80% del fegato, che era ripieno di cancro, e passare i 12 mesi successivi assumendo farmaci giornalmente. A quel punto mi chiesero se avevo intenzione di procedere.

“E se non lo faccio?”

“Muori.”

Ora, non so voi, ma se da una parte c’è un’offerta per una probabile guarigione, e dall’altra la discreta certezza di morire mangiato vivo da un tumore, scegliere la probabile guarigione non mi pare una scelta coraggiosa, quanto una semplice necessità.

Oltretutto, per quanto tenda a vedere il ridicolo e l’assurdo in ogni situazione, come quando mi dissero

“Lei ha un tumore maligno di 1,5kg che ha invaso l’80% del suo fegato, ma per il resto il fegato è del tutto funzionante e sano!”

non significa che non abbia avuto o abbia ancora paura. Perché per quanto si stringano i denti, si ponderi la situazione in maniera il più possibile distaccata e ci si dica che andrà tutto bene, la frase “Lei ha un tumore” alza il volume della paura sulla tacca dell’11.

Quando questa viene seguita da frasi come “E’ operabile” “Ci possiamo lavorare” “Ci sono farmaci che danno buone probabilità” la paura s’abbassa un po’ ma rimane li come una nebbia di piombo che ti attraversa i polmoni. Nel mio caso poi i polmoni non si potevano espandere del tutto perché il fegato era così ingrossato da spingere sul diaframma lasciandomi sempre col fiato corto.

Occluso da questo senso di oppressione, la sensazione di coraggio penso non mi abbia mai nemmeno sfiorato di striscio. Forse quello che ho provato e che chi mi è stato intorno ha preso per coraggio è stata solo lucidità e assenza di tentennamento.

Sapere con precisione cosa mi avrebbero fatto i dottori e i chirurghi mi ha dato una certa illusione di avere la situazione sotto controllo. Credo sia questa ricerca di risposte che tolgono i dubbi ad avermi portato negli ultimi anni a cercare informazioni su cancro, trapianto e strategie di cura ad essi correlate in maniera che mi rendo conto essere un filo ossessiva. Ma ho scoperto che avere una risposta ai dubbi di chi mi sta accanto, dubbi che a volte non vengono in mente nemmeno a me, mi è di aiuto a credere che ci sia una via all’accettazione di quanto mi è successo e a una convivenza con lo stato di non essere del tutto sano.

Questa serie di pensieri e reazioni si è ripresentata con la recidiva di tumore e la necessità di sottopormi al trapianto. E sottolineo nuovamente: necessità.

La seconda diagnosi, la recidiva, il ritorno del cancro oscuro, è stata una botta ben peggiore della prima. Sia perché è stata del tutto asintomatica, sia perché dopo un paio d’anni dalla prima operazione cominciavo a sentirmi bene e a pensare che tutto sommato fosse finita.

Di nuovo, quando mi dissero che l’opzione era il trapianto, non mi sentii per nulla coraggioso ad accettare. Di nuovo, la lucidità e la caduta di quasi ogni tentennamento mi si sono infilati dentro insieme all’oppressione. E come la prima volta, ho cominciato a ricercare in rete tutto quanto potevo sapere su trapianto, statistiche di riuscita dell’operazione, percentuali di sopravvivenza a breve e lungo termine e il racconto di esperienze dirette di chi ci è passato.

Anche nel periodo pre e post trapianto mi sono sentito dare del coraggioso e di nuovo ho vissuto questi commenti in maniera combattuta. Da una parte comprendo il desiderio di chi ci è vicino di dare in qualche modo il proprio supporto, ma dall’altra sentivo come questo termine fosse fuorviante.

Forse è perché ho problemi con il termine coraggio e la sua aura di romantico ardimento, considerando invece gli atti cosiddetti coraggiosi semplicemente azioni necessarie che per fortuna qualcuno si prende la briga di compiere.

Ad aver dimostrato davvero coraggio sono semmai le tre persone che mi hanno detto chiaro e tondo che in caso di necessità si sarebbero offerte di tentare la strada del trapianto da vivente. Questo significa assumersi un rischio alto sia nel momento dell’operazione, sia dover affrontare il dubbio di un qualsiasi tipo di complicanza sul medio e lungo termine. Rischi decisi per salvare un’altra persona e non se stessi. Eventi necessari ed estremi che portano fuori l’intimità di una persona e forse la sua visione di cosa sia giusto e sbagliato fare.

Io invece ho solo deciso di salvare me stesso in entrambe le occasioni, afferrando le opportunità che mi si sono presentate davanti. Non credo si tratti di coraggio ma di semplice istinto di sopravvivenza. Il coraggio, per quanto sia un concetto su cui ho idee contrastanti, è altra cosa.

Come dicevo a inizio post temo di non essere molto chiaro. Ma sono pensieri che mi frullano per la testa da anni e preferisco tentare di chiarirmi parlandone pubblicamente che rischiare che mi frullino il cervello.

giovedì 6 ottobre 2011

Al risveglio ci aspetta sempre la realtà

Di questi tempi nel 2008 mi svegliavo dall’anestesia del trapianto. Non è stato un bel risveglio.


Ancora prima di capire che ero sveglio e in ospedale, ho sentito la morsa di un gelo mai provato prima. Un freddo che al momento mi ha terrorizzato perché mi rendevo conto che veniva da dentro e non da fuori, ed era diffuso in tutto il mio corpo. In quei minuti ero convinto di non avere più sangue in circolo e che sarei morto sul posto. Solo dopo qualche giorno mi spiegarono che durante l’operazione la temperatura corporea viene abbassata di un paio di gradi per aiutare la procedura. Diciamo che ora so cosa provano Wesley Snipes alla fine di Demolition Man o i surgelati in genere.


Dopo qualche minuto però mi hanno iniettato una dose di fisiologica a temperatura corporea e il freddo è sparito, lasciando la porta spalancata al dolore. Considerate che per il trapianto l’addome viene tagliato con un incisione a Y rovesciata (o come dicono alcuni “E’ come il simbolo delle Mercedes. Senza il cerchio.”), poi i lembi di addominale vengono aperti a petalo e il tutto viene tenuto spalancato come la borsa di Mary Poppins per una decina di ore. Durante questo tempo roba viene tagliata e tolta e altra roba viene messa e ricucita. Un po’ come sventrare un’orata e infarcirla di erbe aromatiche. Solo che l’orata poi non si sveglia.


Per cui ho avuto giusto qualche secondo per godermi un certo teporino fisiologico per poi sentire tutto il dolore possibile e convincermi per la seconda volta in pochi minuti che stavo per morire. Medici e infermieri dicevano che andava tutto bene, ma dato che erano tutti in piedi, sani e con le frattaglie al loro posto, sul momento tendevo a non prenderli propriamente sul serio. Che ne sanno loro di cosa sto provando io? Un po’ come per i reduci di guerra che raccontano quello che hanno visto e patito. Tu, che al massimo hai combattuto in fila alle poste, gli vai a dire che “Si, come ti capisco!”. Si sta zittini e ci si sente in colpa.


Ma grazie a robuste dosi di morfina chiamate a gran voce dal sottoscritto, il dolore si attenuò abbastanza da permettermi di chiedermi dov’ero, perché c’ero e soprattutto chi cacchio ero. Perché, con mio sommo stupore, mi resi conto che non ricordavo il mio nome. Per fortuna la mia dottoressa preferita spuntò da un luogo migliore dicendo “Davide, è andato tutto bene”. Sinceramente non ricordo se lo dissi ma di sicuro pensai “Ah già, sono Davide Costa. Ho fatto il trapianto. Avevo il cancro.” E quando sai chi sei, il resto vien da se.


Attorniato da dottori e infermieri, capii di essere in terapia intensiva. Non ricordo un granché della stanza, un po’ per le robuste dosi di morfina, un po’ perché a causa dei dolori, dei drenaggi, delle flebo e altra roba che entrava e usciva da quasi tutti i miei orifizi, non riuscivo a muovermi un granché. Cercai di concentrarmi sulla parete bianca di fronte a me e sul semplice ma gradevole orologio blu con lancette nere che si trovava sul muro. Non ho idea di che ora fosse quando mi sono svegliato. E le 24 ore successive perdono di senso dato che passavo dalla veglia al sonno di continuo. Di sicuro ricordo che l’orologio aveva la brutta abitudine di spostarsi di continuo sulla parete. A volte era al centro. A volte lo vedevo in alto o in basso oppure in un angolo. Avrei pensato al simpaticissimo scherzo di un infermiere burlone, se non fosse che ogni tanto coglievo l’infingardo orologio proprio mentre si muoveva. A volte con movimenti secchi e lineari, altre volte curvando. In un paio di occasioni spiralando sornione. Iniziai a sospettare fosse in combutta col muro quando quest ultimo si tolse lo sfizio di cambiare colore. Aveva una predilezione per il verde e il giallo, ma non disdegnava tonalità tra l’arancione e il rosso, lanciandosi ogni tanto in audaci rosa confetto francamente terribili.


Con questa coreografia di sfondo, seguire i movimenti degli infermieri che mi coccolavano e si sinceravano capissi quello che mi stava succedendo, cosa mi pompassero dentro o mi succhiassero fuori, è stato non dissimile da un numero di broadway ad alto tasso lisergico. E si tratta delle allucinazioni meno fastidiose e inquietanti che mi hanno allietato nei primi giorni post trapianto.


Il problema è che per i 3-4 giorni successivi al risveglio mi è capitato spesso di avere incubi di ogni tipo. Incubi però che continuavano una volta che mi svegliavo. E a ogni risveglio per qualche decina di secondi non ricordavo più chi ero, dov’ero e perché c’ero. Poi mi tornava in mente tutto e mi ripetevo una decina di volte “Sono Davide Costa. Ho fatto il trapianto. Avevo il cancro.”. Di solito in silenzio per non svegliare il mio compagno di camera, ma qualche volta me lo sono detto ad alta voce. Non fossi stato pieno di flebo e tubi, mi sarei dato anche una pacca sulle spalle di incoraggiamento.


Ma non sono stati solo gli occhi a mostrarmi spettacoli funambolici. Spesso ho sentito musiche di vario tipo o voci che mi parlavano. Ho scoperto che il mio subconscio ha una predilezione per musica da camera con archi, possibilmente su uno sfondo di prati verdi e una carica di Mongoli che mi arriva addosso.

Le voci non dicevano nulla di intelligibile a parte il mio nome. Una notte, non so a che ora, ho passato una trentina di minuti a girare per la stanza con passo debole in cerca della fonte delle voci. Ho fissato per qualche minuto la bocca del mio compagno di stanza che, buon per lui, dormiva come un piombo con la bocca ben chiusa. Ho spento il cellulare. Gli ho tolto la batteria. Ho spento la televisione. Ne ho staccato la spina. Quando è arrivata un’infermiera per il giro notturno le ho chiesto se sentiva anche lei la voce. Prima di rispondermi è stata così gentile da tendere l’orecchio per qualche secondo. Poi mi ha rimesso a letto dicendomi che non c’era nessuna voce. Non è stato esattamente confortante.


Col passare dei giorni occhi e orecchi hanno ricominciato a vedere e sentire solo la realtà, con sprazzi improvvisi di onirismo lucido che mi coglieva all’improvviso. Il tutto è finito nel giro di due o tre settimane.


A distanza di anni però continua a capitarmi, anche se sempre più di rado, di svegliarmi di soprassalto la notte e di essere assolutamente certo di essere di nuovo in terapia intensiva. Per qualche secondo mi guardo intorno non sapendo dove mi trovo e non sapendo chi sono. Poi tutto torna, mi guardo la pancia toccandomi la cicatrice, mi ripeto qualche volta “Sono Davide Costa. Ho fatto il trapianto. Avevo il cancro” e torno a dormire.


Le cose vanno bene e tutto funziona. Non ci sono tracce di recidiva e il fegato fa le sue cose da fegato. Però mentirei se dicessi di essere esattamente tranquillo e sereno. Per fortuna oggi va meglio di ieri e sperabilmente peggio di domani.


So it goes.

giovedì 14 ottobre 2010

Tumore, trapianto e cadaveri che tornano utili

Ciao a tutti, mi chiamo Davide Costa e sono un paziente trapiantato.

Nella notte tra il 5 e il 6 ottobre del 2008 mi sono dovuto sottoporre a un trapianto di fegato da cadavere. Praticamente sono diventato uno zombie per il 2% circa del mio corpo.

Motivazione del trapianto: recidiva di carcinoma fibrolamellare nella forma di alcuni noduli ben piantati nel mio fegato. In parole povere c’erano dei piccoli tumori che crescevano e si moltiplicavano come piccoli cristiani alla conquista di una terra che non li desiderava.

Recidiva perché il cancro mi è stato diagnosticato per la prima volta nel 2006. Era un massa di un chilo e duecento grammi che aveva sostituito circa il 75% del mio fegato e venne estratto senza troppi problemi. Nel 2008 però Il Tumore Colpì Ancora e mi dovetti inserire nelle liste d’attesa per il trapianto.

Come probabilmente sospettate, il trapianto è andato a buon fine. Non è stata una passeggiata, devo sopportare una salute non proprio d’acciaio e qualche fastidio dovuto alle terapie immunosoppressive ma, se non avessi acconsentito a farlo, ora vi scriverei dall’oltretomba o verrei a trovarvi nei sogni mettendo in disordine i vostri ricordi. Invece sono ancora qui che cammino, faccio cose e vedo gente.

Tutto per merito del cadavere di cui sopra che quando era in vita ha deciso che alcune sue parti potevano venire bene a qualcuno da qualche parte. Magari l’ha fatto perché voleva essere utile a qualcuno. Forse sperava di togliersi un peso dalla coscienza o dallo stomaco. Magari lo ha fatto perché convinto che in questo modo non sia davvero morto, per cui mi premuro ogni tanto di massaggiarmi il fegato per fargli due coccole. Gli offrirei pure un buon wisky ma l’alcol mi è precluso. Oppure odiava lo spreco, adorava riciclare il più possibile e, prima di farsi tumulare in una fossa per il compostaggio come stanno sperimentando in Svezia, si è fatto espiantare gli organi per essere più eco compatibile dei suoi amici fricchettoni.

Chiunque fosse questa persona, qualunque sia stata la sua motivazione, è a essa che dovete la mia presenza in questo frangente della realtà. Da quando mi sono sottoposto al trapianto più di una persona si è complimentata con me per averlo fatto. Ecco, io non ho fatto nulla di strano, mi sono limitato a scegliere di non farmi mangiare vivo dal cancro. Una scelta che penso in pochi non farebbero. Se volete fare i complimenti a qualcuno, dovreste rivolgerli a chi custodiva il fegato prima di me, e a tutte quelle persone che decidono di regalare a degli sconosciuti qualche scians in più di sopravvivere. Io mi sono limitato a prendere una tessera “Esci gratis di galera” da Cancropoli del cancro e a incrociare le dita. E le tengo ancora incrociate.